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  • Lunedì 22 giugno 2026

Se c’è un accordo, perché negoziano?

Quello tra Iran e Stati Uniti è in realtà molto preliminare, e le cose potrebbero andare per le lunghe: capiamo come funziona

Da sinistra, il vicepresidente americano JD Vance, il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e il primo ministro del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al Thani a  Bürgenstock, Svizzera, 21 giugno 2026 (Fabrice Coffrini/Keystone via AP)
Da sinistra, il vicepresidente americano JD Vance, il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif e il primo ministro del Qatar Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al Thani a  Bürgenstock, Svizzera, 21 giugno 2026 (Fabrice Coffrini/Keystone via AP)
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C’è una differenza essenziale tra il modo in cui l’«accordo» degli Stati Uniti con l’Iran viene definito e descritto, e quello che invece è nella realtà. Le incongruenze sono diventate evidenti fin dalla scorsa settimana, quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato per la prima volta che «l’accordo» con l’Iran era «completo». Shehbaz Sharif, il primo ministro del Pakistan, principale paese mediatore, lo definì un «accordo di pace».

Da quel momento Trump, gli altri leader internazionali e soprattutto i media hanno continuato a parlare di un «accordo», anche se è stato fin da subito chiaro che si trattava di altro: anziché del completamento di un processo negoziale, come aveva detto Trump, era soltanto l’inizio. Per questo, il fatto che Stati Uniti e Iran abbiano dapprima annunciato un accordo e poi si siano rimessi a trattare, esattamente come facevano prima dell’annuncio, potrebbe aver creato qualche incertezza. Capiamo come funziona.

Tecnicamente quello che è stato approvato finora da Iran e Stati Uniti è un memorandum d’intesa (memorandum of understanding in inglese). È solitamente un pre-accordo, legale ma non vincolante, in cui le due parti formalizzano l’intenzione di collaborare, ma rimandano la pratica di questa collaborazione a negoziati successivi, che dovrebbero portare a un accordo completo e definitivo.

Il memorandum tra Iran e Stati Uniti in realtà va già un po’ oltre, perché non prevede soltanto dei propositi di futuri negoziati ma pone anche alcune clausole da attivare immediatamente o quasi, come la riapertura dello stretto di Hormuz e la rimozione delle sanzioni statunitensi sulla vendita di petrolio iraniano. Di fatto, in questo senso, è a metà tra un memorandum e un accordo.

La delegazione iraniana a Bürgenstock, Svizzera: il secondo da destra è il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf; il terzo da destra è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, 21 giugno 2026 (Urs Flueeler, Pool Photo via AP)

La delegazione iraniana a Bürgenstock, Svizzera: il secondo da destra è il presidente del Parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf; il terzo da destra è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, 21 giugno 2026 (Urs Flueeler, Pool Photo via AP)

È un formato tipico della diplomazia di Donald Trump: il suo obiettivo è ottenere il prima possibile almeno qualche risultato in modo da poterlo annunciare subito e presentare come un grande successo, e rimandare al futuro i negoziati sulle questioni più complesse. Per questo domenica la delegazione statunitense e quella iraniana si sono incontrate a Bürgenstock, in Svizzera, per cominciare i negoziati sulla base del memorandum, anche se c’erano già stati dei negoziati in precedenza proprio per arrivare al memorandum. Di fatto finora si è trattato per decidere di cosa trattare, e ora si riparte da lì.

L’obiettivo di questi negoziati è potenzialmente ampissimo. La questione principale riguarda lo sviluppo del programma nucleare iraniano, che gli Stati Uniti vorrebbero eliminare o comunque ridurre il più possibile, per evitare che il paese arrivi a sviluppare un’arma atomica. Altre questioni riguardano il futuro del programma missilistico dell’Iran, il controllo dello stretto di Hormuz e la situazione in Libano, dove proseguono gli attacchi tra Israele e Hezbollah, una milizia alleata dell’Iran.

Il vicepresidente JD Vance, che guida la delegazione statunitense, ha addirittura promesso un completo ripensamento delle relazioni tra Stati Uniti e Iran, che sono ostili da quasi cinquant’anni: «Se la vostra leadership è pronta a rinunciare a essere un fattore di instabilità regionale, se è pronta a rinunciare sul lungo termine all’ambizione dell’arma nucleare, allora gli Stati Uniti sono pronti a trasformare radicalmente il rapporto con il paese».

Negoziati così complicati richiedono mesi o anche anni per essere davvero efficaci, specialmente se le parti hanno posizioni di partenza inconciliabili. L’accordo sul nucleare iraniano fatto nel 2015 dall’amministrazione di Barack Obama, da cui Trump si tirò fuori nel 2018, richiese due anni di trattative. In quell’occasione divenne presto chiaro come il regime non avesse fretta, anzi: mise in discussione ogni punto, specialmente quelli più tecnici e complessi, e allungò i tempi nel tentativo di ottenere condizioni più favorevoli.

Se quindi da un lato è normale non raggiungere risultati definitivi nel giro di pochi giorni, dall’altro il rischio è che, con ambizioni così ampie, i negoziati in corso ottengano qualche obiettivo relativamente facile da raggiungere (un accordo sulla gestione dello stretto di Hormuz, per esempio) e poi finiscano per arenarsi ed essere abbandonati in favore di un mantenimento dello status quo. È quello che è successo nella Striscia di Gaza, dove gli Stati Uniti hanno rapidamente abbandonato le pressioni per una pace duratura e la situazione è in stallo da mesi.

– Leggi anche: Come si negozia la fine di una guerra