Chi c’è dietro la foto che ha fatto litigare Meloni e Trump

Da 15 anni nessun presidente del Consiglio può fare a meno di Filippo Attili, che finì a fare il fotografo di Palazzo Chigi quasi per caso dopo una carriera da poliziotto

di Valerio Valentini

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al G7 di Evian, 17 giugno 2026. (FILIPPO ATTILI/Ufficio stampa di Palazzo Chigi)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump al G7 di Evian, 17 giugno 2026. (FILIPPO ATTILI/Ufficio stampa di Palazzo Chigi)
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Lo scorso marzo, durante l’intervista di Giorgia Meloni a Pulp, il podcast di Fedez e Mr. Marra, in tanti rimasero colpiti da un curioso fuori onda: quello in cui la presidente del Consiglio, contrariata per un’interruzione, si rivolgeva in modo un po’ infastidito a un certo Filippo, col suo consueto intercalare romanesco. «Ho capito, Filì, famme finì però». Ce l’aveva con Filippo Attili, il suo fotografo e videomaker di fiducia, che non accettava di far proseguire l’intervista con un microfono in mezzo all’inquadratura.

Attili però era stato anche il fotografo e videomaker di fiducia di Mario Draghi, e di Giuseppe Conte; e anche di Paolo Gentiloni e di Matteo Renzi; e prima ancora di Enrico Letta e di Mario Monti. Tutti i presidenti del Consiglio degli ultimi 15 anni. Di lui si sa poco o nulla, nonostante abbia accompagnato da molto vicino i capi di governo dal 2011 in poi: non lo si vede praticamente mai sui giornali o in tv, e in quindici anni è stato coinvolto due o tre volte appena in polemiche estemporanee, sempre finite nel nulla.

È stato lui a scattare alcune delle foto più rappresentative dei vari leader politici: sia durante impegni ufficiali, sia in circostanze più riservate. Ed è lui l’autore della fotografia che ritrae Meloni e Donald Trump su un divanetto durante i lavori del G7 a Évian, in Francia, la scorsa settimana: cioè la foto da cui è scaturito il plateale scontro diplomatico tra Trump e Meloni.

Chi conosce la sua professionalità e il suo scrupolo assicura che Attili può aver scattato una foto in modo così improvvisato, e con delle imprecisioni strane per il suo stile, solo perché evidentemente le circostanze erano molto particolari: c’erano pochi secondi per scattare, e lo si è dovuto fare da una certa distanza, rapidamente, senza dare troppo nell’occhio. Anche questa foto, insomma, dice molto del clima di grande tensione in cui è avvenuto quel colloquio.

Qui, per esempio, una foto analoga di Trump e Meloni, sempre scattata da Filippo Attili, durante il G7 in Canada, nel giugno del 2025

Un paio d’anni fa, una volta Renzi disse di Attili: «È senza dubbio l’italiano che ha partecipato al maggior numero di vertici internazionali: se la gioca, forse, solo con Draghi». Era una battuta, ovviamente, ma piuttosto realistica. Da oltre 15 anni Attili accompagna i presidenti del Consiglio ai G7, ai G20, negli incontri bilaterali. Sa come muoversi, come comportarsi; è conosciuto e riconosciuto dagli staff dei cerimoniali di altri governi e dai colleghi degli uffici stampa dei vari leader. È probabilmente il più longevo ed esperto tra i fotografi al seguito dei capi di stato e di governo dell’Occidente. E questo, pur non essendo un fotografo di professione.

Alla fine del 2011 Benedetta Olivi, la portavoce del presidente del Consiglio Mario Monti, succeduto in modo un po’ rocambolesco a Silvio Berlusconi, si accorse che l’immagine del nuovo capo del governo, tutta improntata all’austerità, rischiava di apparire un po’ troppo grigia. D’altro canto, Monti voleva evitare nuove assunzioni nel suo staff, in un momento in cui interveniva con pesanti restrizioni sulla spesa pubblica. E fu così che a un certo punto le fu segnalato un poliziotto romano che si dilettava con la fotografia, in servizio con ruoli ausiliari all’ufficio comunicazione di Palazzo Chigi, la sede del governo. Monti si affidò a lui. Era Filippo Attili.

Da allora non ha mai smesso, venendo riconfermato da tutti i presidenti del Consiglio che si sono susseguiti. È successo sempre con contratti di diretta collaborazione, dato che non è un dipendente fisso di Palazzo Chigi: significa che ogni nuovo presidente del Consiglio deve rinnovargli il mandato. Finora lo hanno fatto tutti, anche quelli che inizialmente non avrebbero voluto.

Nel febbraio del 2014 Renzi, per esempio, dopo il burrascoso passaggio di consegne con Letta, decise in un primo momento di rinunciare a tutti i collaboratori del suo predecessore. Poi però ne mantenne due: il consigliere diplomatico, che era l’ambasciatore Armando Varricchio, e appunto Attili. La cosa generò polemiche.

Nell’agosto del 2014 alcuni deputati del Movimento 5 Stelle avevano presentato un’interrogazione parlamentare strumentale al ministro del Turismo per denunciare alcune presunte anomalie nello staff presidenziale di Renzi, scrivendo peraltro che «non si comprende come mai, e in quale veste giuridica, un ex appartenente alla polizia di stato (Filippo Attili) accompagni il Presidente, con funzioni di foto-cameraman, venendo distratto dai propri compiti istituzionali».

Quattro anni dopo arrivò al governo Conte, cioè un esponente del Movimento 5 Stelle, e fu il suo fidatissimo portavoce Rocco Casalino a voler confermare Attili, del quale apprezzava il lavoro. Lo stesso successe nel febbraio del 2021: anche in quel caso Draghi voleva rinnovare profondamente lo staff dei collaboratori, facendo a meno di quelli utilizzati da Conte e da Casalino. Attili, sfruttando peraltro anche la buona amicizia che aveva costruito anni prima con Antonio Funiciello, capo di gabinetto sia di Gentiloni sia di Draghi, ottenne però la riconferma, entrando subito nelle grazie della portavoce del presidente del Consiglio, Paola Ansuini.

Anche Meloni poi confermò Attili, nonostante fosse diventata capa del governo con le stesse intenzioni di rinnovamento del personale, e per di più con una certa paranoia per la presenza di collaboratori infedeli a Palazzo Chigi. Oggi sono in grande confidenza.

Queste modalità sono una grossa novità. In passato ogni presidente del Consiglio nominava un fotografo di sua stretta fiducia, e ciascuno aveva il suo: Antonio Scattolon viene tuttora ricordato come «il fotografo di Massimo D’Alema»; Livio Anticoli era per tutti «il fotografo di Silvio Berlusconi». Da quando a Palazzo Chigi c’è Attili, lui è il fotografo di tutti i presidenti del Consiglio che passano di lì.

Un post con cui Attili ricorda il collega Tiberio Barchielli, un anno dopo la sua morte, avvenuta nel novembre del 2017

Se nessuno in questi 15 anni ha saputo fare a meno di lui, lo si deve sia alle sue doti professionali, sia alla sua duttilità, sia alla sua capacità di muoversi e di accattivarsi le simpatie di persone molto diverse tra loro. Quando Renzi arrivò a Palazzo Chigi, per esempio, come fotografo personale volle Tiberio Barchielli, fotogiornalista di lunga esperienza, oltre che concittadino e amico di famiglia dell’allora leader del PD: erano entrambi fiorentini di Rignano sull’Arno.

Attili accettò di collaborare con Barchielli, da cui dice di aver imparato tantissimo, e si specializzò nel videomaking. Fu Attili a introdurre in Italia l’abitudine di condividere con gli inviati dei telegiornali una diretta video durante gli eventi istituzionali, così da facilitare il lavoro dei giornalisti e da garantirsi un maggiore controllo sulle immagini che venivano trasmesse; fu lui, qualche anno dopo, a proporre l’uso di droni per le riprese della presidenza del Consiglio durante il G7 di Taormina, nel 2017, quando la pratica era ancora poco sdoganata.

Tutti lodano la sua efficienza, la sua prontezza di riflessi, la sua rapidità nel decidere. Attili è tra i pochi che vanno insieme ai funzionari dell’ufficio del cerimoniale di Palazzo Chigi, quelli che curano l’allestimento degli eventi, a fare sopralluoghi per decidere se un certo posto è adatto oppure no a ospitare un convegno, un comizio, un incontro internazionale: in pochi istanti riesce a individuare lo sfondo più giusto, e dà indicazioni precise.

È stato lui a suggerire alla portavoce di Draghi, nell’ottobre del 2021, di portare i leader del G20 a gettare la monetina nella fontana di Trevi, a Roma. Ed è stato lui anche il regista di molti dei momenti più curiosi del G7 di Borgo Egnazia, nel giugno del 2025, compreso l’atterraggio dei paracadutisti sul campo da golf vicino al resort pugliese.

Attili, sulla sinistra, insieme a collaboratori e militari coinvolti nei lavori del G7 di Borgo Egnazia

Attili agisce spesso con una certa insofferenza per le lungaggini del protocollo e per la burocrazia che talvolta regola queste procedure: è capitato che, accorgendosi che le decisioni che si stavano prendendo non rispecchiavano i suoi desideri, si rivolgesse direttamente al capo del governo, o ai suoi più immediati consiglieri, per propiziare un ripensamento. È però proprio grazie a questa sua intraprendenza che sa farsi apprezzare nei momenti più delicati.

Al termine del G7 del 2015 a Elmau, in Germania, il presidente del Consiglio Renzi venne richiamato con urgenza a Roma. Doveva quindi tenere in anticipo la consueta conferenza stampa che si fa dopo questi incontri, ma il protocollo esigeva che la prima a parlare pubblicamente nella postazione dedicata alle conferenze stampa fosse la cancelliera Angela Merkel, presidente di turno e padrona di casa.

Con un certo affanno, lo staff di Renzi riuscì ad allestire una saletta dell’hotel che ospitava la delegazione per far arrivare i cronisti un po’ alla chetichella: e fu proprio Attili, che s’era portato dietro di sua iniziativa tutto l’occorrente, a improvvisare un set che potesse essere dignitoso, con una quinta di cartone davanti a un finestrone e un tavolino da reception utilizzato per poggiare i microfoni, assicurando che nelle foto di rito quei dettagli non si sarebbero notati. E così andò.

Dentro Palazzo Chigi Attili si muove con la disinvoltura di chi ne ha viste di tutti i colori, e di chi conosce bene il funzionamento dei vari uffici. Il che spesso gli procura delle gelosie, perché talvolta tende ad andare un po’ oltre il suo ruolo. Durante la pandemia, per esempio, è capitato che chiedesse se una certa persona che aveva fotografato insieme al presidente del Consiglio fosse risultata positiva al coronavirus: voleva verificare che il capo del governo non rischiasse di essere stato contagiato, ma il suo procedere per le vie brevi, chiedendo i dati sensibili senza le necessarie autorizzazioni, generò qualche trambusto.

La sua abilità con i dispositivi elettronici è risaputa: spesso, oltre a fare le foto, si trova a sistemare strumenti d’ogni tipo in situazioni d’emergenza. Per questo c’è chi lo chiama MacGyver, come l’intraprendente e infallibile protagonista della omonima serie tv americana, e chi lo chiama Mr. Wolf, come il personaggio che «risolve problemi» in Pulp Fiction, il celebre film di Quentin Tarantino. Anche in questo caso la sua abilità e la sua capacità di improvvisare gli hanno generato qualche problema: sempre durante la pandemia, quando si diffuse la pratica delle riunioni da remoto, dette dei suggerimenti su come organizzare le videochiamate, indispettendo alcuni addetti alla sicurezza informatica di Palazzo Chigi.

Sono comunque aneddoti noti solo a pochissimi addetti ai lavori. Pubblicamente di Attili non si sa quasi nulla. Questa è un’altra qualità che lo rende apprezzabile agli occhi di un presidente del Consiglio, e che probabilmente gli deriva dalla sua formazione di poliziotto: Attili è estremamente discreto. Essere il fotografo personale di un capo del governo significa non solo scattargli delle belle foto, ma anche essere al suo fianco nei momenti più riservati, ascoltare le sue telefonate, raccogliere i suoi sfoghi, assistere a scene imbarazzanti. Tutti hanno evidentemente la certezza che Attili non riveli queste informazioni riservate: che non faccia pettegolezzi, che non alimenti dicerie, che non parli coi giornalisti.

Molti dei fotografi presidenziali più famosi hanno costruito una certa fama su loro stessi, con velleità artistiche o anche solo perché si sono guadagnati una certa visibilità: è il caso, solo per stare ai più celebri, di Pete Souza, fotografo di fiducia di Ronald Reagan prima e di Barack Obama poi, o di Soazig De la Moissonnière, la fotografa personale di Emmanuel Macron. Attili è un tipo che appena finisce di lavorare a Palazzo Chigi torna nella sua casa nella campagna romana a curare il suo orto: delle sue piante e dei suoi ortaggi va molto fiero, e ne parla spesso con vanto coi suoi interlocutori. Ha poche passioni: il calcio, e soprattutto il tifo per la Roma; la chitarra, che suona con una certa competenza; e la sua motocicletta.