A Hollywood Steven Spielberg può fare quello che vuole
Perché è tra i più stimati come regista, ma ancora di più come produttore
di Gabriele Niola

Ci sono molti registi stimati e influenti nel cinema americano ma nessuno come Steven Spielberg ha raggiunto uno status tale da poter fare praticamente tutto quello che vuole.
Altri registi che possono fare i film che vogliono sono Christopher Nolan o Quentin Tarantino, che però sono all’apice della loro carriera e sostenuti da continui successi. Spielberg invece ha quasi ottant’anni e ha avuto diversi insuccessi ultimamente. Chi si trova nella sua posizione di solito non ha questa autonomia: Francis Ford Coppola, autore di Il padrino e Apocalypse Now, ha dovuto vendere le sue vigne per finanziare un film a cui teneva molto e si è rovinato; Martin Scorsese, autore di Taxi Driver e The Wolf of Wall Street, deve continuamente mediare con le grandi società di produzione o rivolgersi alle piattaforme per continuare a fare i suoi film.
Dei cinque film che Spielberg ha girato negli ultimi dieci anni, escludendo Disclosure Day che è uscito questa settimana, solo due sono stati dei successi: The Post e Ready Player One. Gli altri – West Side Story, The Fabelmans e Il GGG – Il Grande Gigante Gentile – non hanno guadagnato dalla distribuzione in sala.
Nonostante questo con Disclosure Day ha potuto dirigere un film originale, cioè non basato su libri, altri film o universi narrativi, di un genere commercialmente complicato come la fantascienza, con una storia molto ambiziosa, attori di buon livello (Josh O’Connor, Colin Firth e Emily Blunt) e un budget di più di 100 milioni di dollari. Non solo: l’anno scorso gli era stata intitolata una sala cinematografica nuova e tecnologicamente molto fornita, costruita negli studi della Universal, cosa che solitamente si fa con i grandi registi di Hollywood quando muoiono.
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La ragione dietro questa condizione unica è che a Hollywood Steven Spielberg è noto, stimato e considerato tanto per i meriti artistici quanto per quelli da produttore, cioè commerciali. Come produttore ha fatto guadagnare moltissimi soldi a moltissime persone e ha raggiunto un potere economico e produttivo che ha pochissimi paragoni. Anche quando si pone come regista quindi Spielberg è spesso più influente e importante di molti dei capi delle società di produzione con cui si confronta. Il risultato è che gli viene concesso quello che a quasi nessuno è consentito: fare film anche originali, con i suoi tempi, i suoi modi e budget sostanziosi, promuovendoli al massimo.

Steven Spielberg alla presentazione di Disclosure Day (Kate Green/Getty Images for Universal Pictures and Amblin Entertainment)
Come ha raccontato recentemente Slate, a lungo Steven Spielberg è stato considerato dal sistema hollywoodiano un regista tecnicamente molto capace ma troppo commerciale. Lo si capisce dal pessimo trattamento che per lungo tempo gli fu riservato agli Oscar, che lui, come tutti i registi americani, a un certo punto cominciò a inseguire.
Nel 1975 il suo primo film di successo, Lo squalo, fu ricevuto come un’opera diretta in modo magistrale. Quell’anno Spielberg organizzò un piccolo evento nel suo ufficio con una troupe a filmare il momento dell’annuncio delle candidature agli Oscar, aspettandosi come molti di essere tra i candidati. Non lo fu e non la prese bene.
Le candidature arrivarono in seguito per due dei suoi film più amati e influenti, che furono anche grandissimi successi commerciali: Incontri ravvicinati del terzo tipo e E.T. l’extra-terrestre. Anche con quelli però non vinse. Negli anni Ottanta poi fece anche dei film appositamente per l’Oscar, Il colore viola, un dramma sul razzismo con protagonisti afroamericani, che ottenne undici candidature e nemmeno un premio. E andò ancora peggio con L’impero del sole, un dramma di guerra, e Always, un melodramma; per il primo non fu candidato a Miglior regia e il secondo non ottenne nessuna candidatura.
Spielberg veniva considerato dall’Academy che assegna i premi un po’ infantile: un grande regista di film commerciali con una relazione eccezionale con il pubblico, ma non all’altezza degli Oscar. Per la mentalità dell’epoca erano film migliori Gandhi, di Richard Attenborough, che vinse contro E.T. l’extra-terrestre, o La mia Africa di Sydney Pollack, che vinse contro Il colore viola.
Negli anni Novanta una parte della stampa aveva ben chiaro lo strano rapporto di Spielberg con Hollywood. Nel 1993, quando uscì Schindler’s List, un film drammatico che cambiò il racconto cinematografico dell’Olocausto e che era completamente diverso da tutto quel che veniva associato a Spielberg, il critico del New York Times si sbilanciò affermando che nell’ultimo anno Spielberg aveva fatto la coppia di film «più stupefacente nella storia del cinema americano». Oltre a Schindler’s List infatti era uscito anche Jurassic Park, uno dei maggiori successi della sua carriera e un film estremamente innovativo nell’uso degli effetti digitali. Uno era il massimo del drammatico e dell’impegnato e l’altro il massimo dell’escapismo e del moderno.
Schindler’s List cambiò la percezione di Spielberg, che da quel momento fu considerato anche un regista degno dei premi. Il film vinse molti Oscar, incluso il primo a Spielberg per la regia. Il secondo lo avrebbe vinto nel 1999 per il film di guerra Salvate il soldato Ryan, nonostante la campagna denigratoria ordita da Harvey Weinstein a beneficio del suo film Shakespeare in Love, che quell’anno vinse molti premi tra cui Miglior film.
Quel momento di grande riconoscimento artistico e commerciale cambiò anche il modo di Spielberg di stare a Hollywood. Con un dirigente di eccezionale esperienza (Jeffrey Katzenberg) e un imprenditore del mondo dei media (David Geffen) quell’anno fondò la DreamWorks, società di produzione che sarebbe diventata famosa come concorrente di Disney e Pixar, a partire dalla serie di film animati Shrek, ma che fu molto attiva anche nel cinema dal vero. Fu uno dei segnali che, benché avesse già lavorato come produttore, cioè allo sviluppo e al finanziamento di film di altri cineasti, aveva intenzione di prendere più sul serio quell’aspetto.
Fino a quel momento Spielberg aveva infatti prodotto alcuni suoi film, per comodità come fanno molti; quelli di amici che voleva aiutare a emergere; e quelli di cineasti in cui credeva. Fu un grande scopritore di talenti: aiutò Robert Zemeckis a fare Ritorno al futuro come voleva lui, e poi guidò la grande impresa produttiva di Chi ha incastrato Roger Rabbit?, in cui si spese personalmente per convincere le società di animazione rivali Disney e Warner a fare un film in cui i loro personaggi si incontravano. Ha scoperto Chris Columbus producendo due sue sceneggiature: Gremlins, affidata a un altro quasi esordiente poi di gran successo, Joe Dante, e I Goonies. Columbus è la persona che ha poi diretto i primi due film della saga di Harry Potter e quindi ha fatto il lavoro cruciale di impostazione del tono e scelta degli attori.
Dalla metà degli anni Novanta in poi invece cominciò a produrre anche solo film o serie che riteneva economicamente sensati, sia con la DreamWorks che con la sua altra società di produzione, Amblin, riscuotendo subito grandissimo successo. Cambiò la serialità televisiva con la serie E.R. – Medici in prima linea. Con Jurassic Park creò un franchise che va avanti ancora oggi tra film e serie tv animate. Finanziò Transformers di Michael Bay e tutti gli altri film di grande successo della serie. Più di recente ha prodotto Super 8 di J.J. Abrams, e insieme a Tom Hanks la serie tv Band of Brothers, sulla Seconda guerra mondiale, a partire dall’esperienza maturata con Salvate il soldato Ryan. Inoltre produsse American Beauty, scoprendo Sam Mendes, e il meno noto Un topolino sotto sfratto, scoprendo Gore Verbinski, poi regista della serie di film I pirati dei Caraibi.



