Un giorno nella vita di un medico di Emergency a Gaza

«La schizofrenia della guerra è la cosa più difficile da spiegare. Ci si sente disuniti. Come fa quel tizio in frac a essere tanto lindo tra le macerie? Com’è possibile che la melodia del gelataio ambulante entri dalla mia finestra accompagnata dai boati delle bombe? Possono davvero esserci 881 morti durante una tregua?»

(Archivio Emergency)
(Archivio Emergency)
Irdi Memaj
Irdi Memaj

Medico di emergenza-urgenza, lavora nella clinica di Emergency ad al-Qarara (Khan Younis), nella Striscia di Gaza, da agosto 2025.

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Alle 21:12 è arrivato un ordine di evacuazione per i quartieri di Bureij e Nuseirat. Due dei nostri infermieri gazawi abitano lì.

Quando ho letto la notizia, ho scritto loro per sapere se stessero bene. Mi hanno risposto che erano in strada, ad aspettare il bombardamento. Dato che l’ordine di evacuazione colpiva due quartieri attigui, le persone si erano radunate nella strada che li separa, perché non c’erano altre vie di fuga. La mattina seguente gli infermieri mi racconteranno che passare la serata in strada in attesa del bombardamento ha ormai il sapore delle feste estive di paese: ci sono tutti i vicini con cui chiacchierare, scherzare e spettegolare, mentre si sente il fresco della brezza marina.

Alle 22:43 è arrivata la bomba su Bureij e sono accorse le ambulanze per raccogliere i feriti, ma per portarli in ospedale sarebbero dovute passare da Nuseirat che non era ancora stato bombardato. Hanno quindi dovuto aspettare all’ingresso del quartiere con i feriti a bordo e sono potute ripartire in fila verso l’ospedale solo dopo le bombe su Nuseirat, mentre altre ambulanze accorrevano a soccorrere i nuovi feriti. Scampato il pericolo, i nostri infermieri sono tornati a casa, perché casa loro c’era ancora, per quella volta.

Veduta satellitare dei quartieri di Nuseirat e Bureij via Google Maps

La mattina successiva Said, uno di quegli stessi infermieri, è tornato al lavoro nella clinica di Emergency ad al-Qarara, portando dolci per tutto lo staff per annunciare il suo fidanzamento. Non stava nella pelle dalla gioia, mentre obbligava tutti a mangiarne almeno uno.

La schizofrenia della guerra è la cosa più difficile da spiegare a chi non ne ha mai vissuta una: la scissione dell’Io, individuale e collettivo, altera la realtà perché provoca un cortocircuito lisergico che manda in tilt il sistema sensoriale, emotivo e razionale. Ci si sente disuniti, come mai prima.

Come fa quel tizio in frac a essere tanto lindo, mentre cammina tra le macerie? Com’è possibile che la melodia del gelataio ambulante entri così puntuale dalla mia finestra tutti i pomeriggi, accompagnata dal ronzio dei droni e dai boati delle bombe? Come puoi scherzare, mentre guardi il cumulo di macerie di fianco a quella che era casa tua, dicendoti che un tempo quello era il palazzo più alto di Gaza e adesso è il più basso, se un attimo prima hai sobbalzato di paura perché un cassetto è stato sbattuto bruscamente? Possono davvero esserci 881 morti durante una tregua? Perché le bancarelle sudicie pullulano di bibite gassate, mentre 400mila persone soffrono ancora la fame?

(Archivio Emergency)

Qualche sera fa è arrivato un ordine di evacuazione a un chilometro e mezzo da casa nostra, a Deir al-Balah. Abbiamo guardato dal tetto i puntini rossi lampeggianti che sorvolavano l’obiettivo, mentre in sottofondo uno stereo faceva vibrare le pareti di tutto il quartiere, distorcendo i liuti e crepando i bassi, perché non lontano si celebrava un matrimonio. Il crescendo del sibilo del missile in avvicinamento ci ha fatto trattenere il fiato per tre secondi, fino a quando il boato distante ha sciolto l’angoscia. In quei tre secondi non ho più sentito la musica, ma la musica non si era fermata, scorreva imperterrita.

Mi chiedo quanto fossero disunite quelle persone per festeggiare in questa situazione, mi chiedo se non fossero all’apice della loro unione.

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