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  • Lunedì 29 giugno 2026

In Venezuela è tutto contro i soccorritori

Mancano i mezzi per scavare dopo i terremoti, le infrastrutture sono fatiscenti e il regime è più un ostacolo che un aiuto

Persone cercano sopravvissuti a La Guaira, una delle zone più colpite dai terremoti, 27 giugno 2026 (AP Photo/Matias Delacroix)
Persone cercano sopravvissuti a La Guaira, una delle zone più colpite dai terremoti, 27 giugno 2026 (AP Photo/Matias Delacroix)
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In Venezuela, dove nella notte tra mercoledì e giovedì due violenti terremoti hanno colpito la zona nord del paese, gran parte delle operazioni di soccorso è svolta non da squadre specializzate ma dalla popolazione, che sta scavando per lo più con le mani o con mezzi di fortuna. L’arrivo degli aiuti internazionali, seppure ingente, non è sufficiente per la portata del disastro. Il regime al governo si è mostrato incapace di fornire una risposta adeguata, in parte per la propria corruzione e inefficienza e in parte per la gravissima situazione economica nazionale: mancano infrastrutture e mezzi da anni.

Secondo i dati del governo, nel terremoto sono morte 1.450 persone e i feriti sono più di 3.100. È probabile che il numero salirà di molto. Una piattaforma pubblica in cui le persone possono segnalare i loro cari che non si trovano mostra che le persone disperse sono quasi cinquantamila. Non è una statistica ufficiale e i numeri potrebbero variare anche di molto, ma dà un ordine di dimensione del disastro.

Secondo gli esperti e i gruppi di soccorso, durante una catastrofe come il doppio terremoto che ha colpito il Venezuela le prime 48-72 ore sono fondamentali per trovare i sopravvissuti tra le macerie: passate quelle, le possibilità diminuiscono drasticamente, perché è difficile resistere senza acqua e respirando polvere. In Venezuela le 72 ore sono scadute domenica.

Le polemiche hanno riguardato anzitutto il fatto che molti degli oltre 800 edifici collassati erano case popolari costruite dal regime chavista (da Hugo Chávez, che governò tra il 1999 e il 2013) senza grossi riguardi per la sicurezza. Un abitante di Caraballeda, una cittadina costiera a nord della capitale Caracas, ha raccontato al Wall Street Journal che prima del terremoto scherzava sul fatto le loro case fossero fatte di polistirolo. Ma dopo il crollo è stato davvero trovato del polistirolo tra gli strati di cemento, come riempitivo. In molte aree i pallini bianchi sono dappertutto.

I problemi principali però riguardano i soccorsi. In Venezuela mancano i mezzi pesanti che sarebbero necessari per gli scavi, e le infrastrutture sono fatiscenti. I pompieri non hanno mezzi sufficienti, gli ospedali si sono riempiti immediatamente di feriti e attualmente sono al collasso.

Il regime – colpito dall’attacco statunitense di gennaio, quando fu catturato l’allora presidente Nicolás Maduro – non è stato in grado di organizzare adeguatamente i soccorsi. Per giorni, anche nelle zone maggiormente colpite, gli abitanti sono rimasti da soli a scavare, con mezzi di fortuna e senza coordinamento pubblico: molti sopravvissuti sono stati trovati dalla gente comune, e portati in ospedale su auto private.

Secondo il governo, in Venezuela sono arrivati soccorritori da 24 paesi del mondo: in gran parte dall’America Latina ma anche da Europa e Stati Uniti, che hanno promesso grandi aiuti al nuovo regime della presidente Delcy Rodríguez. Rodríguez era la vicepresidente di Maduro, e dopo la sua cattura ha assunto una posizione favorevole all’amministrazione di Donald Trump.

Soccorritori statunitensi e francesi estraggono una persona dalle macerie, 28 giugno 2026 (AP Photo/Matias Delacroix)

Soccorritori statunitensi e francesi estraggono una persona dalle macerie, 28 giugno 2026 (AP Photo/Matias Delacroix)

In Venezuela l’unico settore pubblico efficiente e ben fornito è quello dei militari, con cui il regime ha sempre avuto un rapporto molto stretto. L’esercito è effettivamente stato mandato nelle zone colpite dal disastro, ma soltanto per mantenere l’ordine pubblico: i militari pattugliano armati, e secondo numerose testimonianze si rifiutano di aiutare nei soccorsi. Negli ultimi decenni l’esercito, posto a servizio di un regime autoritario, ha avuto l’unica funzione di reprimere il dissenso. Ancora adesso, nonostante i terremoti, sembra che la priorità del regime sia di mantenere il controllo.

A Tanaguarena, un’altra località sulla costa, l’agenzia AFP ha raccontato che parte della popolazione si è rivoltata contro i soldati presenti e li ha obbligati ad aiutare con le operazioni di soccorso.

Un soldato cammina armato tra i sopravvissuti a La Guaira, 28 giugno 2026 (AP Photo/Fernando Vergara)

Un soldato cammina armato tra i sopravvissuti a La Guaira, 28 giugno 2026 (AP Photo/Fernando Vergara)