Anche i padri possono soffrire di depressione prima e dopo il parto

Ma di questo disturbo si parla poco, è molto stigmatizzato e difficile da misurare

(Getty Images/sankai)
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Circa un padre su dieci soffre di depressione nel periodo che va dall’inizio della gestazione del figlio fino a un anno dopo la nascita, secondo uno studio che ha coinvolto più di un milione di partecipanti in oltre trenta paesi nel mondo. Si chiama depressione perinatale, anche se molti la conoscono come depressione post partum. È un problema piuttosto conosciuto (anche se non sempre curato bene) per quanto riguarda le madri, tra le quali è circa due volte più frequente e dieci volte più studiato. Negli ultimi trent’anni, però, un numero crescente di ricerche ha mostrato che anche nei padri è diffusa e che anche sui loro corpi diventare genitori può avere effetti misurabili.

I sintomi sono generalmente quelli che compaiono anche nelle madri: la sensazione di vuoto che riempie gran parte delle giornate, il calo di interesse verso le cose di tutti i giorni, la difficoltà a concentrarsi, il calo o l’aumento di peso, il sonno che sfugge oppure che non basta mai. Spesso, però, nei padri compaiono anche irritabilità, frustrazione, una maggiore conflittualità con chi sta loro intorno.

Possono sembrare sintomi diversi o meno intensi di quelli nelle madri, e in molti casi è perché vengono mascherati per non disattendere le aspettative più comuni sulla mascolinità. Tradizionalmente si pensa alla figura paterna come affidabile e forte. E oggi, sottolineano alcuni psicologi, possono convivere contemporaneamente sia le pressioni affinché un padre sia breadwinner, cioè responsabile del sostentamento economico, sia nurturer, chi accudisce.

A rinforzare queste idee, raccontano alcuni genitori, sono anche i parenti, gli amici, il personale sanitario incontrato durante la gravidanza e il parto. Quando quel ruolo non viene completamente rispettato, la sensazione di inadeguatezza può trasformarsi in senso di colpa, vergogna, isolamento, in un rapporto complicato con il cibo o nell’abuso di alcol e droghe.

Questi sintomi vengono spesso fraintesi o sottostimati, anche da persone esperte. Gli strumenti con cui misuriamo la depressione perinatale, per esempio, sono stati costruiti sulle madri, e con i padri possono essere meno accurati. Il test più usato è la Scala di Edimburgo (EPDS), un questionario di autovalutazione. Chiede di valutare dieci affermazioni, per esempio «Negli ultimi sette giorni sono riuscito a ridere e a vedere il lato divertente delle cose», scegliendo ogni volta tra quattro opzioni come «Per niente» o «Adesso non proprio come al solito». Da quelle risposte si ricava un punteggio, che permette di stimare la probabilità che il genitore stia soffrendo di depressione. Alcuni ricercatori hanno proposto di abbassare la soglia quando il test è rivolto a un uomo, oppure di costruirne uno pensato appositamente per i padri e la loro sintomatologia.

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Con strumenti tarati in questo modo, contare quanti padri soffrono di depressione perinatale può diventare complicato. In Italia le ricerche al riguardo non sono molte e danno risultati un po’ diversi tra loro. Per uno studio condotto in Lombardia e pubblicato nel 2017 la Scala di Edimburgo è stata somministrata a 126 uomini diventati padri per la prima volta, seguendoli dal parto fino a un anno dopo la nascita. L’undici per cento aveva sintomi gravi, il 37 moderati o lievi.

Un’altra ricerca, pubblicata nel 2023, ha trovato percentuali più basse, ma ha usato un diverso protocollo. Durante le prime visite dei neonati, i pediatri facevano ai genitori alcune domande sulla loro salute, sulla gravidanza, sul parto e sulla depressione. Hanno usato un test diverso, che si basa su due domande: «Durante l’ultimo mese ti sei sentito spesso giù di morale, depresso o senza speranza?» e «Durante l’ultimo mese hai provato spesso poco piacere o interesse nel fare le cose?». Su 2.650 madri, quasi il venti per cento ha riferito di aver provato sintomi depressivi, tra i 2.231 padri la percentuale è scesa al sei per cento e in circa il cinque per cento delle coppie i sintomi erano presenti in entrambi i genitori.

Dalla depressione di un genitore dipende spesso anche quella dell’altro, come è stato osservato in altri studi. Nella madre rende più probabile quella del padre, e quella del padre, a sua volta, peggiora i sintomi nella madre. Non si condivide solo la stanchezza delle notti insonni, ma anche il contesto che può rendere il disturbo più probabile: le difficoltà economiche, una relazione conflittuale, la mancanza di una rete di sostegno solida.

E queste corrispondenze si osservano anche nei figli. Nel 2005 il gruppo di ricerca dell’Università di Oxford guidato dallo psichiatra Paul Ramchandani aveva pubblicato uno studio su ventiseimila genitori con sintomi depressivi nelle prime settimane dopo il parto, per poi osservare il comportamento dei bambini a tre anni e mezzo. «La correlazione tra lo sviluppo comportamentale dei ragazzi e la depressione nei loro padri è sorprendente», aveva detto Ramchandani a NBC News commentando i risultati dello studio. Le ricerche successive hanno seguito quei bambini negli anni, confermando che i figli di padri depressi hanno un rischio più alto di sviluppare problemi emotivi o di comportamento.

Di programmi per aiutare i padri in difficoltà non ce ne sono molti. Una revisione del 2020 ha contato che in 25 anni sono stati una decina gli interventi per i casi diagnosticati di depressione perinatale paterna. Anche per questo sono pochissimi i padri che cercano aiuto, e quando ci provano spesso lo fanno tardi. Uno studio pubblicato lo scorso marzo sulla rivista JAMA Network Open ha analizzato i dati clinici di oltre un milione di uomini che hanno avuto figli in Svezia tra il 2003 e il 2021. Rispetto al periodo precedente al concepimento, le diagnosi di depressione sono aumentate di oltre il 30 per cento, raggiungendo il picco a un anno dalla nascita.

Sulle ragioni che spingono a chiedere aiuto tardi ci sono alcune ipotesi. La prima è che durante la gravidanza e nei primi mesi dopo il parto l’attenzione di tutti sia rivolta alla madre e al bambino, mentre il padre terrebbe per sé le proprie difficoltà. Un’altra è che la stanchezza continui ad accumularsi e i sintomi diventino troppo intensi per essere nascosti o ignorati. Anche le attenzioni e gli aiuti ai neogenitori tendono a diminuire dopo i primi mesi.

C’è anche chi ha notato come in Svezia il picco delle diagnosi coincida con il periodo in cui molte madri tornano al lavoro. Qualcosa di simile si osserva anche in Italia, dove i sintomi tendono ad aumentare intorno al quinto o al sesto mese dopo il parto, quando spesso finisce il congedo di maternità. Alcuni hanno quindi formulato la teoria del “disallineamento evolutivo”. Per gran parte della storia umana i bambini sono stati accuditi da parenti e membri della comunità, mentre oggi la cura di solito ricade quasi interamente sui due genitori. Secondo alcune ricerche, nelle società di cacciatori-raccoglitori ogni bambino riceveva abitualmente l’aiuto di più di dieci adulti. Affrontare la crescita di un figlio quasi da soli potrebbe rappresentare una fonte di stress a cui non siamo adatti.

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Gli studiosi hanno cercato spiegazioni al fenomeno anche nei cambiamenti biologici che avvengono diventando genitori. Nel 2000 alcune ricercatrici canadesi osservarono per la prima volta che negli uomini il livello di testosterone, l’ormone che determina lo sviluppo delle caratteristiche sessuali maschili, diminuisce dopo la nascita di un figlio. Nello stesso periodo alcuni studi segnalarono un’associazione tra bassi livelli di testosterone e sintomi depressivi maschili, alimentando l’ipotesi che i cambiamenti ormonali possano contribuire alla vulnerabilità psicologica dei neopadri.

Ma i cambiamenti non riguardano soltanto gli ormoni. Darby Saxbe, psicologa della University of Southern California, ha mostrato che anche il cervello dei padri subisce modifiche misurabili durante la transizione alla genitorialità. Con il suo gruppo di ricerca, ha sottoposto 38 padri a una risonanza magnetica prima e dopo la nascita del primo figlio, scoprendo che il volume di materia grigia, la regione del sistema nervoso che consente di svolgere le funzioni quotidiane, diminuiva dopo la nascita. Inoltre, le riduzioni erano più marcate in chi mostrava sintomi più gravi di depressione, ansia e disturbi del sonno.

Sebbene questi cambiamenti fisici siano significativi, Saxbe ha suggerito di non medicalizzare eccessivamente il fenomeno e di non trascurare le cause sociali e culturali. Molti studi hanno infatti mostrato come la depressione perinatale negli uomini dipenda da tanti fattori, come una storia precedente di depressione e difficoltà economiche o relazionali. E che non è inevitabile. Individuare precocemente i sintomi, coinvolgere entrambi i genitori nei percorsi di supporto e intervenire prima che l’isolamento e la frustrazione diventino un’abitudine può aiutare le madri, i figli e i padri.