Perché molti uomini gay sono ossessionati dalla propria bellezza

«Ho incontrato molti ragazzi che parlano del proprio corpo e di quello degli altri con disgusto e crudeltà. Monitorano il proprio peso, la percentuale di grasso corporeo, saltano i pasti o usano app per contare le calorie e i macronutrienti. Li osservo, non li sopporto, poi mi accorgo che li capisco perfettamente, anch’io mi sono comportato così»

Un concorrente del concorso di bellezza “Most Handsome Italian Gay” che si è tenuto al Pride di Milano nel giugno 2019 (foto di Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Un concorrente del concorso di bellezza “Most Handsome Italian Gay” che si è tenuto al Pride di Milano nel giugno 2019 (foto di Emanuele Cremaschi/Getty Images)
Francesco Avallone
Francesco Avallone

È laureato in psicologia e ha un dottorato in Family Medicine & Primary Care alla McGill University, dove si occupa di HIV e salute sessuale. Ha collaborato con Rolling Stone Italia, Il Tascabile e Lucy - Sulla cultura.

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Sono a Los Angeles per un soggiorno di un mese. Una sera io e uno dei miei migliori amici, Paolo, finiamo a cena in un ristorante messicano di Beverly Hills. Con noi c’è anche Michael, un influencer diventato famoso qualche anno fa, migliore amico del ragazzo che sta frequentando Paolo.

Per tutta la cena non fa domande a nessuno e parla quasi esclusivamente di sé, soprattutto degli infiniti trattamenti estetici a cui si sottopone ossessivamente. «Quando ti fai lo shot puoi mangiare tutto quello che vuoi senza ingrassare», dice. Lo fanno sia lui che il suo compagno cinquantenne – e, a quanto pare, tutta Hollywood. The shot, l’iniezione: si tratta della semaglutide, il principio attivo dell’Ozempic, un farmaco che riduce drasticamente l’appetito, permettendo così di perdere peso.

Gli dico che quel termine, the shot, mi fa pensare a The Substance, il film in cui la protagonista, Elisabeth Sparkle (interpretata da Demi Moore), attrice ormai cinquantenne e in declino, si inietta una sostanza che le permette di generare una versione più giovane e più bella di sé stessa: “la versione migliore di te”, come recita il film. Lui mi risponde che, più che altro, si sente dentro The Substance quando, con lo scopo di migliorare la pelle, si inietta i peptidi nelle gambe, che per questo motivo sono piene di lividi.

Le conversazioni a tavola continuano a essere noiose e superficiali. A un certo punto parliamo di un altro influencer. Michael sbuffa: «Ha 40mila follower? È praticamente un barbone. E poi pensate davvero che sia bello? Bleah, sembra un quarantenne». Dice a Paolo che è bello, sì, ma che avrebbe bisogno di un po’ di botox. Poi torna a parlare di sé, della sua paura di invecchiare, dei farmaci che prende per non perdere i capelli, che hanno come effetto collaterale la disfunzione erettile, per cui ne assume altri, ogni giorno, per mantenere l’erezione: «Non mi importa. Se mi rende più giovane, give it to me».

Io e Paolo siamo esausti, ci ripetiamo che più “Los Angeles” di così non si può. Lascio la cena con addosso un senso di rabbia e angoscia, principalmente per due motivi. Il primo è che negli ultimi mesi ho sviluppato una forte intolleranza verso il gossip, verso il parlare male degli altri, soprattutto del loro aspetto fisico. Cosa c’è di interessante nel commentare i corpi altrui? Non è un colpo basso giudicare qualcuno per cose che, in buona parte dei casi, non può controllare?

L’altro motivo è che mi dispiace vedere l’ennesimo ragazzo gay ossessionato dal proprio corpo. Penso che, tutto sommato, Michael, che ha appena trent’anni, sia un bel ragazzo, se non fosse proprio per tutte quelle operazioni che gli conferiscono un aspetto “bambolesco”. Mi tornano in mente le parole del suo migliore amico: «Il problema di Michael è che ha la dismorfofobia. Si guarda allo specchio e vede una balena».

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La dismorfofobia – o disturbo da dismorfismo corporeo – è una condizione psicologica caratterizzata da un’ossessione per i difetti del proprio aspetto fisico, spesso invisibili o irrilevanti agli occhi degli altri. Chi ne soffre passa ore a controllarsi allo specchio, confrontarsi con gli altri, correggersi, coprirsi, pesarsi, monitorarsi. Certo, non riguarda solo Los Angeles, gli influencer o gli uomini gay, ma tra questi ultimi sembra assumere forme e intensità specifiche. Secondo la letteratura sul tema, gli uomini gay e bisessuali riportano livelli più alti di sintomi dismorfofobici rispetto agli uomini eterosessuali, così come di disturbi alimentari e insoddisfazione corporea, con percentuali comparabili alle donne.

Qualche giorno dopo la cena a Beverly Hills vedo un altro amico gay, Julian. Siamo in taxi diretti a una festa quando mi racconta che sta attraversando un periodo di depressione, che soffre di un grave disturbo alimentare e che spesso non riesce nemmeno a uscire di casa perché non si piace. «Mi guardo allo specchio e mi chiedo: ho la faccia troppo gonfia?». Anche lui mi dice di sentirsi come Demi Moore in The Substance, stavolta facendo riferimento alla scena in cui si prepara per un appuntamento, si sistema, prova a uscire di casa, ma il confronto con la versione più giovane e perfetta di sé la fa precipitare nella disperazione. Demi Moore è bellissima, eppure il suo personaggio si percepisce come deforme, fino a sfigurarsi il viso davanti allo specchio.

Negli anni ho incontrato molti ragazzi gay che parlano di sé stessi e degli altri con disgusto e crudeltà. Non è raro, tra amici e conoscenti, sentire commenti sul glow down, l’imbruttimento di qualcuno, magari perché gli è spuntata una ruga o ha messo su qualche chilo; cambiamenti dovuti semplicemente all’avanzare dell’età. Monitorano il proprio peso, la percentuale di grasso corporeo, saltano i pasti o usano app per contare le calorie e i macronutrienti. Li osservo, non li sopporto, mi chiedo: non è uno stereotipo quello secondo cui gli uomini gay sono ossessionati dal proprio aspetto esteriore? Poi mi accorgo che li capisco perfettamente, che anch’io, in certi momenti, mi sono comportato così.

Cosa può spiegare questa sproporzione di problemi legati all’immagine corporea tra uomini gay? Ne ho parlato con Ilan Meyer in un ristorante di West Hollywood. Meyer è uno psicologo sociale noto soprattutto per aver elaborato la teoria del minority stress, secondo cui appartenere a una minoranza stigmatizzata produce un carico di stress cronico (dovuto a discriminazione, rifiuto anticipato, interiorizzazione dei pregiudizi altrui) che si accumula nel tempo e che può tradursi in varie forme di disagio psicologico e fisico.

Esiste poi una declinazione del concetto, definita community minority stress, che riguarda le pressioni interne alla stessa comunità gay: gerarchie estetiche, confronto costante, competizione e valore sociale legato alla desiderabilità. Mi spiega che, in alcuni suoi studi, il rapporto tra appartenenza alla comunità gay e disturbi alimentari è meno lineare di quanto si potrebbe immaginare. La comunità può essere sia uno spazio di protezione e supporto sociale, sia un ambiente in cui certe ansie legate all’estetica vengono amplificate.

Ci diciamo che sicuramente non aiuta l’esposizione costante a dei corpi maschili bellissimi, che sia su app di incontri come Grindr o nei video su Instagram e TikTok. In gran parte dei casi si tratta di eccezioni, la maggior parte degli uomini ha un corpo normale, eppure il confronto verso l’alto, con chi viene percepito come “migliore” di sé, è inevitabile, e, come mi diceva anche Julian in taxi, è difficile starci dietro.

A questo si aggiunge l’esperienza di crescere con il messaggio, implicito o esplicito, che ci sia qualcosa di sbagliato nella propria stessa essenza, nel proprio orientamento sessuale. Ne deriva un senso di vergogna e di alterità che può finire per riversarsi sul corpo, luogo su cui proiettare ansie e da tenere sotto controllo. Il modo in cui molti parlano dei corpi altrui – con disgusto, crudeltà, derisione – spesso non è altro che una proiezione del rapporto che hanno con il proprio: chi umilia gli altri per il loro aspetto fisico è spesso ossessionato dal proprio con la stessa intensità. Dalla vergogna e dall’umiliazione nasce anche un senso di rivalsa: se per anni ti sei sentito sbagliato, indesiderabile, e quindi inferiore, diventare o restare bello viene percepito come una forma di riscatto.

Rivedo alcuni miei compaesani e il primo pensiero che mi attraversa è che si sono imbruttiti, si sono “lasciati andare”. Lo scaccio subito, mi dico che forse semplicemente a loro non interessa, che non tutti vivono il proprio corpo come un progetto da correggere e monitorare all’infinito. Eppure, non riesco a lasciar andare quel senso di rivalsa che accompagna me e molti dei miei amici gay dopo essere stati adolescenti vittime di bullismo. Mi prendevano in giro perché avevo l’acne, perché ero gay ed effeminato, perché ero troppo magro e impacciato. Anche se oggi mi sento psicologicamente distante da tutto ciò, una parte di me continua a cercare una forma di compensazione. D’istinto, mi diverte l’idea che quelli che per anni mi hanno umiliato per il mio aspetto fisico o per il mio orientamento sessuale siano invecchiati male, siano ingrassati, si siano “imbruttiti”. Mi guardo allo specchio e penso: non posso permettere che credano che sia stato io a lasciarmi andare, a fare un glow down.

Bullismo, traumi, vergogna, confronto sociale, standard di bellezza dettati dai media: sono tutte spiegazioni valide che possono riguardare chiunque. C’è un altro punto però, forse più banale e cinico, cioè che essere attraenti è desiderabile.

Durante un’altra cena a Los Angeles, un uomo di 65 anni ci racconta di essersi sottoposto a un lifting facciale. Ci fa vedere il prima e il dopo. Mi sembra che sia un intervento riuscito bene, gli ha tolto cinque, dieci anni, senza conferirgli quell’aspetto “da manichino” tipico di Hollywood. Dice di averlo fatto perché, da un giorno all’altro, ha iniziato a sentirsi invisibile, trattato con indifferenza e sufficienza dalla gente in pubblico, per strada, al bar. «Adesso non hai neanche trent’anni», mi dice ridendo, «ma capiterà anche a te».

Scherzavo con un’amica dicendo che essere belli è un po’ come avere tanti soldi. In quanto giovani gay, conosciamo bene il potere che deriva dall’attrattività sessuale: condividiamo con le donne una forma di capitale sessuale, una risorsa che determina quanto spazio hai nel mondo, quanto facilmente gli altri ti notano, quanto vieni trattato bene. Perderlo (come inevitabilmente accade) significa non avere più accesso a determinate risorse, essere desiderati di meno, essere trattati male e diventare invisibili.

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Di nuovo, è una dinamica che riguarda tutti, ma la posta in gioco sembra più alta per noi gay: come molti uomini, vogliamo fare sesso; al tempo stesso, usiamo il sesso per ottenere risorse, attenzioni, accesso a determinati spazi. Siamo immersi in una cultura in cui il sesso è insieme mezzo e fine, e in cui l’attrattività funziona come una valuta: spendibile finché siamo giovani, e poi sempre meno. Se il corpo è un capitale che si consuma nel tempo, forse preoccuparsene ha una sua logica, un valore adattativo?

È anche l’opinione degli uomini etero del movimento looksmaxxing, che si fonda proprio sull’idea che migliorare il proprio aspetto fisico, massimizzarlo appunto, porterà a una serie di benefici, sociali, sessuali, sentimentali. Looksmaxxare prevede una serie di pratiche dalla dubbia efficacia e piuttosto dolorose, tra cui il bone smashing, che consiste nel colpirsi le ossa del viso con un martello affinché ricrescano più voluminose, nella convinzione che una struttura facciale più mascolina sia anche più attraente.

Compatisco chi si giudica severamente al punto da torturarsi, ma la verità è che io stesso non sono immune dall’auto-oggettivazione, per usare un termine psicologico che fa riferimento non al fare di sé un oggetto sessuale, quanto piuttosto al guardare sé stessi e il proprio corpo con lo sguardo giudicante di un estraneo. Rimprovero l’amico che spende migliaia di euro in trattamenti “sciogli pancia” dalla dubbia efficacia; alzo gli occhi al cielo a quello con la fronte bloccata dal botox; nel frattempo anch’io mi osservo ossessivamente: ho bisogno di aumentare la massa muscolare per essere bello? Mi stanno cadendo i capelli? Ho troppe rughe di espressione? Come posso non pensarci, in un contesto che ci fa credere che essere vecchi, brutti, grassi sia come avere il cancro? E la cura? Creme, lozioni, iniezioni, chirurgie degne di un film body horror: non a caso è proprio questo il genere di diversi filmserie che affrontano il tema.

Vorrei che i miei amici smettessero di essere crudeli con sé stessi e con gli altri, che si ricordassero di essere bellissimi, ma che, qualora non dovessero più esserlo, non sarebbe la fine del mondo. Voglio metterci in guardia, perché l’invecchiamento arriverà e porterà con sé sempre più problemi fisici ed estetici. Possiamo illuderci di bloccarlo, fare leva su quelle «lente mutilazioni di chi cerca di negare il tempo», nelle parole di un romanzo che sto leggendo, A Violent Masterpiece di Jordan Harper, un neo-noir ambientato proprio a Los Angeles. Mi fanno pensare a Michael l’influencer, alle sue ossessioni estetiche, alle sue gambe piene di lividi, al suo volto bambolesco e alla sua lingua biforcuta. Penso che sia infelice, che forse non siamo così diversi: entrambi vogliamo solo essere belli.

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