Storie di aziende nate per fare una cosa e finite a fare tutt’altro

Tra le altre Instagram, YouTube, Nokia e Slack: per le startup il cosiddetto "pivot" è più frequente di quanto si pensi

La celebre scena "pivot" di Friends
La celebre scena "pivot" di Friends
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Questo mese Midjourney ha annunciato una nuova divisione dell’azienda con l’obiettivo di sviluppare uno scanner a ultrasuoni che sarà in grado, secondo il suo CEO David Holz, di ottenere «una qualità di immagini comparabile a quella delle macchine per la risonanza magnetica». La novità ha fatto discutere non solo perché ci sono alcuni dubbi sulla fattibilità del progetto ma anche perché Midjourney non opera e non ha mai operato nel settore medico.

L’azienda, fondata nel 2022, è stata tra le prime a imporsi nel settore dell’intelligenza artificiale (AI) generativa, come uno dei servizi più usati per la creazione di immagini. Da allora ha dovuto affrontare una concorrenza crescente, e ha finito per cercare un’alternativa. In questi casi, nel gergo delle startup, si parla di “pivot” (“ruotare, svoltare”), una pratica con cui un’azienda cambia il proprio prodotto o modello di business, quando l’idea iniziale non funziona come previsto o emerge un’opportunità più promettente.

Spesso a fare il pivot sono aziende nate da pochi anni, che hanno un team di lavoro snello e non hanno ancora un prodotto consolidato, per cui possono cambiare strategia anche radicalmente con maggiore facilità rispetto alle aziende più grandi. È una cosa che succede più spesso di quanto si immagini, e in alcuni casi con un successo tale che poi nessuno si ricorda delle origini.

Tra le aziende più famose c’è per esempio Instagram, che prima di diventare un social network fotografico si chiamava Burbn ed era un servizio per il check-in nei luoghi pubblici, che permetteva di registrare la propria presenza in bar e ristoranti, segnalandola agli amici. L’applicazione era considerata troppo difficile da usare e subì la concorrenza di servizi simili all’epoca in voga. Durante la fase sperimentale di Burbn, però, uno dei fondatori dell’azienda notò che gli utenti apprezzavano particolarmente la possibilità di condividere e modificare le foto offerta dall’app, e fu quindi deciso di ricostruire il prodotto da zero puntando su una nicchia meno competitiva, quella della fotografia mobile.

Anche YouTube ha avuto un’origine simile. Inizialmente i suoi fondatori l’avevano immaginata come una piattaforma di video online dedicata al dating: l’idea era che le persone caricassero video in cui si presentavano a potenziali partner, ma nessuno si fece avanti. Fu quindi deciso di aprire il sito a video di qualunque tipo e pochi mesi dopo, il 24 aprile 2005, fu caricato il primo video sulla piattaforma, “Me at the zoo”.

In alcuni casi, le aziende che fanno il pivot puntano su un piccolo elemento di successo sviluppato all’interno del progetto che hanno deciso di abbandonare. È il caso di Slack, nota app per le comunicazioni usata da aziende e gruppi di lavoro, che nacque da Glitch, un videogioco online multigiocatore pubblicato nel 2011. Durante la lavorazione, che fu particolarmente difficile e dispendiosa, il team di sviluppatori creò una chat a uso interno che poi divenne la base per il servizio per cui oggi sono famosi.

Qualcosa di simile è successo con Discord, la popolare piattaforma per appassionati di videogiochi, che nacque dal lavoro su Fates Forever, un videogioco di tipo MOBA (multiplayer online battle arena, un genere che si gioca solitamente online e in squadre) uscito nel 2014. Il gioco non ebbe successo ma includeva una funzione di chat testuale e vocale molto promettente, su cui ci si basò per creare Discord.

Il pivot non avviene però solo nelle startup. Un caso è quello di Nokia, che nel corso della sua storia, iniziata in Finlandia nel 1865, ha fatto più di una di queste svolte. Nata come cartiera, Nokia si espanse arrivando a costruire dispositivi per la comunicazione per conto dell’esercito finlandese. Negli anni Ottanta e Novanta del Novecento vendette la divisione che produceva carta e si affermò a livello globale con i suoi telefoni cellulari, che dominarono il settore fino ai primi del Duemila, quando divennero superati con la diffusione degli smartphone. Successivamente Nokia cambiò ancora strategia, per concentrarsi soprattutto sull’infrastruttura di rete necessaria ai collegamenti telefonici e a internet.

Negli ultimi anni molte aziende tecnologiche hanno cambiato drasticamente strategia per concentrarsi sulle AI, in quello che viene detto “pivot to AI”. Il caso più emblematico è quello di Allbirds, un marchio californiano di calzature, che lo scorso aprile ha annunciato che si sarebbe convertito in una società di servizi AI chiamata NewBird AI. Il giorno dopo anche Myseum, una società che sviluppa prodotti social, ha cambiato nome in Myseum.AI, contestualmente a una «svolta del suo business verso l’infrastruttura computazionale per le AI». In entrambi i casi, il valore delle aziende ha registrato un forte aumento nelle ore successive all’annuncio.

Anche CoreWeave, una delle aziende che più ha beneficiato della corsa ai data center, i grandi centri di elaborazione dati necessari alle AI, ci è arrivata attraverso un cambiamento di strategia riuscito. Nata nel 2017 con il nome di Atlantic Crypto, CoreWeave si specializzò nel “mining” dei Bitcoin e altre criptovalute, investendo sin da subito nell’acquisto di GPU, le potenti schede grafiche necessarie per risolvere i complessi problemi matematici alla base di queste valute digitali. Quando l’interesse per il settore delle cripto scemò drasticamente nel 2022, CoreWeave dovette cercarne un altro che avesse bisogno di quella stessa potenza di calcolo, e lo trovò nelle AI. Da allora ha stretto accordi commerciali con aziende come Nvidia, Google e Meta per l’utilizzo dei suoi data center.