Inferno paranoia
«Mi rendo conto, insomma, che anche io sto partecipando per la mia quota al culto esoterico nei confronti della band: costruisco le mie tesi, basate su informazioni parziali e probabilmente sbagliate, nella speranza di venire a capo di un enigma che non ho capito bene quale sia»

Gli appassionati di musica vivono all’interno di un’antitesi ideologica che da fuori è piuttosto difficile da spiegare. La mia passione per il rock pesante è cominciata intorno alla fine degli anni Ottanta, quando già l’industria musicale spendeva milioni di dollari in campagne pubblicitarie per inculcare nel pubblico l’idea che la pirateria stesse uccidendo la musica. Per pirateria si intendeva la pratica, all’epoca diffusissima, di copiare la musica in maniera illegale; qualcosa che da una parte era il più grande strumento promozionale in mano all’industria (i nastri scambiati da un appassionato all’altro allargavano il pubblico potenziale di ogni artista a un numero di persone che prima era semplicemente impensabile), e dall’altra una consuetudine a cui non era immaginabile di poter porre un freno.
Nacque in quel periodo, come ovvia conseguenza, la ferrea convinzione che la musica sarebbe finita da lì a poco: chi spendeva soldi per produrla veniva depredato da persone che nemmeno erano coscienti di farlo, e presto il sistema sarebbe collassato su se stesso. Quasi quarant’anni dopo, qualunque analisi leggiate sul sistema-Spotify si regge su un pensiero che non è cambiato di una virgola. Ma pur accettando come vera una convinzione così fatalista, il mercato della musica è uno dei più sensibili all’evoluzione della tecnologia. I libri sono uguali da secoli; quelli della mia età hanno ascoltato musica in vinile, audiocassette, CD, file digitali scambiati illegalmente e oggi in streaming. Ogni passaggio ha comportato un cambiamento sostanziale del modo in cui quelli che continuiamo a chiamare ‘dischi’ vengono venduti.
Nell’epoca dello streaming, per esempio, è piuttosto consueto che nei due mesi tra l’annuncio del nuovo disco di una certa band e il giorno di uscita ufficiale quel disco sia già stato reso disponibile per metà: una traccia il giorno dell’annuncio, un’ospitata qui, un’anteprima lì, un’altra canzone per non fare scendere la tensione, eccetera. Ognuno ha una lista di casi per cui l’ha visto succedere, e la ragione è che non c’è nessun ostacolo economico a non farlo succedere: non ci sono costi di stampa, le spese promozionali sono poco differenti, eccetera. Questo flusso continuo di uscite disordinate ha soppiantato quasi del tutto la cultura del leak, con tutto quel che ne consegue in termini di consumo. Per cultura del leak si intende una cosa che fino a una decina di anni fa era non dico una prassi dei fanatici di musica, ma quasi.
Negli anni che vanno dal 2000 al 2015 capitava molto spesso che l’album di un certo tipo di artista (le popstar, ovviamente, ma anche band di riferimento per le comunità indipendenti, fossero rock, hip hop o elettronica) fosse disponibile sulle piattaforme peer to peer prima dell’uscita fisica nei negozi. Una perdita di dati indesiderata, un leak appunto, non molto diverso nell’accezione dai leak di documenti governativi segreti: la musica circola per i computer prima di diventare pubblica, e per tenerla segreta ci si affida a una catena di ordini e prassi che in quell’epoca mostrava le sue debolezze. Data la natura di questi dati, in molti casi succedeva che il leak sulle piattaforme fosse diverso, a qualche titolo, da quello che poi sarebbe comparso effettivamente nei negozi. La differenza poteva essere in un titolo, in un diverso ordine di scaletta, o nella presenza di outtakes, spezzoni che sarebbero poi stati tolti dal disco finito; ma in certi casi si poteva arrivare a dischi che erano finiti online, e quindi negli hard disk degli appassionati, prima del mixaggio finale. In certi casi circolavano dei veri e propri fake, dischi che venivano attribuiti (per citare forse il caso più celebre) ai Death Cab for Cutie ma in realtà erano stati pubblicati da una band tedesca con un sound simile.
Mentre gli analisti più conservatori e le grosse etichette continuavano a lamentarsi dell’ennesima morte della musica, la cultura del falso e del leak è diventata una colonna portante della passione musicale, che mostra i suoi effetti benefici ancora oggi. Per certi versi aveva soppiantato quello che fino alla fine degli anni Novanta era la cultura dei bootleg, un giro parallelo alla discografia emersa in cui gli appassionati scambiavano materiale che da un punto di vista ufficiale non sarebbe dovuto esistere (soprattutto registrazioni live). Col leak una parte del processo di lavorazione che è sempre stato alla base dei dischi finiti diventava patrimonio del pubblico, e quindi materia di discussione.
Perché quegli anni erano gli stessi in cui le comunità online, in particolare i blog e i forum di musica, passavano da nicchie di super-infoiati a componenti fondamentali del discorso culturale: dentro una comunità artisti e album venivano presi in esame in modalità sconosciute in precedenza, una cosa che storicamente è servita non solo a sviscerare le opere e comprenderne il significato, ma spesso a crearne di inediti. E quindi per esempio oggi è impossibile parlare di Burial senza tener conto dell’analisi che Mark Fisher (su quello che era a tutti gli effetti un blog personale) fece del suo primo album. Una volta che si prende questa china gli scenari possibili sono infiniti, e nei casi limite può crearsi una sorta di culto religioso intorno a qualche artista. I Boards of Canada sono con tutta probabilità il caso limite di tutto questo.
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I Boards of Canada nascono prima dell’epoca dei leak. Twoism, che nella prima edizione risale al 1995, contiene già una parte cospicua di quello che sarà il gruppo nella sua forma compiuta. Music Has The Right To Children (1998) e Geogaddi (2002), i loro dischi più famosi, escono subito prima e subito dopo l’esplosione del peer to peer. È uno dei tanti fattori che hanno contribuito alla nascita e soprattutto alla crescita incontrollata di una venerazione intorno alla band che ha messo in subbuglio una parte di internet, un quarto di secolo dopo, nell’aprile del 2026, alle prime avvisaglie di quello che si sarebbe rivelato il nuovo disco di Mike Sandison e Marcus Eoin (Sandison).
La musica è una religione come un’altra. La si può vivere da agnostici o da devoti, può essere una delle tante cose con cui sei cresciuto e che hai perso per strada, o il pensiero principale della tua vita. Allo stesso modo, nella musica esistono pratiche esoteriche come per qualunque altra religione. Cercare messaggi nascosti suonando a rovescio i dischi dei Led Zeppelin non è molto diverso dal controllare cosa ti riserverà il futuro rovistando tra le viscere di un piccione o i fondi del caffè sulla tazza. La principale cosa in comune a tutte le pratiche esoteriche è che bisogna essere assolutamente convinti che la nostra pratica esoterica sia l’unico modo di arrivare a ciò che si sta cercando. Frugare tra i campionamenti lo-fi dei Boards of Canada in cerca di qualcosa che non si è capito bene può essere una cosa da scemi, o la più grande forma di dedizione al pop che si possa concepire. Dipende dalla setta di cui fate parte.
Personalmente non sono mai stato un fan terminale dei Boards of Canada. Possiedo tutti i dischi principali del gruppo ma non mi sono avventurato troppo nelle loro uscite parallele. Ho amici che hanno collezionato più edizioni degli stessi dischi per un completismo che è di natura puramente informativa, edizioni diverse con variazioni impercettibili negli artwork o nelle scalette. La leggendaria parsimonia di Sandison ed Eoin, unita alla loro reticenza (le interviste al gruppo sono una rarità) hanno contribuito in maniera determinante ad alimentare il culto della band. Ed è difficile, anche per uno che si limita ad amare alla follia i loro dischi nella loro versione standard, non farsi coinvolgere dal clima di euforia generato dalle loro uscite. Metteteci che anche la musica oggi va pensata a partire dal fatto che viviamo nell’epoca dei big data e del citizen journalism, e che ogni opera meritevole di attenzione viene sviscerata dal contributo di migliaia di teste pensanti in giro per il mondo, che hanno trovato il modo di riunirsi in sezioni commenti, forum e canali Reddit. Metteteci anche che l’ultima testimonianza discografica dei BoC, Tomorrow’s Harvest, risale al 2013 e per qualcuno è il miglior disco mai realizzato dalla band. Calendario alla mano, non è mai passato così tanto tempo tra un disco dei Boards of Canada e l’altro.
La mattina del 23 maggio ricevo via chat un messaggio scritto da una persona che non conosco. “Il Guardian l’ha stroncato”. Ero entrato il giorno prima in una chat su Telegram che raccoglie, per ragioni casuali, un gruppo di appassionati di musica avant la cui unica preoccupazione, in quei giorni, è l’imminente uscita di Inferno, il nuovo album dei Boards of Canada. Quel semplice messaggio è sufficiente a gettarmi nel panico. Sembra per qualche motivo la conferma di una serie di sospetti che covavano sotto la superficie, in merito all’idea che per la prima volta nella sua carriera la band scozzese abbia incautamente deciso di pubblicare un disco di merda. Gli altri indizi che alimentano questo sospetto sono il titolo stesso dell’opera (evocativo in un modo che lascia spiazzati e pare quasi dozzinale) e i pochi brandelli di musica messi a disposizione fino a quel momento.
È strano che una testata notoriamente equilibrata come il Guardian (nella persona di Ben Beaumont-Thomas, che pochi giorni prima aveva firmato una bellissima recensione del primo disco solista di Olof Dreijer) abbia sentito il bisogno di schierarsi così. In chat iniziano a piovere insulti, ma la preoccupazione di qualcuno è abbastanza evidente. A un certo punto l’autore si spinge perfino a citare la parolaccia con la C: «Age of Capricorn sets a priestly sermon in front of a stained glass window of almost Coldplay-scale chiming ambient sound and hymnal melody». Non sarà l’unica recensione negativa collezionata dal disco.
C’è un’altra ragione per cui sono così allarmato: è abbastanza inusuale nel nostro tempo leggere stroncature, soprattutto nelle riviste di alto profilo. Da persona che scrive di musica sono conscio del motivo: ci sono più persone che leggono, e le cose che scriviamo entrano spesso in un dibattito tra appassionati, nel quale ogni volta che ti metti di traverso su un disco rischi di dover affrontare una folla di ultras inferociti e disposti a grigliarti per ogni parola che hai utilizzato nel testo. Non è che ci sia da aver veramente paura dei fan inferociti di una popstar, ma è comunque sgradevole averci a che fare. Così oggi le stroncature vengono fatte soprattutto su due tipi di album: quelli assolutamente orrendi o quelli di artisti per i quali è appena finito l’hype, e devono pagare l’indulgenza che si è riservata loro per i dischi precedenti. Ma nel circolo degli appassionati di elettronica Inferno è nettamente il disco più atteso dell’anno, la cui attesa sfiora la psicosi da un paio di mesi. Nel giro di qualche ora mi convinco che si tratterà di un’opera volutamente farlocca e sopra le righe, pubblicata come possibile risposta sarcastica dei due musicisti al culto che li circonda da quasi trent’anni.
Mi rendo conto, insomma, che anche io sto partecipando per la mia quota al culto esoterico nei confronti della band: costruisco le mie tesi, basate su informazioni parziali e probabilmente sbagliate, nella speranza di venire a capo di un enigma che non ho capito bene quale sia. Di brutto c’è che nel momento in cui esce la recensione sul Guardian mancano ancora sei giorni al momento in cui il disco sarà disponibile da ascoltare sui portali di streaming. Di bello c’è che in quei sei giorni succede di tutto.
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C’è il leak, naturalmente. Se ne inizia a parlare furiosamente tra chat, canali Reddit e storie Instagram; sui peer to peer rimasti in attività sta circolando una versione in alta qualità del disco che sembra essere quella vera. Sono tentato di scaricarla, ma decido all’ultimo momento di trattenermi. Non sono in molti a farlo. Nei gruppi di discussione si iniziano a moltiplicare i pareri di amici e anonimi sconosciuti, insieme a recensioni su altre riviste. Il trend di gradimento del disco, dopo un inizio che ho percepito come freddo e preoccupante, sembra decisamente in crescita. Entro mercoledì sono assolutamente convinto che Inferno mi piacerà. Non credo di aver atteso così intensamente un disco da anni.
Realizzo che non è dovuto all’amore che comunque provo per i Boards of Canada, ma al fatto che il disco, senza volerlo, sta sfidando tutte le logiche di base con cui si diffonde la musica odierna. Il meccanismo di diffusione del panico e dell’estasi intorno a Inferno sembra fuori misura per essere decodificato su canali comunicativi intasati di pop vanesio ed effimero come TikTok e simili. Per entrare in contatto con il disco occorre evitare i canali ufficiali e ingegnarsi nei territori ai bordi della legge di internet; riattivare i propri account su software peer to peer come Soulseek o su qualche message board su cui perdevamo tutto il nostro tempo libero vent’anni fa. Il tutto ammantato dalla sensazione di essere entrati per caso nei ranghi di una società segreta, sicuramente opaca nei riti ma democratica nell’ammettere chiunque manifesti il vago desiderio di farne parte. All’interno di questa loggia si respira tutta un’altra aria. Il flebile ottimismo di inizio settimana si sta lentamente trasformando in un baccanale.
A un certo punto inizia a sembrarmi tutto un parto della mia mente. Da amante dei Boards of Canada devo accettare il dubbio che non tutto quello che succede davanti ai miei occhi o dentro le mie orecchie faccia parte di un universo percettivo condiviso. Inizio a dubitarne seriamente la mattina di giovedì 28 maggio, quando nella stessa chat di cui parlavo sopra viene linkato un video condiviso su Twitter dall’account ufficiale della Casa Bianca, in cui la traccia audio di “Tape 05” (la prima canzone pubblicata dalla band su YouTube ad aprile, presente nella scaletta finale col nome di “Deep Time”) fa da tappeto a delle immagini stile VHS rovinate di bandiere americane ed elicotteri, in puro stile Boards of Canada. Spedisco il video a una ventina di amici. Mi sento sul punto di impazzire: non riesco a pensare a una ragione al mondo per cui questo video abbia senso di esistere al di fuori della mia testa. Perfino il comunicato con cui Warp Records smentisce di aver preso accordi con il governo statunitense sembra l’ennesima creazione di una mente malata che, appunto, sono ormai convinto sia la mia.
Il protagonista di A Beautiful Mind è un matematico che negli anni di massima paranoia da Guerra fredda crea inconsciamente dei personaggi irreali che interagiscono con lui, in certi casi gli fanno da confidenti, in altri gli affidano missioni segrete in cui (toh) gli è richiesto di individuare un codice segreto della realtà circostante. Avrebbe senso che le paranoie degli appassionati di musica non avessero al centro persone immaginarie, ma dischi immaginari. Devo pensare sia possibile che il 29 maggio 2026 non ci sarà nessun nuovo disco dei Boards of Canada, e che tutto quello che ho letto e ascoltato finora sia un’autoconvinzione troppo elaborata.
Da allora sono passati altri giorni. Inferno è uscito per davvero, mi è piaciuto un casino, e credo di aver capito perché a qualcuno ha fatto schifo, e diverse persone di cui mi fido giurano ancora oggi che sia una porcheria. Il video della Casa Bianca non è ancora stato rimosso. Non sono ancora del tutto convinto che qualcosa di tutto questo sia davvero successo fuori dalla mia testa, ma inizio a sospettare di sì: c’è un nuovo disco dei Boards of Canada, la gente lo sta ascoltando, ci sono pareri molto discordanti. Come se fossimo a metà degli anni Duemila.





















