È morto il sassofonista Sonny Rollins

A 95 anni era rimasto l'ultimo leggendario protagonista del jazz degli anni Cinquanta

di Stefano Vizio

Sonny Rollins nel 2012 al festival Umbria Jazz a Perugia (Barbara Zanon/Redferns via Getty Images)
Sonny Rollins nel 2012 al festival Umbria Jazz a Perugia (Barbara Zanon/Redferns via Getty Images)
Caricamento player

Sonny Rollins, leggendario sassofonista che fu tra i protagonisti del jazz degli anni Cinquanta e Sessanta, è morto a 95 anni. Era il più famoso e amato jazzista di quel periodo ancora in vita, riverito e considerato tra i più grandi di sempre, e nella sua lunghissima carriera si era guadagnato il titolo di “miglior improvvisatore vivente”, grazie alle sue esplosive e mirabolanti esibizioni dal vivo che aveva portato in giro per il mondo fino al 2012, quando aveva dovuto smettere di suonare per via di una fibrosi polmonare. Il suo disco Saxophone Colossus (1957), che contiene il celebre standard “St. Thomas”, è tra i più ricordati e apprezzati di un filone del jazz che prese il nome di “hard bop”, che raccolse l’eredità del bebop di Charlie Parker recuperando tradizioni musicali afroamericane come il blues e il gospel.

Rollins ebbe una vita difficile, segnata negli anni Cinquanta da gravi problemi di dipendenza che rischiarono di comprometterne la carriera. Ma li superò e partecipò ad alcune delle registrazioni più importanti del periodo, come quelle del disco Tenor Madness (1956) insieme a John Coltrane e di Brilliant Corners (1957) di Thelonious Monk. All’apice della sua popolarità decise di prendersi due anni sabbatici: non registrò niente e non suonò dal vivo, esercitandosi fino a 16 ore al giorno in un angolo sotto al ponte di Williamsburg a Manhattan per reinventare il suo suono e il suo stile, di cui non era più soddisfatto. Tornò nel 1962 con The Bridge, riscuotendo un grande successo di critica che dura ancora oggi.

Con la sua tipica acconciatura afro e gli occhiali da sole era diventato un simbolo del jazz degli anni d’oro, sopravvivendo a praticamente tutti gli altri musicisti che come lui fecero la storia del genere. In quasi sessant’anni di carriera aveva registrato decine di dischi, compresi diversi più funk e fusion, e continuò a esibirsi con continuità fino a oltre ottant’anni, suonando uno dei suoi ultimi concerti a Umbria Jazz nel 2012. L’anno prima il presidente degli Stati Uniti Barack Obama gli aveva consegnato la National Humanities Medal, il più alto riconoscimento americano per gli artisti.

– Leggi anche: Tutti seguirono Charlie Parker

Rollins era nato il 7 settembre 1930 a New York, da genitori originari delle isole Vergini. Crebbe a Harlem, non lontano da locali storici come la Savoy Ballroom e l’Apollo Theatre, e negli anni Quaranta assistette in prima persona alla rivoluzione del bebop, con la quale musicisti come Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonious Monk emanciparono il jazz dalla tradizione dello swing e delle grandi orchestre da ballo per farne una musica più frenetica, libera e intellettuale, suonata da formazioni piccole e musicisti virtuosi e audaci. Quelle sperimentazioni entusiasmarono generazioni di musicisti, ma non incontrarono il favore del grande pubblico. Se gli spettatori più istruiti e curiosi di New York si innamorarono di quel tipo di ascolto cervellotico e stimolante, la maggior parte delle persone negli Stati Uniti voleva principalmente ballare: il bebop non portò mai molti soldi ai musicisti che lo suonavano, e il mercato del jazz si ridusse drasticamente.

Questo, unito alla segregazione razziale e al fastidio – se non disprezzo – provato dagli americani bianchi per quei musicisti neri che non volevano più essere semplici intrattenitori, bensì artisti, fece sì che essere un jazzista afroamericano in quegli anni comportasse una vita di enormi difficoltà e privazioni. Rollins suonava il sassofono fin da bambino, passando poi per le band scolastiche e per i primi lavori come turnista in sala da registrazione, ispirandosi in particolare a Coleman Hawkins, che negli anni Trenta aveva reso il sax lo strumento centrale nel jazz che è ancora oggi. Ma mantenersi con la musica era un privilegio per pochi, e a vent’anni Rollins fu arrestato per rapina a mano armata e passò quasi un anno in carcere. Fu in quel periodo che cominciò ad avere problemi di dipendenza da eroina, che gli complicarono il reinserimento nella società.

Il suo talento fuori dal comune però lo aveva reso un giovane musicista richiesto nella New York dei primi anni Cinquanta, e uscito di prigione fu assoldato da Miles Davis, emergente stella del tardo bebop, che lo volle per diverse sessioni di registrazione con l’etichetta Prestige, raccolte tra gli altri nel disco Dig (1951). Suonò il sax anche nella band di Monk, registrando con lui il disco Monk (1956), e con il Modern Jazz Quartet del pianista John Lewis. Sempre con la Prestige pubblicò in quegli anni i suoi primi dischi da solista.

In poco tempo si affermò come il più talentuoso giovane sassofonista di New York, raccogliendo l’ammirazione dei musicisti che in quel periodo cercavano delle soluzioni per rinnovare il bebop. Se Parker era una specie di divinità intoccabile per i sassofonisti, dopo quasi dieci anni specialmente tra i più giovani c’era il desiderio di sperimentare modi nuovi di suonare, e Rollins lo mostrò: alla velocità e al virtuosismo preferì lo sviluppo di un suono più intenso e personale, e alla perfezione granitica del fraseggio sostituì la ricerca di soluzioni armoniche e melodiche più sorprendenti, aperte alla rielaborazione e capaci di trasmettere emozioni profonde e perfino idee.

– Ascolta il podcast: Il più grande anno della storia del jazz

A occupare la sua vita non c’era solo la musica, ma anche l’eroina, che continuava a consumare spesso peraltro con Davis e il sassofonista Jackie McLean. La dipendenza rendeva discontinuo il suo rendimento, e nel 1955 si fece ricoverare in un centro di recupero nel Kentucky, partecipando a un programma sperimentale con il metadone, che funzionò. Ma in quello stesso periodo a New York stava emergendo un altro grande jazzista, forse l’unico che avrebbe saputo contendergli il ruolo di più grande e rivoluzionario sassofonista di quegli anni: John Coltrane.

I due ebbero a che fare in diverse occasioni, e all’inizio fu Rollins a esercitare una grande influenza su Coltrane, che si ispirò al suo suono per perfezionarsi. Col passare del tempo sarebbe successo anche il contrario, e Rollins incorporò idee ed elementi di Coltrane nel suo modo di suonare. Rollins e Coltrane si alternarono nella band di Davis, e registrarono insieme alla sua formazione Tenor Madness (1956), l’unico disco in cui suonano insieme.

In quegli anni Rollins suonava insieme al batterista Max Roach nella band del trombettista Clifford Brown, che sarebbe morto non ancora 26enne nel 1956 in un incidente stradale. Appena quattro giorni prima, Rollins aveva registrato nel famoso studio dell’ingegnere del suono Rudy Van Gelder il disco Saxophone Colossus. Si apriva con un pezzo dal ritmo caraibico caratteristico del genere calypso, tipico delle isole da cui proveniva la famiglia di Rollins, con un tema che sarebbe entrato nella storia del jazz e ispirato a un motivetto che gli cantava la madre da piccolo. “St. Thomas”, chiamato così proprio per la più importante delle isole Vergini, è rimasto il più famoso e rappresentativo pezzo di Rollins, in cui mostrò il suo approccio estremamente ritmico all’improvvisazione e l’influenza della musica caraibica, che avrebbe segnato molti altri suoi dischi e composizioni.

La fine degli anni Cinquanta fu il periodo di maggior vitalità della carriera di Rollins, in cui si prese un posto tra i più grandi della storia del jazz. I musicisti di New York affollavano i locali in cui suonava per assistere e imparare qualcosa dalle sue leggendarie improvvisazioni. Tra le più amate che furono registrate ci furono quelle che finirono in A Night at the Village Vanguard (1958).

Assieme a varie formazioni incise anche alcuni degli altri suoi dischi che ebbero maggior successo, in particolare Way Out West (1957) e Freedom Suite (1958), con cui contribuì a definire i canoni dell’hard bop, che superò il bebop reintroducendo nel jazz le tradizioni musicali afroamericane del blues e del gospel. Era un genere energico, stiloso e più accessibile, che permise al jazz di uscire dalla fase stagnante dell’inizio degli anni Cinquanta, seguita alla vorticosa accelerazione impressa da Parker, ritrovando il favore di un pubblico più ampio prima che negli anni Sessanta il free jazz cambiasse di nuovo tutto.

Ma nel 1959 Rollins prese una decisione drastica. Non era più soddisfatto del suo suono, nonostante gli apprezzamenti e il successo, e decise perciò di ritirarsi dall’attività pubblica per lavorare su qualcosa di nuovo. Non volendo disturbare i suoi vicini d’appartamento cominciò ad andare ogni giorno in un angolo isolato sotto al ponte di Williamsburg, esercitandosi fino a 16 ore al giorno, anche con la pioggia e il freddo degli inverni di New York. Quella fase della sua vita ispirò peraltro il personaggio di “Gengive Sanguinanti” Murphy, un famoso personaggio dei Simpson.

Rollins tornò a suonare davanti al pubblico nel 1961, e l’anno dopo incise The Bridge, che ebbe un grande successo anche se non rappresentò una vera svolta nella storia del jazz, che stava cambiando di nuovo – e per sempre – per via dell’approccio radicalmente nuovo proposto da Ornette Coleman e dal suo quartetto, che stava facendo conoscere al mondo quello che sarebbe diventato noto come free jazz, la più grande rivoluzione nel jazz dopo il bebop. Negli anni Sessanta Rollins sposò Lucille Pearson, che sarebbe stata la sua compagna di vita, e firmò con la Impulse!, ma diminuì la sua attività in studio fino a prendersi di nuovo un lungo periodo sabbatico, in cui studiò tra le altre cose lo yoga e le filosofie orientali.

– Leggi anche: La rivoluzione di Ornette Coleman

Tornò a registrare con regolarità negli anni Settanta, introducendo nelle sue formazioni strumenti elettrici e dedicandosi anche alla fusion e all’R&B. Ormai quasi cinquantenne, Rollins non era più un innovatore con i suoi dischi, ma la sua attività di concertista rimase per tutta la fine del Novecento tra le più apprezzate nel circuito degli appassionati del jazz, riscuotendo successo in tutto il mondo.

Sonny Rollins alla Casa Bianca alla cerimonia di consegna della National Medal of Arts nel 2010 (Alex Wong/Getty Images)

Diventato un’istituzione a New York, nel tempo è cresciuto un piccolo movimento che chiede di dedicargli il ponte di Williamsburg sotto al quale suonò per due anni. Continuò comunque a pubblicare album fino agli anni Duemila inoltrati, tutti con l’etichetta Milestone. Negli ultimi anni si era trasferito a Woodstock, nel nord dello stato di New York, e aveva continuato a dare interviste, testimonianze ormai rare dell’ultimo grande protagonista dell’epoca d’oro del jazz ancora in vita.