Sono stati liberati i due attivisti italiani della Flotilla detenuti in Libia
Domenico Centrone e Leonarda Alberizia erano in carcere da un mese a Bengasi

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che sono stati liberati i due attivisti italiani della Global Sumud Flotilla che erano detenuti in Libia da un mese, Domenico Centrone e Leonarda Alberizia. Insieme a loro è stato liberato anche Matia Alvarez Rodriguez, attivista dell’Uruguay con anche la cittadinanza italiana, che rientrerà mercoledì in Italia insieme a Centrone e Alberizia. I tre facevano parte di una spedizione composta da oltre 200 persone che stava attraversando il Nordafrica con l’obiettivo di portare cibo, medicinali, ambulanze e altri beni di prima necessità nella Striscia di Gaza passando dal varco di Rafah, al confine con l’Egitto.
Il convoglio era stato fermato al confine fra la Libia occidentale, il cui governo è riconosciuto dalla comunità internazionale, e la Libia orientale, controllata dal generale Khalifa Haftar e il cui governo non è riconosciuto internazionalmente. Il 24 maggio dieci attivisti, tra cui Centrone e Alberizia, avevano attraversato il confine per chiedere alle autorità della Libia orientale di far passare il resto degli attivisti e dei mezzi: erano stati arrestati con l’accusa di ingresso illegale nel paese e da allora si trovano in carcere a Bengasi, sede del governo di Haftar. Tajani ha dato notizia della liberazione solo dei due attivisti italiani e di Alvarez Rodriguez: non si sa se siano stati liberati anche gli altri sette.
Alla loro liberazione si è arrivati tra diverse difficoltà e alcune immotivate lungaggini delle autorità libiche. La loro detenzione era stata prima prolungata e poi l’udienza che ne doveva stabilire l’espulsione era stata rinviata senza preavviso né motivo.
Nei primi giorni della loro detenzione l’organizzazione della Global Sumud Flotilla aveva fatto sapere che i dieci attivisti erano in sciopero della fame per protestare contro la detenzione, i maltrattamenti e l’impossibilità di avere assistenza legale. Secondo la Flotilla erano sottoposti a maltrattamenti psicologici e a lunghi interrogatori, e le autorità libiche negavano loro le visite mediche.
Era servito l’intervento del console generale italiano a Bengasi, la sede del governo della Libia orientale, Filippo Andrea Colombo per ottenere che gli attivisti potessero chiamare la famiglia, potessero farsi una doccia e avere un cambio di vestiti.



