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  • Lunedì 22 giugno 2026

I cinesi spendono poco, ed è un problema anche nostro

I consumi sono in calo e non riescono ad assorbire la produzione industriale, che indovinate dove va a finire?

Un lavoratore al mercato di Jingshan, giugno 2026 (AP Photo/Andy Wong)
Un lavoratore al mercato di Jingshan, giugno 2026 (AP Photo/Andy Wong)
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Per quanto possa sembrare strano, uno dei problemi principali dell’economia mondiale sono i consumatori cinesi. A maggio le vendite al dettaglio in Cina sono calate dello 0,6 per cento rispetto al maggio di un anno fa: è il primo calo dal dicembre del 2022, quando la Cina stava ancora uscendo dai suoi durissimi lockdown anti Covid, ed è un dato preceduto da molti anni di stagnazione.

Questa è anzitutto una cattiva notizia per l’economia cinese, perché se i consumi sono stagnanti o addirittura in calo significa che in teoria i negozi vendono meno, le industrie producono meno e l’economia non cresce. Nella realtà non è esattamente così, e qui arriva la cattiva notizia per tutto il resto del mondo.

Le industrie e le aziende cinesi, visto che non riescono a crescere vendendo al mercato interno, si stanno espandendo impetuosamente all’estero: la concorrenza cinese ha messo in grave difficoltà le industrie locali un po’ dappertutto, dall’Europa al sud-est asiatico. Non è un caso che, mentre i consumi interni calavano, le esportazioni verso l’estero aumentassero del 20 per cento su base annuale.

Il fatto che la Cina consumi troppo poco rispetto a quanto produce è noto da decenni. Se ne parla quanto meno dagli anni Duemila, ed è un tema ampiamente dibattuto anche all’interno della stessa classe dirigente cinese, che a più riprese nel corso degli anni ha promesso di risolverlo senza poi fare niente di davvero concreto. Man mano però che l’economia cinese cresceva e diventava più importante nel sistema mondiale gli effetti di questi squilibri hanno cominciato a diventare più grossi.

Pechino, luglio 2020 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Pechino, luglio 2020 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Attualmente in Cina i consumi interni valgono circa il 40 per cento del prodotto interno lordo (PIL) cinese. Significa che il 40 per cento della crescita del paese è generato dagli acquisti dei cittadini. È un dato basso, che può andare bene per un’economia ancora nelle prime fasi dello sviluppo. Solitamente, quando un’economia diventa via via più matura, la percentuale dei consumi sul PIL aumenta, perché i cittadini diventano più ricchi e con maggiori capacità di spesa, mentre le altre fonti di crescita si riducono. Negli Stati Uniti i consumi valgono più del 65 per cento del PIL, in Italia poco meno del 60, e così via.

Il percorso di sviluppo della Cina però è stato inusuale. Un po’ perché i consumatori cinesi non vogliono spendere. Storicamente le persone cinesi tendono a risparmiare molto, e inoltre l’economia nazionale da alcuni anni sta attraversando molte difficoltà che non incoraggiano le persone a investire e ad avere fiducia nel futuro. Tra le altre cose, in Cina è in corso una crisi immobiliare che va avanti dal 2022: negli anni precedenti milioni di persone avevano acquistato case e appartamenti investendo in abitazioni che adesso valgono anche il 30 per cento in meno.

Senza la possibilità di rifarsi delle perdite, oggi quelle persone hanno tagliato i consumi in altre cose come automobili, elettrodomestici e così via.

La disoccupazione, soprattutto giovanile, è molto alta, mentre salari e pensioni rimangono bassi. Il reddito medio pro capite nel 2025 era di circa 430 euro (anche se nelle zone urbane è molto più alto). Si stima inoltre che 200 milioni di persone, cioè circa un quinto di tutta la forza lavoro, siano impiegati nella cosiddetta gig economy, e che facciano mestieri precari e poco pagati come fattorino e autista. In queste condizioni i soldi sono pochi, la sicurezza per fare investimenti e progetti di lungo periodo manca, e di conseguenza i consumi rimangono stagnanti.

Perchino, maggio 2026 (AP Photo/Andy Wong)

Pechino, maggio 2026 (AP Photo/Andy Wong)

Il governo cinese potrebbe adottare delle misure per stimolare i consumi, un po’ come fanno i governi occidentali. Potrebbe tagliare le tasse, concedere sgravi e sussidi, dare direttamente soldi alle persone, come è successo in Occidente durante la pandemia da coronavirus. Potrebbe anche migliorare il sistema di welfare, che attualmente è ridotto al minimo: in questo modo le persone avrebbero meno bisogno di tenere soldi da parte in caso di emergenza. Ma qui c’è l’altra questione: non solo le persone cinesi non vogliono spendere, ma il governo non vuole che spendano, almeno oltre una certa soglia.

Il regime cinese gestisce e governa l’economia del paese soprattutto tramite le industrie e le aziende. Molte di queste sono pubbliche o a partecipazione pubblica, mentre le altre possono essere indirizzate tramite sussidi, investimenti, incentivi o minacce. Il regime fa in modo che l’economia cinese mantenga un buon grado di competizione e libertà d’impresa, ma segua grossomodo le direttive che vengono dalle autorità. Per esempio negli ultimi anni tutto si è concentrato su quelle che il presidente Xi Jinping ha chiamato le «nuove forze produttive», cioè sulla tecnologia, l’intelligenza artificiale, la transizione energetica e così via.

Per il regime la priorità non è tanto che l’economia sia in buon equilibrio tra produzione e consumi, ma che la produzione rispetti le priorità politiche dettate dallo stesso regime.

In questo contesto rafforzare il potere d’acquisto delle famiglie sarebbe controproducente, perché richiederebbe una redistribuzione delle risorse verso consumi, welfare e servizi, riducendo almeno in parte quelle disponibili per gli investimenti produttivi. Inoltre se le persone avessero più soldi o più sicurezza per aumentare le spese, magari i loro consumi potrebbero andare in direzioni diverse rispetto alle priorità del regime. Il regime vuole che siano prodotti microchip e pannelli solari, ma le persone potrebbero voler comprare elettrodomestici e cosmetici. Questo finirebbe per distogliere risorse dalle priorità economico-politiche di Xi Jinping.

Dunque: a una popolazione già poco orientata ai consumi si somma un governo che non ha l’aumento dei consumi tra le sue priorità (anche se spesso nei documenti ufficiali dice il contrario).

Il congresso del Partito Comunista Cinese nell'ottobre del 2022 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

Il congresso del Partito Comunista Cinese nell’ottobre del 2022 (AP Photo/Mark Schiefelbein)

La conseguenza, come dicevamo, è quello che viene chiamato il “China Shock” (più precisamente il China Shock 2.0, dopo quello che si verificò negli anni 2000 con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio). Le industrie cinesi sono incentivate a tenere altissima la produzione, sia perché il regime vuole sviluppare alcuni settori sia perché è l’unico modo per mantenere la crescita. Ma visto che questa produzione non viene assorbita tutta internamente, viene esportata all’estero. I costi sono spesso bassi e i prodotti sono di qualità crescente, e il risultato è che la concorrenza locale viene sbaragliata.

La Germania sta perdendo 10 mila posti di lavoro al mese nel settore manifatturiero, in buona parte a causa delle concorrenza cinese. Negli ultimi quattro anni l’Indonesia ha perso 250 mila posti di lavoro nel solo settore tessile. L’Unione Europea è così preoccupata che ormai si parla apertamente della possibilità di una guerra commerciale dell’Europa contro la Cina.

Difficilmente le cose cambieranno in futuro, perché il regime di Xi Jinping ha messo in chiaro che intende privilegiare i propri obiettivi politici rispetto agli equilibri economici mondiali, e anche rispetto al benessere della sua popolazione. I paesi colpiti dal “China Shock” potrebbero rispondere con dazi e limitazioni delle importazioni, ma a quel punto i rischi di dannosi conflitti commerciali aumenterebbero.

Tag: cina