I parastinchi dei calciatori si sono ristretti
C'entrano la comodità, l'estetica e un regolamento che li rende obbligatori ma senza troppi dettagli
di Simone Mannarino

I parastinchi, che nel calcio servono a proteggere le tibie dai calci, sono diventati sempre più piccoli e leggeri. Fino a qualche anno fa erano pezzi di plastica dura lunghi più di 15 centimetri, mentre oggi tra i calciatori – soprattutto quelli più giovani – sono grandi quanto una carta di credito. Si continuano a usare per via di una vaga regola che ne impone l’utilizzo, ma hanno ormai poco a che fare con la protezione delle tibie (o, come si dice in gergo e in genere tirando in ballo i santi, degli stinchi).
Il primo a indossarli fu Sam Weller Widdowson, difensore e capitano del Nottingham Forest ed ex giocatore di cricket. Lo fece nel 1874, per proteggere la tibia che si era rotto proprio a causa di un calcio dato da un avversario. Era un calcio ben diverso, molto più fisico e assai meno regolamentato. Widdowson detiene quello che si può definire il “brevetto” dei parastinchi: prese due protezioni che si usano tuttora nel cricket, lunghe abbastanza da coprire l’intera gamba, e le tagliò di una misura utile a coprire solo la tibia. La sua trovata però non ebbe troppa fortuna e le protezioni per i calciatori rimasero scarse e improvvisate.
Circa cent’anni dopo per esempio, nella finale dei Mondiali del 1970 tra Brasile e Italia, Pelé, il giocatore più forte della nazionale brasiliana, fu colpito dagli avversari con vari colpi violenti. Uno di questi contrasti gli provocò un profondo taglio alla tibia che richiese diversi punti di sutura. L’incidente, capitato durante la partita più seguita nel calcio, aumentò l’interesse per la ricerca di una soluzione, che però arrivò quasi vent’anni più tardi.
Più che le preoccupazioni per gli infortuni alle tibie, i parastinchi si diffusero infine come protezione contro il virus dell’AIDS, per limitare i possibili contagi (il virus si può trasmettere attraverso il sangue). La FIFA, l’ente che governa il calcio mondiale, fece un primo regolamento in cui i parastinchi diventarono obbligatori perché si era notato che le ferite alle tibie erano le più frequenti sui campi da calcio e che i materiali utilizzati, spesso spugne o stracci non sterilizzati, non erano adeguati per contenere le emorragie. Fu con i Mondiali in Italia nell’estate del 1990 che i parastinchi divennero obbligatori per tutti.

Diego Armando Maradona e Giuseppe Bergomi, entrambi con parastinchi belli grossi, ai Mondiali del 1990 (Horacio Villalobos/Corbis via Getty Images)
Un regolamento aggiornato nel 2008 dall’International Football Association Board (IFAB), l’ente internazionale responsabile delle regole del calcio, dice che i parastinchi sono obbligatori e che devono essere realizzati con «materiale idoneo» e avere «dimensioni appropriate». La responsabilità – ovvero la scelta di quanta superficie coprano – è però attribuita al calciatore: non ci sono dimensioni standard previste dal regolamento, né materiali consigliati o imposti.
In sostanza ognuno può fare un po’ come preferisce. C’è chi ricerca maggior libertà a discapito della sicurezza, come l’ex centrocampista del Manchester City Jack Grealish, oggi all’Everton, il quale abbassa i calzettoni e indossa un parastinco grande quanto una saponetta (ha raccontato di aver iniziato a farlo da ragazzo, quando i calzettoni erano troppo piccoli per i suoi grandi polpacci). C’è invece chi preferisce più protezione, come il centrocampista del Brighton James Milner, che ne utilizza di più ingombranti e coprenti. È una differenza spesso generazionale: lo scorso ottobre proprio Milner, allora 39enne, è stato fotografato al fianco del compagno di squadra 17enne Harry Howell. Howell, seguendo la moda attuale, indossava “mini parastinchi”, mentre Milner un modello ultra coprente.
La riduzione delle dimensioni è innanzitutto dovuta alla comodità. I parastinchi degli anni Novanta erano pezzi di plastica dura molto grandi e venivano fissati con l’utilizzo di una banda elastica. I primi prodotti presentavano anche una cavigliera nella parte inferiore che si collegava al parastinco grazie a cuciture o strisce di velcro. Erano ingombranti e per qualcuno scomodi e fastidiosi: rendevano i movimenti più difficili e causavano anche crampi ai polpacci. Inoltre erano spesso così rigidi da non aderire bene alla tibia che avrebbero dovuto proteggere.
La prima evoluzione fu sulla flessibilità. Uhlsport, un’azienda tedesca che divenne famosa nel mondo nei primi anni Ottanta per aver fornito i guanti al portiere della Nazionale italiana Dino Zoff, creò una prima versione di parastinco flessibile e sagomato imbottito di gommapiuma. Il nuovo modello permise di proteggere meglio la gamba, avvicinandosi alla forma che, fino a qualche stagione fa, era ritenuta lo standard comune per calciatori e calciatrici. Il secondo passo fu aumentare la leggerezza. Grazie alle sperimentazioni di brand come Puma e Adidas cambiarono i materiali: dalla plastica dura di fine anni Novanta si passò a una nuova generazione di parastinchi in fibra di carbonio o in Kevlar, una fibra sintetica leggera e molto resistente che viene utilizzata nell’abbigliamento protettivo per automobilisti o per i giubbotti antiproiettile.
Col tempo, poi, hanno cominciato a rimpicciolirsi. Paulo Dybala, Pedri e Khvicha Kvaratskhelia sono solo alcuni dei calciatori famosi che hanno indossato in campo parastinchi sempre più piccoli, o utilizzato materiali poco convenzionali per maggiore comodità. Il principio è semplice: molti calciatori hanno scelto di privilegiare la comodità, e in parte anche l’estetica, anche se questo può voler dire rinunciare a un po’ di protezione. Come per i calzettoni abbassati, anche i parastinchi piccoli sono ormai spesso associati a giocatori veloci e tecnici, che desiderano maggiore libertà durante le partite. Tutto questo avviene in un calcio d’élite sempre più tecnico e veloce, in cui gli arbitri tendono a tutelare i giocatori tecnici.

I parastinchi minimali di Khvicha Kvaratskhelia (Jean Catuffe/Getty Images)
Il più recente sviluppo riguarda la tecnologia. Grazie ad aziende come l’italiana Soccerment e l’olandese FLAIR, i parastinchi permettono di tracciare le prestazioni atletiche e i movimenti in campo dei calciatori. Ci sono ormai parastinchi “intelligenti” che permettono di monitorare dati tecnici come tocchi di palla, passaggi, tiri e heatmap, ovvero le mappe del campo che si colorano in base alla zona dove l’atleta ha toccato più volte il pallone.
Questa funzione potrebbe essere aggiunta anche su parastinchi più grossi, ma per essere appetibili sul mercato attuale le aziende hanno deciso di seguire la tendenza estetica della riduzione delle dimensioni, per renderli più comodi e in linea con le richieste dei giovani calciatori. Tra le grandi squadre la funzione viene svolta perlopiù dai reggipetto con GPS integrato, che sono arrivati prima e sono ancora più sofisticati, ma i parastinchi smart si stanno facendo sempre più largo nelle serie minori. In Italia, per esempio, la squadra di Serie D Club Milano nel 2023 ha iniziato una partnership con Soccerment.
Finora abbiamo parlato di scelte dei calciatori, ma mai delle squadre, che pure i giocatori li comprano e li pagano. I casi di squadre che obbligano i calciatori a usare determinati parastinchi sono pochi, e quasi inesistenti ad alti livelli, anche perché come detto non ci sono regolamenti ufficiali. Nel 2024 in Inghilterra il club amatoriale Penistone Church ha stilato un proprio regolamento interno in cui ha vietato l’utilizzo di parastinchi troppo piccoli, dopo che un loro giocatore si era rotto la tibia in un contrasto. Secondo il club, il quindicenne indossava un paio di parastinchi «più piccoli di una carta di credito», ritenuti in parte responsabili del brutto infortunio. Sempre in Inghilterra anche il Whitley Bay FC Juniors, società dilettantistica nel nord est del paese, ha bandito i mini parastinchi «per via della loro protezione insufficiente».

Spesso i calciatori personalizzano i parastinchi con disegni e foto sportive, o familiari: questi sono dell’attaccante tedesco Karim Adeyemi, dedicati a One Piece (Maja Hitij – FIFA/FIFA via Getty Images)
Il rimpicciolimento generale dei parastinchi si è imposto tanto nel calcio maschile quanto in quello femminile. Non è raro vedere calciatrici con parastinchi di 3 centimetri, esattamente come accade nel calcio maschile. Due sostenitrici della nuova tendenza sono l’attaccante del Chelsea Lauren James e la centrocampista del Lione Lindsey Horan, due delle migliori calciatrici in attività. Durante le partite indossano parastinchi quasi inesistenti, inseriti in calzettoni abbassati fino alle caviglie.
Di avviso diverso le spagnole Aitana Bonmatí e Alexia Putellas, calciatrici del Barcellona e vincitrici del Pallone d’Oro femminile rispettivamente tre e due volte. Quando sono in campo è possibile vederle con parastinchi di circa 7-9 centimetri e con i calzettoni tirati su fino alle ginocchia. Una scelta che può apparire più conservativa, anche se dimensioni simili, che oggi sono tra le più grandi, corrispondono a circa la metà della grandezza dei parastinchi originali.



