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  • Giovedì 28 maggio 2026

I risarcimenti a chi era stato licenziato per aver criticato Charlie Kirk dopo il suo omicidio

Mesi dopo in tanti hanno raggiunto degli accordi con le proprie aziende o università appellandosi al Primo emendamento, quello sulla libertà di parola

Un cappellino con lo slogan «Make America Charlie Kirk» durante la cerimonia commemorativa dedicata all'attivista conservatore allo State Farm Stadium di Glendale, in Arizona, 21 settembre 2025 (Jon Putman/Anadolu via Getty Images)
Un cappellino con lo slogan «Make America Charlie Kirk» durante la cerimonia commemorativa dedicata all'attivista conservatore allo State Farm Stadium di Glendale, in Arizona, 21 settembre 2025 (Jon Putman/Anadolu via Getty Images)
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Negli Stati Uniti diversi datori di lavoro che avevano licenziato o sanzionato chi aveva criticato sui social l’attivista conservatore Charlie Kirk dopo il suo omicidio, o lo aveva deriso o ne aveva festeggiato la morte, hanno reintegrato i lavoratori o li hanno risarciti, anche con somme di centinaia di migliaia di dollari.

I licenziamenti, che secondo una stima di Reuters avevano riguardato più di 600 persone, coinvolgevano professioni di ogni tipo, sia nel settore pubblico che nel privato: dirigenti scolastici, personale sanitario, camerieri, avvocati, commessi di grosse catene di negozi, dipendenti di compagnie aeree.

La maggior parte di queste persone ha fatto causa alle aziende dove lavorava appellandosi al Primo emendamento della Costituzione statunitense, che sancisce la libertà di parola e di espressione politica dei cittadini e uno dei principi costituzionali più forti e quindi difficili da non rispettare. In alcuni casi le aziende quindi hanno risarcito gli ex dipendenti o li hanno reintegrati dopo una decisione di un tribunale, in altri lo hanno fatto preventivamente con un accordo extragiudiziale per evitare potenziali cause per licenziamenti illegittimi.

– Leggi anche: Gli Stati Uniti hanno revocato il visto a sei persone straniere accusate di aver celebrato online l’uccisione di Charlie Kirk

La Foundation for Individual Rights and Expression, un’organizzazione senza scopo di lucro per la libertà di parola che opera principalmente nei campus universitari, ha fatto sapere che sta seguendo 13 cause legali presso tribunali federali intentate da ex lavoratori licenziati per i propri commenti all’uccisione di Kirk.

Molte invece si sono già risolte. La scorsa settimana in Florida una biologa licenziata per un meme sul suo account Instagram dalla Commissione statale per la conservazione della fauna selvatica e della pesca è stata risarcita con 485mila dollari. La biologa aveva intentato una causa per essere reintegrata, e lo stato ha accettato di rimborsarla degli stipendi arretrati, delle spese legali e dei danni che le ha portato il licenziamento. In Tennessee invece un professore dell’Università statale di Austin Peay ha ricevuto un risarcimento di mezzo milione di dollari ed è stato reintegrato. Anche l’Università di Clemson, in South Carolina, ha revocato il licenziamento di un professore.

Un’ex impiegata amministrativa della Ball State University in Indiana ha ricevuto un risarcimento da 225mila dollari. La donna era stata licenziata per un post sul suo profilo Facebook che si era diffuso rapidamente ed era stato commentato anche dal procuratore generale dello stato e dall’imprenditore miliardario Elon Musk. I licenziamenti e i provvedimenti contro le persone che avevano criticato Kirk infatti erano stati spinti con particolare pressione da politici della destra statunitense vicini a Trump e al movimento MAGA, e persino da funzionari di alto livello della Casa Bianca come il vicepresidente JD Vance.

La Ball State University aveva dichiarato di aver ricevuto moltissime telefonate e messaggi di minaccia – anche da donatori che minacciavano di sospendere le donazioni e che le normali attività scolastiche erano state brevemente interrotte a causa dello scompiglio portato dal post.

Per giustificare i provvedimenti disciplinari infatti le aziende private e le istituzioni come le università avevano sfruttato la grande libertà che hanno di licenziare i propri dipendenti nell’ordinamento statunitense. I licenziamenti possono essere disposti anche per post e messaggi espressi privatamente, quando sono ritenuti lesivi degli interessi dell’azienda. In altri casi possono avvenire se le opinioni interferiscono con il funzionamento stesso dell’istituzione e rischiano di causare problemi.

Tuttavia in molte cause i tribunali hanno deciso che non c’erano prove sufficienti a giustificare un collegamento tra le opinioni espresse come privati cittadini e i danni reputazionali o i disagi causati alle aziende. Le ampie discrezionalità permesse dall’ordinamento americano alle aziende sui licenziamenti di fatto sono difficili da far prevalere sulla forza del Primo emendamento. Diverse aziende, diventato chiaro che sarebbero potute incorrere in dispendiose e lunghe cause per licenziamenti illegittimi, hanno preferito concordare lauti accordi extragiudiziali a favore degli ex dipendenti.

«In quanto università pubblica, la Ball State non può licenziare una dipendente per aver espresso un’opinione protetta in qualità di privata cittadina», ha dichiarato in un comunicato l’American Civil Liberties Union dell’Indiana, parlando dell’ex impiegata amministrativa con cui l’università ha raggiunto un accordo extragiudiziale.

In alcuni casi le conseguenze per i commenti su Kirk erano state anche molto gravi, e i risarcimenti più grossi: Larry Bushart, un ex agente di polizia che era stato incarcerato per più di un mese in Tennessee prima del ritiro dell’accusa per un post condiviso su Facebook, ha ricevuto un compenso di 835mila dollari.

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