Come le culture umane si sono adattate al caldo
In vari modi, attraverso tecniche e abitudini che le temperature estreme potrebbero rendere un modello di riferimento, anche se utile fino a un certo punto

Nel 2023, nel pieno di un’estate calda e siccitosa, il medico e allora ministro della Salute tedesco Karl Lauterbach suggerì di imitare la Spagna e introdurre la siesta in Germania. Fare una pausa pranzo più lunga, disse, sarebbe stato consigliabile sul piano medico per molte professioni. Non era la prima volta che la tradizione spagnola di interrompere il lavoro nelle due o tre ore centrali della giornata veniva citata anche in altri paesi come una buona abitudine collettiva per attenuare gli effetti del caldo.
Da sempre le comunità umane si adattano a condizioni ambientali estremamente varie in tutto il mondo. Come si comportano, cosa mangiano e come si vestono dipende da molteplici fattori: il caldo è forse il più influente, non solo per gli umani. Perché dalle strategie di gestione del calore, in estrema sintesi, dipende l’intera storia evolutiva di qualsiasi specie vivente, a sangue caldo o freddo.
Dato che gli umani vivono in ambienti con climi estremi di ogni continente del pianeta, e dato che regioni sempre più ampie del pianeta sono interessate da fenomeni estremi sempre più frequenti, come fanno gli umani ad adattarsi e acclimatarsi è da tempo un argomento di grande interesse scientifico in antropologia biologica, ecologia, medicina, ingegneria e altri ambiti del sapere.
Diversi studi mostrano che le strategie umane di adattamento al caldo estremo sono differenti l’una dall’altra, e che non esiste un solo approccio valido. Culture diverse hanno sviluppato sistemi sociali, tecnologie e abitudini radicalmente diversi, influenzati da altri fattori ambientali specifici.
Le proprietà degli indumenti sono state fondamentali per il successo evolutivo dell’Homo sapiens, che ha usato l’abbigliamento sia come protezione dal freddo, sia come isolamento dal calore. Ma anche l’umidità nell’ambiente ha condizionato le scelte umane: caldo secco e caldo umido hanno portato ad adattamenti diversi per favorire la termoregolazione, cioè la capacità di regolare la temperatura corporea.

Un gruppo di uomini tuareg chiacchiera sotto i portici di Djanet, in Algeria, il 2 gennaio 2023 (Eric Lafforgue/Art in All of Us/Corbis/Getty Images)
Per secoli i popoli delle aree desertiche, come i tuareg del Sahara o i beduini della penisola araba, hanno utilizzato principalmente la lana perché era il materiale più disponibile, ricavato da animali da allevamento che vivevano e viaggiavano con loro. Il clima arido rendeva infatti impossibile la coltivazione del cotone, un tessuto più leggero, che poteva essere solo importato o scambiato. E allo stesso tempo rendeva necessario proteggersi dagli intensi raggi ultravioletti e dal rischio di disidratazione (l’aria secca rispetto a quella umida rende il caldo più sopportabile, ma al costo di una continua perdita di liquidi tramite il sudore).
– Leggi anche: Quanto caldo è troppo caldo?
Usare un tessuto pesante come la lana per confezionare vestiti aderenti sarebbe stata una scelta controproducente. Indumenti molto larghi e sovradimensionati, che coprono quasi tutto il corpo, permettevano invece all’aria di circolare e di creare una specie di isolamento sulla pelle. Uno studio molto citato, uscito su Nature nel 1980, mostrò anche che il colore degli abiti era indifferente: la quantità di calore assorbito dai beduini esposti al caldo del deserto era la stessa, bianco o nero che fosse il loro vestito, perché il calore aggiuntivo assorbito dall’abito nero si disperdeva prima di raggiungere la pelle.

Tre donne durante un’ondata di calore a New Delhi, in India, il 22 maggio 2026 (Amarjeet Kumar Singh/Anadolu/Getty Images)
Storicamente le popolazioni di aree calde ma molto umide dell’Asia meridionale, del sudest asiatico e dei gruppi indigeni in Sudamerica e Australia hanno utilizzato vestiti diversi perché avevano necessità diverse e disponibilità di materiali diverse rispetto ai climi aridi. Con temperature molto elevate e aria satura di vapore acqueo, per il corpo è più difficile raffreddarsi cedendo calore perché il sudore rimane sulla pelle. I vestiti più adatti erano quindi quelli che non ostacolavano questi processi fisiologici, ed erano fatti di cotone, lino, seta o altri tessuti leggeri disponibili, che le culture di quelle aree avevano nel tempo imparato a lavorare con grande abilità.
Negli ultimi anni, nell’ambito degli studi sull’adattamento culturale ai cambiamenti climatici, è aumentata anche l’attenzione verso le tecniche di raffrescamento passivo, cioè sistemi di progettazione degli edifici che favoriscono la ventilazione e l’isolamento dall’ambiente esterno senza aumentare i consumi energetici. È un approccio tipico dell’architettura di diverse culture e civiltà umane, passate e presenti.
Un esempio molto citato sono le cosiddette “torri del vento” (badghir, in persiano), strutture alte simili a enormi camini aperti su tutti i lati, diffuse da secoli in Asia occidentale e in Nordafrica, e presenti in molti antichi edifici in Iran. In determinate condizioni meteorologiche e microclimatiche – perlopiù nei climi aridi – permettono ai flussi d’aria di circolare attraverso gli edifici e rinfrescare le stanze seminterrate, sfruttando la differenza di pressione tra gli ambienti e l’acqua dei canali sotterranei che raffredda l’aria in entrata.
Oggi è considerato perlopiù un simbolo del passato, reso obsoleto da tecnologie più evolute (ma anche più dispendiose) come i climatizzatori.

I badghir, le “torri del vento”, in un quartiere a Yazd, in Iran, il 6 marzo 2024 (Eric Lafforgue/Art in All of Us/Corbis/Getty Images)
Valorizzare le tecniche e le conoscenze tradizionali delle culture storicamente più esposte al caldo è importante, ma fino a un certo punto. Prima di tutto perché le diverse forme di adattamento emerse nel corso dei secoli sono state influenzate da molti altri fattori a parte il caldo: fattori materiali, culturali e sociali variabili da una zona del mondo a un’altra, e molto difficili da isolare nella ricerca scientifica.
È una considerazione citata spesso in alcune ricerche recenti sulle correlazioni tra norme sociali e fattori ambientali variabili. Secondo uno studio condotto in Iran, per esempio, le comunità con minore accesso alle risorse idriche tendono ad adottare modelli culturali più orientati all’investimento a lungo termine. Una possibile spiegazione, secondo gli autori, è che la scarsità di acqua dolce rende più stringente il bisogno di programmare le azioni future in modo da non esaurirla precocemente.
Ma i limiti di queste ricerche, come ammettono i loro stessi autori, è il rischio molto alto di stabilire correlazioni spurie. Due fenomeni – il caldo estremo e un certo tipo di vestiti, per esempio – potrebbero essere statisticamente correlati. Ma entrambi potrebbero dipendere da una terza variabile, non per forza nota: il tipo di materie prime disponibili, particolari credenze religiose, le condizioni socioeconomiche, e altri fattori ancora.
– Leggi anche: Come l’ambiente influenza le culture
Secondo diversi analisti, dare troppa importanza allo studio degli adattamenti culturali al caldo estremo rischia infine di sminuire la necessità di soluzioni urgenti in condizioni eccezionali per qualsiasi cultura umana, del presente o del passato. Come scrive Jeff Goodell, giornalista esperto di cambiamento climatico, riguardo alle nostre capacità fisiologiche e all’evoluzione dell’ambiente «siamo come attori di Hollywood dell’epoca del muto che all’improvviso si trovano a dover sostenere ruoli parlati. Conosciamo il copione, ma le nostre abilità non sono più adeguate al mondo in cui viviamo».
Secondo le stime più recenti, il caldo estremo negli ultimi anni è stato responsabile in media di circa 546mila morti all’anno nel mondo, di cui 175mila in Europa (più dei morti per arma da fuoco negli Stati Uniti, circa 44mila). In determinati contesti e soprattutto tra le persone più vulnerabili, alcune tecnologie – insieme ad altre soluzioni strutturali e sostenibili – potrebbero essere necessarie e più appropriate di qualsiasi adattamento su scale temporali millenarie.
– Leggi anche: L’aria condizionata non è un lusso



