In che senso adesso c’è troppo petrolio?!?
Venti giorni dopo la riapertura dello stretto di Hormuz i prezzi sono crollati e la produzione sta riprendendo: ma occhio alle previsioni

Negli ultimi giorni il prezzo del petrolio è tornato ai livelli di prima della guerra in Medio Oriente. Il 27 febbraio, un giorno prima che Stati Uniti e Israele attaccassero l’Iran, il prezzo del Brent, uno dei principali indici del greggio, era di 71,9 dollari al barile; lunedì mattina era di 71,8 dollari. Già questo da solo è un rivolgimento su cui praticamente nessuno avrebbe scommesso fino a poche settimane fa. Ma c’è di più: per quanto possa sembrare paradossale, in questo momento sui mercati c’è troppo petrolio.
La spiegazione di quello che sta succedendo è relativamente semplice: ad appena venti giorni dall’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran che ha riaperto lo stretto di Hormuz, l’offerta di petrolio sui mercati è diventata molto più ampia della domanda (Bloomberg ha scritto che l’offerta ha «travolto» la domanda) e di conseguenza i prezzi sono calati. Il modo in cui siamo arrivati a questa situazione è però complesso e sorprendente.
La crisi energetica che il mondo ha affrontato nei mesi della guerra in Medio Oriente è stata davvero la peggiore della storia recente. L’Agenzia internazionale dell’energia disse che quella provocata dalla chiusura dello stretto di Hormuz era la crisi peggiore di sempre per il mercato petrolifero globale. Il 30 aprile il prezzo del petrolio Brent ha raggiunto il suo picco: 126 dollari al barile, il massimo dalla precedente crisi del 2022.
Le previsioni degli economisti ed esperti più accreditati erano sostanzialmente due: che la crisi sarebbe stata pesante e avrebbe avuto enormi conseguenze sull’economia mondiale; e che ci sarebbero voluti mesi, se non anni, per tornare alla situazione pre-guerra (anche gli articoli del Post, peraltro, hanno seguito questa impostazione generale).
Alcuni economisti più catastrofisti avevano anche cominciato a sostenere che entro l’estate il carburante per gli aerei sarebbe stato così costoso da rendere impossibili molti spostamenti e che l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe provocato una spirale di inflazione in cui tutti i prezzi si sarebbero alzati molto rapidamente. Ovviamente alcune conseguenze ci sono state, e anche gravi, soprattutto nei paesi del sud-est asiatico e dell’Asia meridionale che erano più direttamente dipendenti dalle forniture di petrolio e gas dai paesi del golfo Persico.
Ma le conseguenze più gravi per l’economia mondiale non si sono verificate. Per far capire quanto sia straordinaria la situazione: l’Economist, uno dei settimanali economici più prestigiosi del mondo, ha chiesto scusa ai suoi lettori per aver sbagliato completamente le previsioni sulla carenza di petrolio e sulla crisi energetica, in un articolo un po’ ironico in cui si legge: «Siamo stati battuti dal mercato», che si è dimostrato più flessibile e capace di resistere alla crisi di qualunque calcolo.

Un giacimento in Bahrein, 2012 (AP Photo/Hasan Jamali)
Anzitutto, le decine di petroliere che da mesi erano bloccate nel golfo Persico dopo la riapertura di Hormuz sono potute partire. Questo ha immesso nel mercato una gran quantità di petrolio tutto assieme, anche se in via eccezionale.
A livello strutturale però la produzione di petrolio è ripresa più rapidamente del previsto. Non appena lo stretto di Hormuz ha riaperto, soprattutto Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno recuperato livelli di esportazione del greggio vicini a quelli pre guerra (l’Arabia Saudita per esempio sta al 90 per cento, gli altri un po’ meno).
Nuovo petrolio è stato immesso nel mercato in questi mesi. È diventato disponibile il petrolio dell’Iran, che prima moltissimi paesi occidentali non potevano comprare a causa delle sanzioni ora sospese dagli Stati Uniti. Vari paesi produttori non mediorientali come Stati Uniti, Canada, Brasile hanno aumentato tutti la propria produzione, e gli Stati Uniti hanno raggiunto proprio in queste settimane un nuovo record. Alcuni paesi inoltre stanno continuando a immettere petrolio dalle proprie riserve nazionali, come facevano nelle settimane della crisi (smetteranno presto).

Una petroliera nel mar dei Caraibi, aprile 2026 (AP Photo/Ivan Valencia)
A questa gran quantità di petrolio che è tornata sul mercato non ha fatto fronte una domanda sufficiente (significa: non ci sono abbastanza compratori per tutto questo petrolio).
L’eccezionale riduzione della domanda è dovuta soprattutto alla Cina, che durante la guerra in Medio Oriente è passata da importare più di 11 milioni di barili di petrolio al giorno ai circa cinque attuali. Questa riduzione si deve in minima parte al rallentamento della sua economia, ma soprattutto al fatto che il regime cinese ha deciso di usare le sue enormi riserve di petrolio per mantenere bassi i prezzi dell’energia locali. È probabile che questa tendenza continuerà ancora per un po’, e che la Cina riprenderà a importare petrolio soltanto gradualmente, per approfittare dei prezzi bassi.
Il risultato è che negli ultimi giorni ci sono stati casi di petroliere piene di greggio che non sono riuscite a vendere il proprio carico, perché nessuno lo voleva comprare. È un cambiamento eccezionale rispetto soltanto a un paio di mesi fa, quando nel pieno della crisi i paesi si facevano la concorrenza tra loro per attirare con prezzi più alti le poche petroliere disponibili.
Attualmente Morgan Stanley, una banca d’affari, ha previsto che il prezzo del petrolio si stabilizzerà sui 75 dollari al barile almeno fino alla fine dell’anno, per poi calare ancora (è il prezzo pre-guerra). Citi, un’altra banca, prevede invece che il prezzo potrebbe crollare a 60 dollari al barile entro fine anno.

Un giacimento in California, marzo 2026 (AP Photo/Nic Coury)
Così come le precedenti previsioni catastrofiste erano inaffidabili, anche quelle più recenti devono essere prese con un po’ di cautela, perché possono ancora succedere molte cose che potrebbero riportare in alto il prezzo del petrolio.
Anzitutto una ripresa della guerra. In secondo luogo, c’è la possibilità che la Cina e gli altri paesi che hanno usato le proprie riserve strategiche ricomincino rapidamente a comprare greggio per riempirle di nuovo: di solito però il riempimento delle riserve di petrolio avviene in modo graduale, nel corso degli anni, e nessun paese vuole affrettare le cose e far rialzare i prezzi. Infine, i paesi produttori potrebbero decidere di tagliare la produzione per sostenere i prezzi: sarebbe una decisione straordinaria, in un momento in cui i paesi del Golfo cercano di ristabilire il rapporto di fiducia con i loro partner commerciali mostrando di essere in grado di riportare rapidamente la produzione a livelli pre guerra.



