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  • Lunedì 29 giugno 2026

La capitale europea circondata da baraccopoli

A Lisbona i quartieri informali sono sempre più numerosi e abitati, anche da persone espulse dai prezzi troppo alti del centro

di Valerio Clari

Lo sgombero prima di una demolizione a Loures, a nord di Lisbona, nel 2023 (AP Photo/Armando Franca)
Lo sgombero prima di una demolizione a Loures, a nord di Lisbona, nel 2023 (AP Photo/Armando Franca)
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Da qualche tempo a Lisbona alcune associazioni di residenti organizzano giri per il centro chiamati gentrificatour. Indicano da fuori appartamenti di lusso costruiti all’interno di vecchi conventi, case disabitate con finestre murate per evitare le occupazioni, un’area abbandonata da decenni dove doveva sorgere un museo, e una scuola parzialmente crollata a causa di lavori per costruire la piscina di un hotel.

La scarsità di case a prezzi abbordabili è una questione dibattuta da tempo, a Lisbona come in molte altre città europee; ma qui una delle ultime conseguenze concrete di questa vicenda ha sorpreso anche gli attivisti. Nella periferia della città, a una decina di chilometri dalle zone più frequentate dai turisti, si stanno materializzando grandi insediamenti informali. In Portogallo li chiamano bairros de barracas (quartieri di baracche): altrove sarebbero definiti slum o favelas.

Il Portogallo in realtà ha una lunga storia di insediamenti informali, estesi e diffusi fino agli anni Ottanta e Novanta. Da tempo però il problema sembrava superato. Negli ultimi due anni invece questi insediamenti sono di nuovo aumentati. Ci vivono migranti arrivati da poco, figli e nipoti degli immigrati dalle ex colonie, lavoratori precari, ma anche persone che banalmente non possono più permettersi una casa vera. Alcuni comuni rispondono con le ruspe e le demolizioni, senza proporre soluzioni alternative.

Una casa abbandonata e parzialmente distrutta a Lisbona, il 5 giugno 2026 (Valerio Clari/il Post)

Rita Silva fa parte dell’associazione Vida Justa, che si occupa di questioni sociali, esigenze abitative e lotta al razzismo. Quartieri informali e demolizioni fanno parte della sua attività da vent’anni, dice, «ma negli ultimi due anni i nuovi slum sono “esplosi”: in un posto dove vivevano sei famiglie ora ce ne sono mille. E aumentano ogni giorno, quando vai lì si sente il rumore costante dei cantieri».

Vida Justa prova a bloccare le demolizioni, o a far sì che le famiglie delle baraccopoli vengano ricollocate in altre abitazioni. Secondo loro esistono 23 quartieri informali nell’area metropolitana di Lisbona. Nel 2025 il quotidiano Expresso ne individuò 27. Il fatto che siano ricomparsi è la diretta conseguenza di un’offerta di case insufficiente. Almeno per la maggior parte dei portoghesi che abitano in città. Qui il salario minimo è intorno ai 1.000 euro al mese, e lo riceve circa un quarto della forza lavoro complessiva. A Lisbona difficilmente gli affitti per un bilocale scendono sotto i 1.200-1.300 euro al mese.

Oggi gli insediamenti informali più numerosi si trovano nei comuni di Amadora, Loures e Odivelas, a nord, e di Almada e Seixal, a sud. Ma ci sono baracche anche a Lisbona-Lisbona, spesso nascoste in mezzo agli orti cittadini, o vicino ai letti dei fiumi secchi.

I quartieri più grandi sono nati in zone vuote o campi vicino a strade o autostrade: ora hanno gruppi di case o baracche, a volte in mattoni e cemento, a volte in lamiera, divise da stretti vicoli non asfaltati, pieni di materiale da costruzione di scarto e qualche rifiuto. Quando piove queste stradine diventano molto fangose. Le case sono a un piano, e non hanno allacciamento alla rete idrica (ci sono rifornimenti saltuari con autobotti) o a quella elettrica. In passato c’erano stati allacciamenti abusivi da parte di alcuni abitanti, che sono stati tagliati. Ora perlopiù ci si arrangia con generatori a gasolio. Non c’è nemmeno una rete fognaria, molte case hanno scarichi direttamente all’esterno, o in piccoli fossati e rivoli scavati per questa ragione.

Negli anni alcuni di questi insediamenti sono stati consolidati, resi stabili o rinnovati: come l’area centrale di Quinta do Ferro, dove erano state costruite case intorno a tre vie “non ufficiali”, chiamate A, B e C, e dove dal 2017 sono in corso lavori pubblici di sistemazione.

Il quartiere informale Quinta do Ferro a Lisbona, in fase di ristrutturazione, il 5 giugno 2026 (Valerio Clari/il Post)

Nei comuni dell’hinterland, che siano governati dalla destra o dalla sinistra, si è deciso di intervenire quasi solo con le demolizioni, che avvengono spesso senza preavviso e non portano a riqualificazioni delle aeree o a un ricollocamento degli abitanti.

A Odivelas, a nord di Lisbona, ad aprile l’amministrazione comunale ha pubblicato un bando da 280mila euro per trovare un’azienda privata che si occupi di distruggere le baracche. In alcune occasioni chi si è trovato con la propria abitazione distrutta ha continuato a vivere lì, in tende o in soluzioni ancora più precarie, dicono le ong.

Una parte degli abitanti in precedenza viveva in case vere, ma l’aumento degli affitti li ha costretti a spostarsi in queste zone: è il caso per esempio del Bairro Penajóia, ad Almada, uno dei quartieri informali in crescita più rapida. Le scuole delle zone “ufficiali” più vicine non hanno posti a sufficienza per tutti i bambini che si sono trasferiti lì.

Il problema ha radici storiche: l’edilizia popolare in Portogallo è poco sviluppata ed è pari al 2 per cento dell’offerta totale delle case. Durante la dittatura fascista instaurata da António de Oliveira Salazar nel 1933 e proseguita fino al 1974 le misure di sostegno sociale erano di fatto assenti, così come le case popolari. I quartieri informali erano tollerati e si svilupparono ulteriormente dopo la fine della dittatura, quando avvennero grandi spostamenti di persone in seguito a flussi migratori sia interni (dalle campagne alle città), che dall’estero. Per esempio arrivarono in Portogallo gli abitanti delle ex colonie e i portoghesi rientrati in patria in seguito al processo di decolonizzazione.

Un primo tentativo di eliminare le baraccopoli avvenne negli anni Novanta, con il Programma Speciale di Rialloggio (PER). Era un meccanismo finanziario che permetteva ai comuni di ottenere soldi dal governo centrale a condizioni assai agevolate per costruire case popolari.

Simone Tulumello, ricercatore dell’Istituto di Scienze sociali dell’Università di Lisbona, dice: «Furono però politiche molto frammentate, e ogni comune operò in modo diverso. Alcuni con soluzioni interessanti, altri con case di pessima qualità nei quartieri più lontani e periferici». Il tutto procedette molto a rilento, e con episodi – dice sempre Tulumello – «di razzismo istituzionale, che escludeva soprattutto gli immigrati dalle ex colonie», mandandoli a vivere il più lontano possibile.

Le demolizioni al quartiere Montemor di Loures, nel 2024 (Vida Justa)

Alcune delle opere previste dal PER non erano ancora partite agli inizi degli anni Duemila. I fondi per le politiche abitative si esaurirono quando il governo portoghese adotto politiche di austerità per ottenere prestiti dall’Unione Europea, dopo la crisi economica del 2008-09. Per alcuni anni grazie a una grande mobilitazione dei cittadini furono comunque bloccate le demolizioni, o garantito il ricollocamento di chi veniva sfrattato.

Alcune delle riforme chieste dall’Unione Europea riguardavano anche il settore della casa: furono liberalizzati gli affitti, che erano rimasti perlopiù bloccati per decenni. Fino ad allora molti inquilini del centro pagavano affitti bassi, ma le case non erano mai state rinnovate e si trovano in condizioni fatiscenti.

Al contempo per attirare capitali dall’estero il governo portoghese favorì due programmi, poi sospesi fra il 2023 e il 2024, che hanno influito ulteriormente sulla penuria di case.

Le Golden Visa concedevano a chi investiva fra i 300mila e i 500mila euro in immobili in Portogallo un permesso di residenza, e dopo 5 anni il passaporto portoghese. Causarono un aumento dei prezzi, ma anche la creazione di un mercato di case di lusso, che spesso dopo ristrutturazioni totali sostituivano quelle storiche. Poi però rimanevano vuote: venivano comprate per ottenere il visto, ma poi non venivano abitate. L’altra misura era il cosiddetto NHR, il regime fiscale per residenti non abituali. Prevedeva in sintesi una flat tax bassa per chi si trasferiva in Portogallo dall’estero: è stata utilizzata da molti, anche italiani.

I nuovi arrivati, specie se statunitensi, avevano capacità di spesa sul mercato immobiliare molto superiori ai residenti locali: cosa che ha portato a una crescita dei prezzi delle case e al progressivo allontanamento dei più poveri verso le periferie, e in alcuni casi verso le barracas. Il colpo finale, soprattutto a Lisbona, l’ha dato il gran numero di abitazioni destinate agli affitti brevi per turisti.

I lavori in corso alla Quinta do Ferro, a Lisbona, il 5 giugno 2026 (Valerio Clari/il Post)

Catarina Carvalho, giornalista del sito di informazione locale Mensagem, dice che la cosa paradossale è che a Lisbona esistono 50mila case vuote. È un dato che torna spesso nel dibattito pubblico, e che oltre agli elementi citati riguarda le eredità. In Portogallo ci sono 3,4 milioni di case di campagna e 500mila abitazioni cittadine bloccate da contenziosi ereditari, o dal fatto che gli eredi all’estero, semplicemente, non si trovano (il Portogallo è stato per decenni soprattutto un paese di emigrazione).

Una nuova legge proposta dal governo di centrodestra e in discussione in parlamento prevede che dopo due anni basti il parere di un solo erede per decidere di mettere in vendita una casa. Non è detto, però, che una volta venduta una certa casa venga rimessa sul mercato a condizioni accessibili.

Altre iniziative politiche sono state ancora più contestate: per esempio gli sgravi fiscali a chi affitta a “prezzo moderato”, una categoria che il governo di Luís Montenegro fa arrivare fino a 2.300 euro. È una cifra molto alta per il mercato portoghese, che di fatto non ha incentivato i proprietari ad abbassare i prezzi degli affitti.

A Lisbona il sindaco Carlos Moedas (di centrodestra) ha rivendicato due misure della sua amministrazione: la consegna di alcuni appartamenti comunali a canoni inferiori al mercato, e un sussidio pubblico per chi spende per gli affitti oltre il 30 per cento del proprio stipendio. Nel primo caso si tratta però di poche decine di case l’anno. Nel secondo i fondi sono limitati e vengono concessi a un numero ridotto di persone scelte per sorteggio fra chi fa richiesta.

Sono molto più numerose le collaborazioni fra fondi e investitori privati per la conversione commerciale di edifici che un tempo erano pubblici, che magari diventeranno un hotel o un centro commerciale. La fotografa Jamila Baroni, il cui lavoro evidenzia i problemi di sviluppo di Lisbona, dice: «Questa città continua a essere in vendita, sempre di più».

Demolizioni a Loures, a nord di Lisbona, nel 2023 (AP Photo/Armando Franca)

Silva di Vida Justa dice che nel contesto attuale è anche molto difficile per gli attivisti provare a difendere chi sta per essere sfrattato, perché la politica e soprattutto i partiti di estrema destra presentano questa situazione come un problema legato all’immigrazione, quando invece «quasi sempre si tratta di lavoratori in settori poco remunerativi come edilizia e turismo. Il risultato è che per una parte dell’opinione pubblica il fatto che una famiglia con bambini si trovi per strada con la casa distrutta e nessuna soluzione alternativa non è più scandaloso».