Le città che si prendono cura dei propri cani randagi
Ad Atene, Bangkok o Tbilisi i cosiddetti "cani di quartiere" si riconoscono, e anche in Italia c'è chi ci prova

Camminando per il centro di Atene ci si accorge velocemente della presenza di una nutrita comunità di cani che dormono all’ombra dell’Acropoli o attraversano il mercato di Monastiraki senza, apparentemente, appartenere a nessuno. Non corrispondono però all’immagine che di solito si associa ai cani randagi: hanno il pelo magari impolverato ma non malconcio, sono ben pasciuti, in certi casi decisamente sovrappeso, e si muovono attorno alle persone con familiarità. Molti portano un collare, perché non sono dei randagi veri e propri: sono cani di quartiere.
Sono cioè cani senza un proprietario e una casa ma sterilizzati, vaccinati e seguiti da qualcuno che se ne fa garante. Quasi sempre, i residenti del quartiere si occupano collettivamente di nutrirli e di controllare che stiano bene, e ci sono volontari o impiegati comunali che li portano dal veterinario e controllano che non si comportino in modo aggressivo. In certi casi diventano una sorta di mascotte.
La gestione dei cani di quartiere è una modalità che esiste in molte città grandi e piccole del mondo, dall’India alla Moldavia. Oltre che ad Atene se ne vedono per esempio a Bangkok, in Thailandia, accucciati davanti ai templi buddisti, e a Tbilisi, in Georgia, dove girano per il centro con una placchetta gialla sull’orecchio.

Tre cani attraversano la strada ad Atene (Matt Cardy/Getty Images)
Collari e placchette servono a segnalare che il cane è passato attraverso un programma pubblico: è stato preso, sterilizzato, vaccinato contro la rabbia, visitato da un veterinario e poi riportato dove viveva. Il protocollo si chiama CNVR, dalle iniziali inglesi di cattura, sterilizzazione, vaccinazione e restituzione, e negli ultimi vent’anni è diventato il metodo di gestione del randagismo raccomandato dalle principali organizzazioni internazionali per il benessere animale.
Il CNVR viene impiegato soprattutto in posti dove il randagismo è un fenomeno storico e di grandi dimensioni: paesi in cui i cani liberi esistono da generazioni, si riproducono per strada, e continuano ad aumentare per via degli abbandoni e dei cani domestici lasciati circolare senza essere sterilizzati.
Siamo abituati a pensare che i cani trovati liberi per strada vadano messi in canile, ma i canili dovrebbero servire come soluzione temporanea in attesa di un’adozione, ed è raro che qualcuno voglia adottare un cane adulto nato per strada. La maggior parte finisce per restare in canile per anni, spesso per tutta la vita, in condizioni che peggiorano man mano che le strutture si riempiono.
Nel protocollo CNVR la sterilizzazione serve a fermare le nascite, mentre la vaccinazione serve soprattutto contro la rabbia, che in molti dei paesi dove il randagismo è più diffuso è ancora un problema sanitario serio. Quasi tutti i casi umani di rabbia nel mondo vengono trasmessi dal morso di un cane, ed è il motivo per cui i grandi programmi di sterilizzazione sono spesso finanziati come campagne di salute pubblica prima ancora che di benessere animale.
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Nei programmi CNVR, il cane viene sempre riportato nel territorio in cui era stato preso. Succede per un motivo pratico: i cani liberi si stabiliscono dove trovano da mangiare e imparano a difendere quella zona dagli altri cani. Se vengono portati via, ma le fonti di cibo restano lì, è molto probabile che altri cani si sposteranno nella zona: la rimozione da sola, insomma, raramente riduce il numero di cani su un territorio nel lungo periodo. Se si riporta il cane nella stessa zona, invece, il territorio resta presidiato e la popolazione locale si trasforma progressivamente in un gruppo stabile di animali sterili, vaccinati e conosciuti dagli abitanti, destinato a ridursi con il tempo.
In Grecia l’approccio CNVR è raccomandato ufficialmente dallo stato: la legge 4830 del 2021 obbliga i comuni a raccogliere i randagi, sterilizzarli, microchipparli e registrarli in un database nazionale. Se dopo tre mesi nessuno li ha adottati, i comuni possono riportarli nel loro “ambiente familiare”. Ad Atene il sistema esiste in forme diverse dal 2003, quando la città decise di farsi carico dei propri randagi con collari, controlli veterinari regolari e sterilizzazioni, dopo che le condizioni dei canili municipali erano diventate ingestibili. In Georgia il programma è gestito da un’agenzia municipale dedicata, con il supporto di organizzazioni come Mayhew Georgia, che sterilizza e vaccina migliaia di cani l’anno.

Due cani di quartiere fuori da un hotel a Tbilisi (Il Post)
In Italia, dal 2001 una circolare del ministero della Sanità riconosce ufficialmente la figura del “cane di quartiere”, definito come un cane senza proprietario che, se dichiarato sano e non aggressivo, sterilizzato, microchippato e affidato a un tutor, ha il diritto di vivere libero nel suo territorio. In pratica, però, l’approccio più diffuso è ancora quello di catturare i cani e metterli in canile per anni: secondo i dati più recenti, i cani chiusi nei rifugi italiani sono oltre 100mila, l’80 per cento dei quali al Sud.
Qualche cane di quartiere, comunque, c’è: nel 2022 quelli dichiarati erano complessivamente 1.746, e da allora nuove cittadine, anche molto piccole, hanno aderito a questa soluzione. A Milo, comune di un migliaio di abitanti sul versante orientale dell’Etna, il più piccolo della provincia di Catania, a gennaio il consiglio comunale ha approvato un regolamento che riconosce e disciplina i cani di quartiere, formalizzando un lavoro che i volontari portavano avanti dal 2018.
Lavinia Lo Faro, che guida l’associazione Trucioli e un comitato di quartiere a Milo, racconta che la sua associazione è nata nel 2018 proprio per «affrontare la nostra colonia di cani, che all’epoca era composta di sedici animali». Inizialmente questi cani spaventavano gli abitanti, al punto che un’anziana signora aveva detto a Lo Faro di non riuscire a uscire di casa per fare le passeggiate prescritte dal dottore per paura di essere aggredita. I volontari cominciarono a identificare chi dava da mangiare ai cani e chiesero loro di aiutarli a catturarli in modo che fossero vaccinati, sterilizzati e reimmessi sul territorio con un collarino rosso e una medaglietta con il numero di telefono dei “tutor” responsabili.
Oggi di quei sedici cani ne resta uno solo: la vita media di un cane libero è molto più bassa di quella di un cane domestico. Il cane di quartiere che c’è oggi a Milo si chiama Mongolfiera e, con l’assenso dei volontari, da qualche anno dei ricercatori dell’università di Costanza l’hanno dotata di un collare GPS per studiare il comportamento degli animali in relazione all’attività dell’Etna. Il tracciamento mostra che percorre anche dieci chilometri al giorno e torna sempre ai suoi punti di stazionamento, dove sa di trovare cibo, acqua e riparo.

Mongolfiera in una piazza di Milo (Associazione Trucioli)
Il modello, comunque, non ha funzionato con tutti. Lo Faro racconta il caso di una cagna soprannominata Monella, nata per strada da madre randagia e avvicinata quando era già adulta, che continuava a mordere le caviglie di chi le dava da mangiare, tanto che i volontari sono stati costretti a chiederne l’allontanamento. Finì in un rifugio, «che è la cosa che ci piace di meno», ha detto Lo Faro.
Anche nei casi migliori, il CNVR funziona solo a certe condizioni. Gli studi indicano che servono tassi di sterilizzazione molto alti e mantenuti nel tempo, e soprattutto che l’immigrazione di cani nuovi può rendere vani i tentativi. A Taiwan, per esempio, un programma intensivo condotto in un parco nazionale è riuscito a ridurre la popolazione di cani randagi solo marginalmente, perché ogni anno arrivavano tra i cinquanta e i cento cani, in larga parte abbandonati.



