I medici hanno accettato di lavorare nelle case di comunità

Un medico in una casa di comunità di Bologna (Photo Alessandro Ruggeri/LaPresse)
Un medico in una casa di comunità di Bologna (Photo Alessandro Ruggeri/LaPresse)

I principali sindacati dei medici di medicina generale hanno accettato la proposta fatta dal ministero della Salute e dalle regioni per il loro impiego nelle case di comunità, gli ambulatori pubblici finanziati dal PNRR per rafforzare la cosiddetta medicina territoriale, con un ruolo intermedio tra gli ospedali e i medici. La proposta prevede che i medici di medicina generale lavorino nelle case di comunità fino a un massimo di sei ore alla settimana per 48 settimane all’anno, con turni di almeno tre ore continuative tra le 8 e le 20. Per ogni ora di lavoro è previsto un compenso di 38,72 euro, uguale in tutta Italia.

L’accordo è stato firmato pochi giorni prima della scadenza fissata dal PNRR, che imponeva di definire gli organici delle case di comunità entro il 30 giugno. La soluzione su cui aveva puntato all’inizio il governo era una riforma che avrebbe trasformato i medici di medicina generale da liberi professionisti convenzionati con il servizio sanitario nazionale a dipendenti diretti, così da poterli impiegare con più libertà nelle nuove strutture.

Quella riforma però è fallita prima ancora di essere presentata, per l’opposizione dei sindacati e per le pressioni dentro la maggioranza. Proprio perché i medici resteranno lavoratori autonomi convenzionati, e non dipendenti diretti, non si sarebbe potuto semplicemente assegnarli alle case di comunità: è stato dunque necessario trattare con i sindacati le ore, i compensi e le condizioni di lavoro. L’accordo è stato firmato dalla FIMMG, il principale sindacato dei medici, e dalla FMT (Federazione medici territoriali), mentre si sono detti contrari i sindacati Smi (Sindacato medici italiani) e Snami (Sindacato nazionale autonomo medici italiani).

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