L’eredità dei Del Vecchio non è solo una questione di famiglia

Le liti tra fratelli per il controllo della holding Delfin hanno ricadute sul sistema finanziario e su molte società quotate in borsa

Leonardo Maria Del Vecchio, nel 2024 (Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)
Leonardo Maria Del Vecchio, nel 2024 (Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

Nelle ultime settimane ci sono stati gravi dissidi familiari e societari tra i Del Vecchio, la famiglia proprietaria del più grande produttore di occhiali al mondo, la multinazionale EssilorLuxottica. Ma i Del Vecchio non si occupano solo di occhiali, hanno anche una certa influenza sulle più grandi banche e società finanziarie italiane, e la ragione del contendere è il controllo di Delfin, una società con sede in Lussemburgo definita la “cassaforte” di famiglia.

La lite tra i Del Vecchio non è però la classica storia di eredità e potere di una famiglia in vista, perché ha ricadute consistenti sull’economia italiana: dagli equilibri di Delfin dipende il futuro di EssilorLuxottica, azienda con 200mila dipendenti in tutto il mondo, ma soprattutto dipendono le dinamiche del sistema finanziario italiano, visto che Delfin ha quote importanti in società come MPS, Mediobanca, Generali.

Delfin è una holding, cioè una società che possiede altre società. La creò nel 2006 Leonardo Del Vecchio, capostipite della famiglia, per farci confluire dentro tutta la struttura societaria di Luxottica, l’azienda di occhialeria che aveva fondato negli anni Sessanta ad Agordo, in provincia di Belluno.

Una fabbrica di Luxottica ad Agordo, nel 2022 (Luca Zanon/Getty Images)

La holding gli consentiva una gestione più ordinata della quota di famiglia in Luxottica e del loro patrimonio, ma soprattutto dava accesso alle regole di riservatezza e alla tassazione agevolata che il Lussemburgo garantisce a questo tipo di società.

Fino a pochi anni fa in Delfin c’era di fatto solo Luxottica, che già era una delle più importanti aziende italiane. È la principale fornitrice al mondo delle montature di gran parte dei marchi e possiede brand di grande popolarità come Ray-Ban e Oakley. Poi nel 2017 ci fu un salto di qualità grazie alla fusione con la francese Essilor, specializzata nella produzione di lenti per occhiali. Il successo nel settore degli occhiali ha arricchito enormemente la famiglia, il cui patrimonio è stato fatto rientrare tutto sotto Delfin.

A partire dalla fusione Leonardo Del Vecchio cominciò a investire le disponibilità di Delfin in grandi e rilevanti operazioni finanziarie fuori dal settore degli occhiali. Delfin oggi non solo vale all’incirca 40 miliardi di euro, ma grazie alle sue partecipazioni piazzate in modo oculato è tra gli interlocutori più potenti nelle trattative del cosiddetto “risiko bancario”, come viene chiamato dai giornali tutto quel movimento di acquisizioni e fusioni tra banche degli ultimi anni: oltre alla quota in EssilorLuxottica, che vale da sola più di 25 miliardi, ha anche il 10 per cento nella società di assicurazioni Generali e il 17,5 per cento del gruppo MPS-Mediobanca, posizioni che sono state centrali in una delle operazioni più importanti, quella con cui MPS ha comprato Mediobanca. Delfin ha anche una piccola partecipazione in UniCredit e Intesa Sanpaolo, e una cospicua quota in Covivio, importante società immobiliare.

Molti degli attuali problemi societari di Delfin derivano dalla complicata successione iniziata dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, avvenuta nel 2022 a 87 anni.

Il funerale pubblico di Leonardo Del Vecchio al Palaluxottica, ad Agordo, il 29 giugno 2022 (ANSA/Andrea Solero)

Delfin è stata divisa in otto quote uguali del 12,5 per cento, sei delle quali sono andate ai suoi figli: tre dal primo matrimonio, Claudio, Marisa, Paola; due avuti da una relazione successiva, Luca e Clemente; e Leonardo Maria, avuto dall’ultima moglie Nicoletta Zampillo (sposata due volte, nel 1997 e nel 2010). Le ultime due quote sono andate una a Nicoletta Zampillo e una a Rocco Basilico, figlio che lei aveva avuto da un precedente matrimonio: Basilico aveva ricevuto la nuda proprietà della quota prima della morte di Leonardo Del Vecchio, anche se il diritto a usufruire di quella quota (usufrutto) per esprimere un voto nelle decisioni lo aveva la madre. Dopo la morte di Del Vecchio Nicoletta Zampillo aveva rinunciato a quel diritto in favore del figlio, con l’obiettivo di dargli una proprietà piena sulla quota.

Qui c’è il primo problema, che è anche il più rilevante. Il fatto che Basilico abbia ricevuto una quota identica a quella dei figli biologici di Del Vecchio ha creato dissensi che sono sfociati in cause legali in Italia e in Lussemburgo per contestare la sua effettiva legittimità all’interno di Delfin, a partire dal fatto che la rinuncia all’usufrutto non sarebbe valida. I procedimenti legali sono in corso per stabilire se il diritto di voto di Basilico sia legittimo.

Dalla morte di Leonardo Del Vecchio il presidente di Delfin è Francesco Milleri, che aveva la piena fiducia del vecchio fondatore e che è anche amministratore delegato di EssilorLuxottica. Milleri ha dovuto amministrare la società tentando di districarsi in complicate vicende familiari e cercando di ottenere via via il favore degli eredi, in costante disaccordo sulle questioni più importanti per l’azienda.

È un equilibrio complicato dal fatto che Leonardo Del Vecchio aveva voluto blindare Delfin con procedure e vincoli che in tempi normali garantivano stabilità, ma che senza l’armonia degli eredi hanno creato solo immobilismo.

Francesco Milleri con Leonardo Del Vecchio, nel 2018 (ANSA/DANIEL DAL ZENNARO)

Per evitare che uno dei rami della famiglia prevaricasse sugli altri, Leonardo Del Vecchio aveva infatti dato lo stesso potere di veto a tutti gli azionisti: per le decisioni più importanti serve l’approvazione dei soci che detengano almeno l’88 per cento delle azioni; se c’è l’accordo di sette soci su otto si arriva a 87,5, dunque è una soglia che di fatto richiede l’unanimità.

Ma visto che non c’è un azionista di maggioranza, serve comunque che ci sia un accordo di massima tra i soci anche per le decisioni meno importanti.

A questo si aggiunge che i figli hanno storie, età e ambizioni completamente diverse: il più grande, Claudio, ha 69 anni; il più piccolo, Clemente, ne ha 22. Buona parte dei figli è perlopiù fuori dalla gestione di Delfin e di EssilorLuxottica, e considera Delfin semplicemente come un fondo da cui ogni anno arrivano soldi, cioè i dividendi della società. Alcuni di loro vorrebbero persino liquidare la loro quota.

E poi c’è Leonardo Maria, che ha 31 anni e che invece punta a ottenere il controllo di Delfin e a gestirla da solo. Ha già un ruolo nelle aziende di famiglia: è presidente di EssilorLuxottica Italia ed è a capo di tutta la divisione cosiddetta retail, che significa gestire le catene come Salmoiraghi & Viganò (di cui peraltro era stato amministratore delegato) e i negozi monomarca di Ray-Ban.

Lui ha anche una sua personale società di investimento, la LMDV Capital, tramite cui ha fatto investimenti nei settori più diversi, dalla ristorazione all’editoria: recentemente è diventato l’azionista più importante di Editoriale Nazionale (EN), l’azienda a cui appartengono i quotidiani Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN, e possiede il 30 per cento del Giornale. Si era proposto anche di comprare dalla famiglia Agnelli-Elkann il gruppo GEDI, proprietario tra le altre cose di Repubblica e La Stampa.

Insomma, Leonardo Maria Del Vecchio sembra avere l’ambizione di fare qualcosa di più rispetto al vivere dei proventi milionari che la sua quota in Delfin gli garantisce ogni anno. Anche Rocco Basilico, di 36 anni e suo fratello da parte di madre, ha avuto ruoli importanti dentro EssilorLuxottica, ma ne è uscito da qualche anno.

A sinistra Leonardo Maria Del Vecchio con l’attrice Sharon Stone e Rocco Basilico, a New York nel 2021 (Evan Agostini/Invision/AP)

Ad aprile Leonardo Maria Del Vecchio aveva raggiunto un accordo per comprare le quote in Delfin da Paola e Luca Del Vecchio, che avevano mostrato l’intenzione di monetizzare la loro partecipazione e uscire dalla società. L’accordo prevedeva che Leonardo Maria pagasse complessivamente 10 miliardi di euro ai due, arrivando così a detenere il 37,5 per cento della società e diventare l’azionista più importante.

Era un’opzione ben vista da una parte del consiglio di amministrazione e da Milleri, perché un azionista con una quota rilevante avrebbe reso meno complicato prendere decisioni e avrebbe contribuito a risolvere l’immobilismo della società, ma l’operazione non si è conclusa.

Leonardo Maria Del Vecchio non aveva 10 miliardi di euro e li aveva chiesti in prestito a un gruppo di banche, che avevano acconsentito a finanziare l’operazione a patto di avere in garanzia le stesse quote di cui stavano finanziando l’acquisto: significa che se lui non avesse restituito i soldi, le banche si sarebbero prese le quote e sarebbero diventate azioniste di Delfin al posto suo. Ma le regole di Delfin impediscono che le quote si possano dare a garanzia di prestiti bancari. Serviva quindi un’autorizzazione da parte del consiglio di amministrazione.

Una parte del consiglio, tra cui l’amministratore delegato Romolo Bardin, non concordava con l’operazione, sia perché la riteneva troppo rischiosa, sia perché i manager più vicini a Del Vecchio padre non sono del tutto convinti delle capacità di Leonardo Maria. E quindi l’ha impedita.

Ora Leonardo Maria si trova in una situazione complicata, perché le quote gli servivano per avere un patrimonio più solido e affidabile a disposizione delle banche, verso cui ha all’incirca un miliardo di euro di debiti che fa fatica a restituire.

Leonardo Maria Del Vecchio, a marzo (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Se non vi siete persi fin qui, c’è dell’altro. Nei giorni prima dell’assemblea dei soci che avrebbe dovuto approvare l’operazione di Leonardo Maria, Rocco Basilico aveva fatto al consiglio di amministrazione una proposta radicale, che aveva già ventilato in passato e che ha molto allarmato gli analisti finanziari: lasciare dentro Delfin solo le quote di EssilorLuxottica e distribuire direttamente ai singoli soci le partecipazioni che ha nelle grandi società quotate (come Generali, MPS e UniCredit), lasciando che ognuno le gestisca o le venda per conto proprio.

È di fatto un’ipotesi di parziale liquidazione del patrimonio, che farebbe arrivare sul mercato quote consistenti delle più importanti società italiane, mettendone a repentaglio la stabilità. Se per esempio la quota di Delfin in MPS-Mediobanca fosse divisa tra gli eredi, il gruppo perderebbe il suo azionista più importante e gli equilibri della banca cambierebbero. È per questa ragione che i dissidi dentro Delfin non sono solo una vicenda familiare.

Leonardo Maria Del Vecchio, che non si è presentato all’assemblea dei soci, ha scritto una lettera al consiglio e ai soci in cui ha contestato duramente la proposta di Basilico: l’ha definita «sconveniente e illogica», perché secondo lui finirebbe per smantellare l’impero industriale costruito dal padre pur di accontentare le richieste dei singoli eredi. A maggio la madre di Leonardo Maria Del Vecchio e di Rocco Basilico aveva mandato una lettera al consiglio di Delfin in cui diceva di essersi pentita di aver trasferito la sua quota al figlio Rocco.