Le “coliche” dei neonati sono ancora un mistero

Gli esperti hanno proposto un nuovo modo di chiamare la causa del pianto inconsolabile dei primi mesi, che nessuno sa quale sia

(AP Photo/Joerg Sarbach)
(AP Photo/Joerg Sarbach)
Caricamento player

Quando un neonato sano piange a lungo e spesso si sente dire che «ha le coliche», un termine che nel linguaggio comune viene associato a un mal di pancia o a un disturbo intestinale. Chi usa questa espressione, quindi, suggerisce anche una spiegazione, e cioè che la causa di quel pianto venga dall’addome.

Questa ipotesi, però, non è mai stata dimostrata. Oggi sappiamo che le possibili cause sono tante e diverse: fattori gastrointestinali, ma anche neurologici e psicosociali. Per questo è stato proposto un nuovo nome nelle linee guida Rome V, pubblicate da poco dalla Rome Foundation, un’organizzazione internazionale di esperti che studia i disturbi legati all’interazione tra l’intestino e il cervello. L’espressione proposta è Infant Distress Syndrome, che potremmo tradurre come sindrome del distress infantile. La parola inglese distress viene usata spesso per definire sindromi e patologie anche in italiano, e indica uno stato visibile di sofferenza, disagio o difficoltà.

Tutti i neonati piangono, e lo fanno parecchio. In media, nei primi tre mesi, un bambino piange o si agita per almeno una o due ore al giorno. Alcuni, però, piangono molto di più e più intensamente. Diventano rossi, tirano le gambe verso la pancia, stringono i pugni, inarcano la schiena, hanno l’addome teso, mandano fuori aria o ruttano. Fanno gesti che fanno pensare, in effetti, a un dolore allo stomaco o all’intestino.

L’orario rende la spiegazione intestinale ancora più convincente. Le crisi arrivano spesso la sera, dopo le poppate, quando il bambino ha mangiato più volte e la pancia appare più tesa. Queste crisi, poi, sembrano inconsolabili e continuano anche dopo che i bambini sono stati cambiati, presi in braccio o cullati. È questo tipo di pianto che per decenni ha definito le “coliche infantili”.

Questa definizione fu formulata nel 1954 dal pediatra statunitense Morris Wessel. Con il suo gruppo di ricerca, studiò 98 lattanti. Un bambino veniva considerato “colico” o un “fussy infant”, cioè un lattante irritabile, se piangeva per tre o più ore al giorno, per tre o più giorni alla settimana, per tre o più settimane di fila. Questa “regola del tre” ebbe un seguito enorme e rimase per decenni il riferimento più citato per le coliche infantili. Persino le linee guida Rome IV, che precedono le Rome V e furono pubblicate nel 2016, la citavano come un criterio ancora utile, soprattutto per la ricerca.

Quella regola, però, diceva soltanto quando un pianto era “troppo”, non da cosa fosse causato. E già nello studio del 1954 di Wessel, era stato notato che i bambini più irritabili non si distinguevano per alimentazione, peso alla nascita, crescita, sesso o tendenza familiare alle allergie. Nello stesso anno il pediatra inglese Ronald Illingworth descrisse crisi simili e segnalò che all’esame fisico non trovava una causa chiara ed evidente.

Negli anni successivi venne cercata comunque una causa nell’apparato digerente, come una difficoltà di digestione del latte. Se il problema fosse stato il lattosio, cioè lo zucchero del latte, allora dare ai bambini l’enzima che aiuta a digerirlo, la lattasi, avrebbe dovuto ridurre il pianto. Per verificarlo, somministrarono ad alcuni lattanti il trattamento e ad altri una sostanza che non faceva nulla (placebo). Una recente revisione che ha confrontato sei studi di questo tipo ha trovato che in tre il pianto era calato in modo significativo mentre negli altri tre non c’era alcuna differenza rispetto al placebo. Anche altri test hanno dato esiti contrastanti, come quelli in cui è stato misurato l’idrogeno espirato dai bambini, che aumenta quando il lattosio non viene assorbito bene e viene fermentato dai batteri dell’intestino. Per questo gli autori hanno concluso che il ruolo della lattasi resta incerto.

La medesima cosa è successa con l’altra spiegazione classica del mal di pancia: l’aria nell’intestino. Il simeticone, una sostanza usata per ridurre le bolle di gas, è stato confrontato con un placebo, ma non ha mostrato benefici sul pianto. Non è andata molto meglio agli altri trattamenti. Per esempio i farmaci contro il reflusso, come gli inibitori di pompa protonica, che abbassano la produzione di acidi nello stomaco, non riducono il pianto o l’irritabilità nei bambini sani e possono avere effetti indesiderati.

Un’eccezione, almeno parziale, riguarda alcuni probiotici, cioè microrganismi vivi che si somministrano per cambiare l’equilibrio dei batteri intestinali. Il più studiato è Limosilactobacillus reuteri DSM 17938, ancora spesso indicato con il vecchio nome Lactobacillus reuteri: in diversi studi ha ridotto il tempo medio di pianto, soprattutto nei bambini allattati al seno. Non funziona allo stesso modo in tutti i lattanti però e i risultati sono più deboli in quelli nutriti con il latte “di formula”, o latte artificiale.

Alcuni ricercatori hanno provato allora a misurare quanto piangono in generale i neonati, chiedendo ai genitori di registrare per giorni o settimane, in appositi diari, la durata del pianto, dei lamenti e dei periodi di calma. Da questi studi è emerso un andamento ricorrente, chiamato anche “curva del pianto”: nelle prime settimane di vita il pianto e l’agitazione diventano sempre più frequenti, raggiungono un picco intorno al secondo mese e poi diminuiscono progressivamente. Le analisi più recenti mostrano che la forma esatta della curva varia da bambino a bambino e da studio a studio, ma confermano che dopo le prime 6 settimane il tempo medio passato a piangere o ad agitarsi cala nettamente. L’intensità e la durata del picco cambiano soprattutto nei bambini con pianto eccessivo.

E questa intensità sembra essere determinata da più fattori. Uno riguarda l’intestino e, in particolare, il microbiota, cioè l’insieme dei batteri che vivono nel tratto intestinale. Alcuni studi hanno trovato nei bambini che piangono molto una composizione batterica diversa, come una minore diversità complessiva nei vari gruppi di batteri (non è chiaro se queste differenze siano una causa del pianto oppure una conseguenza di altri fattori associati).

Un altro fattore riguarda il sistema nervoso del neonato. Nei primi mesi sta ancora sviluppando la capacità di regolare sonno, fame, stanchezza e stimoli sensoriali. Alcuni bambini sembrano avere una soglia più bassa agli stimoli o una reattività più intensa, e possono aver bisogno di più tempo e più aiuto per calmarsi. Per questo il pianto non dipende solo dal bambino, ma anche dalla relazione con chi se ne prende cura.

Un lattante spesso si tranquillizza attraverso il corpo e la presenza di un adulto: le braccia, la voce, il contatto ripetuto. Quando però il pianto va avanti per ore, anche chi assiste i neonati ne risente. Gli studi mostrano un legame stretto tra il pianto eccessivo del bambino e chi se ne prende cura: l’ansia dell’adulto può precedere o accompagnare il pianto, mentre la depressione tende a comparire dopo, come conseguenza di una stanchezza prolungata. Il pianto del bambino e lo stato d’animo di chi lo accudisce, quindi, si influenzano a vicenda, e possono alimentare un circolo vizioso.

Anche per questo a cambiare, insieme al nome, sono i criteri per definire chi soffre della sindrome del distress infantile. Per la pratica clinica non serve più la “regola del tre”: basta che il bambino abbia meno di cinque mesi quando cominciano i sintomi, che abbia periodi ripetuti e prolungati di pianto o agitazione senza una causa chiara, che chi se ne prende cura non riesca a prevenirli o a farli passare e che una visita medica abbia escluso altre cause capaci di spiegare il pianto. La nuova definizione prova quindi a stare più vicina a quello che succede davvero, perché considera non solo il numero di minuti ma anche la difficoltà di consolare il bambino e l’effetto che il suo pianto ha sulla famiglia.

Tutto questo evita anche di trasformare un’ipotesi in una diagnosi. Cambiare nome è un modo per ammettere che una parola ha trasmesso forse più certezze di quante ne avesse la comunità scientifica. È una definizione più prudente, ma anche più onesta. Non finge di sapere cosa causi quel pianto, e proprio per questo permette di osservarlo meglio.