Non lo devi salvare tu

«Stemperavo la tensione quando si scontrava con il padre. Ero la figlia femmina che sua madre non aveva avuto. Nei giorni bui mi sedevo accanto a lui e mi sforzavo di fargli apprezzare le nostre piccole gioie quotidiane. Ancora una volta avevo seguito il manuale della fidanzata perfetta. Non avevo capito che quel manuale avrei dovuto buttarlo dal balcone»

Una scena del film Titanic di James Cameron con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (Photo12/7e Art/20th Century Fox via Contrasto)
Una scena del film Titanic di James Cameron con Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (Photo12/7e Art/20th Century Fox via Contrasto)
Alessandra Stio
Alessandra Stio

Nata a Salerno nel 1995, dopo diverse esperienze all’estero ha scelto di tornare a vivere in Italia, dove adesso insegna inglese nella scuola secondaria di secondo grado. Ama scrivere, leggere e viaggiare.

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Tra gennaio e febbraio 2022 avevo ventisei anni ed ero ridotta a un singhiozzo ambulante. Ero tornata a vivere a casa dei miei e mi muovevo da una stanza all’altra producendo il minimo rumore possibile, strusciando le ciabatte sul pavimento come se cercassi pian piano di levigarlo. Parlavo poco e studiavo tanto. Non ci misi molto a rendermi conto che stavo per scivolare giù verso un luogo molto buio, quindi mi decisi: dovevo andare in terapia.

Non avrei rimandato più, come avevo fatto quella volta in cui mi ero rivolta allo psicologo dell’università, che poi mi aveva mandato la mail di accettazione cinque mesi dopo, quando ormai mi era passata “la crisi” e avevo deciso che potevo cavarmela da sola. Ne parlai con mia madre, chiesi consiglio alla mia migliore amica (psicologa a sua volta) e grazie a lei trovai subito il contatto di una brava professionista.

«Non so proprio cosa fare!» Fu l’unica frase di senso compiuto che riuscii a proferire, dopo le presentazioni e prima di essere travolta dal pianto, quando ci incontrammo per la prima volta. Lei aveva strategicamente posizionato una scatola di kleenex, di quelli da film, che si estraggono uno dopo l’altro all’occorrenza, proprio sul bracciolo del divano dove stavo seduta. Si vedeva che aveva esperienza.

Ritrovata la calma avevo iniziato a spiegare, più o meno in ordine cronologico, gli ultimi (e per nulla originali) eventi della mia vita che mi avevano portata a iniziare un percorso di psicoterapia: una serie di storie d’amore finite male. Stavolta mi ero detta che, se io avevo dovuto accettare la fine di tutte quelle relazioni, adesso ero più che decisa a rimettere insieme i pezzi e ricomporre, meglio di prima, quello che gli altri continuavano a rompere.

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Così, da quel 22 febbraio, iniziai ad andare dalla mia psicologa ogni settimana. Presi questo impegno con una serietà quasi accademica. Appena uscita dal suo studio tornavo a casa e mi appuntavo su un quaderno tutto ciò di cui avevamo parlato. Sfogliavo le pagine più e più volte contando i giorni che mi separavano dal prossimo incontro, aggiungendo sempre nuove riflessioni. Proprio come una brava studentessa, cercavo di imparare in fretta, e magari di accelerare il processo di guarigione. Quello che più mi faceva soffrire, e proprio non riuscivo a gestire, era la mia totale incapacità di trovare una spiegazione logica alle rotture, a tutte le volte che qualcuno se ne andava.

Eppure mi ero impegnata così tanto.

La relazione più recente l’avevo avuta con un ragazzo spagnolo. Mi ero trasferita a Valencia con l’idea iniziale di rimanerci qualche mese e invece per lui c’ero rimasta due anni. Con lui ero andata a vivere in un appartamentino in periferia, passavo le domeniche con la sua famiglia, lo incoraggiavo quando, a ogni bivio che la vita gli poneva davanti e che non sapeva affrontare, si paragonava ad amici che sembravano avere più successo.

Stemperavo la tensione quando lui, laureato in filosofia, si scontrava con il padre, operaio vecchio stampo. Ero la figlia femmina che sua madre aveva sempre desiderato e mai avuto. Nei giorni bui, quando niente sembrava avere un senso, mi sedevo accanto a lui e mi sforzavo di fargli apprezzare tutte le piccole gioie del nostro quotidiano, quelle di cui mi sembrava si stesse dimenticando. Insomma, avevo fatto di tutto. Ancora una volta avevo seguito il manuale della fidanzata perfetta alla lettera.

Non avevo capito che quel manuale avrei dovuto buttarlo dal balcone.

Avevo sempre detto che il finale di Jane Eyre mi faceva schifo, eppure era quello il traguardo che ogni volta avevo cercato, con tutte le mie forze, di raggiungere. Quello che volevo dalle mie relazioni era esattamente essere la persona che aiuta Rochester a riconciliarsi con sé stesso al punto da recuperare miracolosamente la vista. Non mi portavo dietro soltanto il mio vissuto da brava ragazza/studentessa modello, ma un intero bagaglio di stereotipi culturali, letterari, musicali, dei quali pensavo di essermi liberata tempo prima ma che erano ancora ben radicati dentro al mio modo di agire e pensare.

Joan Fontaine e Orson Welles sono Jane e Rochester nel film del 1943 Jane Eyre di Robert Stevenson, tratto dall’omonimo romanzo di Charlotte Brontë. (Archive Photos/Getty Images)

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Come Beatrice con Dante, volevo essere la persona che mette a tacere tutti i tormenti di chi mi stava a fianco ed essere io il mezzo attraverso il quale farlo arrivare alla serenità. Se il mio ragazzo fumava troppo, mi sforzavo di trovare mille modi creativi per aiutarlo a smettere. Se aveva bisogno di sfogarsi, mi trasformavo nel suo diario segreto. Mi dichiaravo femminista praticamente dall’età di quattordici anni eppure, senza neanche accorgermene, infantilizzavo i miei fidanzati in modo da poter assumere il ruolo superiore di protettrice. Ci penso io, lo faccio io, lo organizzo io, lo risolvo io. Che tu, poverino, sei uomo e non ci arrivi.

Persino quando non erano loro a mostrare malessere, mi ostinavo a decifrare comportamenti, sguardi, atteggiamenti in cerca di qualunque indizio di un problema da risolvere. Ne avevo bisogno per recitare la mia parte. Dovevo stare in quel ruolo lì, in nome del famoso “sesto senso” femminile. Sentivo di essere (o di dover essere) una di quelle donne della canzone di Ligabue, che «lo sanno e l’han sempre saputo».

Ci ho messo un bel po’ di sedute di terapia ad ammettere che non sapevo un bel niente, e ancora più tempo per capire che quel sesto senso è solo una trovata del patriarcato per giustificare il fatto che alle donne sono state addossate tutte le responsabilità relazionali e di cura all’interno dei nuclei familiari della nostra società. Ci sono volute tante domande, poste al momento giusto, precise, per far crollare le fondamenta del castello di credenze che mi ero costruita, che però poi finalmente è venuto giù.

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È stato allora che ho capito la verità, anche se non l’ho ammesso subito volentieri. Per stare davvero bene dovevo smetterla di cercare le colpe di chi, negli anni, mi aveva ferita, e riconoscere che quei famosi pattern ero stata proprio io a metterli in scena. Avrei dovuto abbandonare la favola della Principessa e del ranocchio e smettere di recitare la parte della donna angelo, accettare il fatto che era proprio quella la cosa che, sin dall’inizio, impediva a qualunque relazione di svilupparsi in modo sano e onesto. Soprattutto, avrei dovuto accettare la verità più banale, ma più importante di tutte, quella che avrei dovuto ripetermi di lì in avanti tante volte: non lo devi salvare tu.

Naturalmente è stato tutto molto più complesso di così. Sono tantissimi gli argomenti di cui abbiamo parlato durante quelle sedute. Mi sono letteralmente aperta e rivoltata come un calzino. Quando il percorso di psicoterapia è arrivato a un punto di svolta, è terminato. O, come mi piace pensare, è stato messo in pausa. Nessun sortilegio è stato scagliato contro la mia mente, nessuna ipnosi ha magicamente fatto sì che io mi liberassi, da subito e per sempre, di quelle cattive abitudini relazionali che ogni tanto mi hanno fatto star male. Al contrario, da quel momento porto avanti un lavoro continuo del quale la terapia è stata soltanto il punto di partenza. Ma i progressi esistono e, fortunatamente, riesco ad apprezzarli ogni giorno.

Più passa il tempo e più imparo a riconoscere le spie, quelle che ora si chiamano red flag, non solo negli altri ma anche in me stessa. Non è semplice, perché bisogna individuare tanto i comportamenti disfunzionali, i propri e quelli degli altri, quanto i retaggi culturali che, nonostante tutto, mi porto ancora dietro. Ora però so che non è impossibile liberarsene. Non sono lati del mio carattere, parti integranti della mia personalità, ma residui ingombranti di qualcosa di esterno a me, di cui posso felicemente fare a meno. Quando li incontro mi fermo a guardarli, ci ragiono e poi, se riesco, li accompagno alla porta. Prima o poi riuscirò a congedarli tutti.

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