Cosa diventa il pacifismo quando il tuo paese viene invaso
Lo spiega Artem Chapeye, scrittore ucraino che si è arruolato dopo l'invasione russa: il suo libro esce oggi

Il 24 febbraio 2022 – o solo “il Ventiquattro”, come molti ucraini chiamano l’inizio dell’invasione russa, senza bisogno di aggiungere il mese e l’anno – lo scrittore Artem Chapeye aveva una via d’uscita. Non era stato richiamato nell’esercito: avrebbe potuto lasciare il paese, o raccontare la guerra da giornalista senza combatterla. Scelse invece di arruolarsi volontario, lui che aveva sempre creduto nel pacifismo e diffidato dei nazionalismi.
Esce oggi in libreria, pubblicato da Altrecose, La gente normale non va in giro armata. Il sottotitolo è Pensieri sul pacifismo, quando il tuo paese viene invaso: il libro parte da lì, dalla distanza – o dalla convivenza – tra le idee che Chapeye aveva prima della guerra e le decisioni che ha preso dopo l’invasione. Ed è anche un modo per leggere la guerra in Ucraina da una posizione rara: quella di uno scrittore pacifista che ha deciso di andare a combatterla, per difendere molto più del suo paese, spiega.
Artem Chapeye è ancora in servizio nell’esercito, dopo più di quattro anni dal Ventiquattro. Nell’ultimo capitolo, intitolato “Non si può dividere la gente in razze o categorie”, Chapeye torna su una domanda che gli viene fatta spesso.
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A volte gli stranieri mi chiedono se sono “stanco” della guerra. Non lo so. Mi sembra un discorso puramente astratto, teorico, come il “pacifismo” quando ti cadono addosso i missili e le granate. Sia i primi giorni sia adesso, la cosa che sogno di più è ancora che quest’incubo finisca quanto più in fretta possibile. E proprio come al quarto anno di guerra, già il primo giorno non vedevo l’ora di togliermi la divisa per non dovermela mai più rimettere in vita mia. E soprattutto sogno che non debbano mettersela i miei figli quando saranno grandi. Una volta, quando andava ancora all’asilo, uno dei due dovette fare il soldatino di piombo della fiaba di Andersen per la recita di Natale. Vedendolo in divisa, anche se era una recita, ero quasi scoppiato a piangere. Poi mi dissi: Amore mio, che non ti capiti mai nella vita di doverla mettere sul serio. Forse è proprio per quello che sono finito a metterla io.
È da più di tre anni che sono nell’esercito e non ho idea di quanto ci dovrò stare ancora. Una volta ho googlato quanto tempo passavano nell’esercito gli americani spediti a combattere in Vietnam. La maggior parte un anno: trecentosessantacinque giorni esatti. Qualcuno si teneva un calendarietto dentro il casco e segnava i giorni che passavano. Che invidia. Poi però ho realizzato che in questa guerra noi non siamo gli americani, siamo i vietnamiti. Quelli che devono sopravvivere per continuare a esistere come popolo. Dobbiamo lottare per la possibilità di continuare a fare la nostra scelta. Giusta o sbagliata che sia, ma comunque la nostra.
Che cosa vuol dire essere “stanchi” della guerra? Che cosa comporta esserlo? Che alternative ci sono? Non voglio addentrarmi ora in un excursus sulla storia ucraina, ma è chiaro quali sono le nostre opzioni. O ci difendiamo adesso, con tutte le perdite che questo comporta, oppure per cento o duecento anni torniamo a essere una colonia dell’impero. Non possiamo scappare tutti da qui. Se ci arrendiamo faranno delle nostre vite quello che vogliono, un po’ come la Cina con gli uiguri. Per il momento ci aiutano con le armi, ma se ci diamo per vinti il resto del mondo al massimo esprimerà la sua «profonda preoccupazione». Qualche tempo fa il Parlamento europeo si è finalmente deciso a mettere da parte la solita falsa correttezza politica e ha riconosciuto il Holodomor del 1932-1933, la grande carestia forzata, come un genocidio. Lo so che si fa fatica a immaginare che nell’Europa di oggi qualcuno possa uccidere milioni di persone, ma fino al Ventiquattro non riuscivamo a concepire neanche che un paese potesse semplicemente invaderne un altro. I servizi segreti britannici avevano scoperto e rivelato i piani della Russia, che dopo l’occupazione voleva dividere l’Ucraina in quattro parti ed eliminare fisicamente chi non lo accettasse. Liquidarli, ammazzarli. Sappiamo bene che nei territori occupati i bambini vengono deportati per “riprogrammarli”. È per questo, non per l’invasione, che il Tribunale internazionale dell’Aia ha deciso un mandato di cattura contro Putin.
Ho detto di quanto sia sgradevole vedere manifestazioni all’estero contro il sostegno all’Ucraina. Quando sei al sicuro è facile nascondersi dietro argomenti come «più armi ci sono, più guerre ci saranno», ma è diverso quando i tuoi parenti sono sotto l’occupazione e quando sai cosa è stato fatto ai civili inermi a Buča. Un po’ diverso.
Era primavera, fuori c’era un vento forte. Stavo andando in macchina verso il mio posto di blocco e ascoltavo Bob Dylan:
And how many years can some people exist
Before they’re allowed to be free?
Yes, and how many times can a man turn his head
And pretend that he just doesn’t see?
And how many ears must one man have
Before he can hear people cry?
Yes, and how many deaths will it take ’til he knows
That too many people have died?
The answer, my friend, is blowin’ in the wind
The answer is blowin’ in the wind
E tu che combatti rischi di morire per un drone o una granata, e tu che non combatti rischi di morire con la testa in un sacco e le mani legate. In ogni momento si può finire torturati.
Stanchezza o non stanchezza, è una questione di sopravvivenza.
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Artem Chapeye è nato nel 1981 nell’Ucraina occidentale, è cresciuto a Kyiv e prima della guerra era conosciuto come scrittore, giornalista e autore vicino ai movimenti sociali e politici ucraini. La gente normale non va in giro armata, tradotto in italiano da Alessandro Achilli, è disponibile nelle librerie e sullo shop del Post, con spedizione gratuita.



