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  • Martedì 26 maggio 2026

Nelle università americane i voti sono troppo alti

Se ne parla da tempo negli istituti più importanti e ora Harvard ha introdotto un limite massimo di "A" per ogni classe

Un palloncino di congratulazioni
Un palloncino di congratulazioni durante una cerimonia di laurea all’università di Harvard a Cambridge, Massachusetts (Mel Musto/Bloomberg/Getty Images)
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Nei giorni scorsi la facoltà di arti e scienze dell’università di Harvard, una delle più conosciute e ambite al mondo, ha approvato una riforma che limiterà il numero di studenti dei corsi di laurea di primo livello che possono prendere una “A”, cioè il massimo dei voti, per ciascuna materia. A partire dall’anno accademico 2027-28 potrà prendere A non più del 20 per cento di ogni classe, più quattro studenti extra per casi eccezionali. In una classe frequentata da 150 studenti, per esempio, potranno prendere A al massimo 34 di loro; in un seminario da 10 studenti, al massimo sei.

Il provvedimento è stato descritto come una delle misure più ambiziose mai intraprese per limitare il fenomeno dell’“inflazione dei voti” nelle università: la tendenza, cioè, a dare voti mediamente più alti col passare del tempo. Secondo un rapporto presentato ai docenti che hanno approvato la riforma, i voti A in ogni classe della facoltà erano il 24 per cento nel 2005, il 40,3 per cento nel 2015 e il 60,2 per cento nel 2025.

Tendenze simili sono emerse da decenni anche in altre università famose, tra cui Yale e Princeton. Tra il 1990 e il 2020, secondo dati del dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti, la media nazionale dei voti nei corsi di laurea di primo livello (undergraduate) è aumentata di oltre il 16 per cento, e la A è diventata il voto più comune assegnato nelle università americane.
Anche in Canada i voti alti sono in costante aumento da anni.

Una laureanda di spalle, in primo piano, al cancello di ingresso dell'università

Un gruppo di studenti in toga dell’università di Harvard prima della cerimonia di consegna delle lauree a Cambridge, Massachusetts, il 29 maggio 2025 (Mel Musto/Bloomberg/Getty Images)

La facoltà di arti e scienze sociali e naturali è la più grande di Harvard: comprende 40 dipartimenti. L’inflazione dei voti A era diventata «un problema di azione collettiva: tutti lo vedevano, ma nessun singolo docente era in grado di risolverlo da solo», ha detto il linguista computazionale Stuart Shieber, presidente della sottocommissione incaricata di proporre una soluzione.

Alcuni dei fattori influenti sulla manica larga dei docenti, secondo il rapporto, sono la paura di essere percepiti come troppo «esigenti» rispetto ai colleghi e una crescente tendenza degli studenti ad avviare procedimenti contenziosi con l’università. Un altro è il fatto che generalmente i voti assegnati sono utilizzati anche per valutare le prestazioni dei docenti: più sono alti, più sono positive le loro valutazioni.

I voti alti erano diventati un problema ancora più grande in particolare durante l’anno di didattica a distanza durante la pandemia. In quel periodo era aumentata una certa pressione, esercitata dall’università stessa, a fornire sostegno a studenti in difficoltà per situazioni familiari complicate o per altre ragioni. E nelle scuole un approccio dello stesso tipo aveva portato a un allentamento dei requisiti per ottenere voti alti: esami difficili erano stati gradualmente sostituiti da esami più numerosi e più facili, il che aveva reso più complicato per i professori fare valutazioni sufficientemente differenziate tra gli studenti.

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Princeton era stata una delle prime a riconoscere il problema dell’inflazione dei voti alti e a intervenire per provare a risolverlo: nel 2004 aveva stabilito un limite di A pari al 35 per cento di ogni classe. Ma aveva mantenuto quel sistema solo per una decina d’anni, prima di ritirarlo perché svantaggiava i suoi studenti nel mercato del lavoro e nell’ammissione ai corsi di laurea di secondo livello. Da allora il problema è riemerso: nell’anno accademico 2024-2025 il 66,7 per cento di tutti i voti assegnati è stato A, A- o A+ (a Harvard A+ non è previsto).

Una classe di laureandi seduti durante la cerimonia di consegna delle lauree

Una classe di laureandi durante la cerimonia di consegna delle lauree a Princeton, New Jersey, il 5 giugno 2012 (AP/Mel Evans)

Anche Yale ha lo stesso problema: nel 2022-23 il 79 per cento dei voti era una A o una A- (anche a Yale A+ non si dà). In un rapporto pubblicato ad aprile, una commissione aveva descritto l’inflazione dei voti A come una delle ragioni della perdita di credibilità e fiducia nell’istruzione superiore negli Stati Uniti, e aveva raccomandato che la B tornasse a essere il voto più comune a fine ciclo di studi, come negli anni Sessanta. Aveva anche suggerito di escogitare e introdurre un sistema per riflettere il valore contestuale di ciascun voto in ogni classe.

Secondo la commissione di Yale, un modo potrebbe essere includere nella valutazione la posizione di ciascuno studente in una classifica relativa, per fare sì che un voto A- in un corso molto impegnativo, per esempio, non sia inferiore al massimo dei voti in corsi in cui le A sono inflazionate. Potrebbe essere un approccio più sensato rispetto all’introduzione di un limite massimo di A, ha detto uno studente di Yale al mensile e sito d’informazione Reason.

Una misura del genere è stata inclusa proprio nella nuova politica approvata da Harvard, che oltre al limite massimo di A per ogni classe introduce anche una «classifica percentile media» (average percentile ranking, APR).

Se per esempio uno studente prenderà B in un corso di letteratura in cui il 65 per cento della classe ha preso un voto migliore o uguale al suo, quello studente sarà incluso nel 35° percentile. Se un altro studente prenderà B in un corso di biologia in cui solo il 15 per cento della classe ha preso un voto migliore del suo, quello studente sarà incluso nell’85° percentile. Entrambi gli studenti avranno preso B, ma con il sistema APR il risultato del secondo studente varrà di più: l’obiettivo è che la posizione rispetto agli studenti dello stesso corso diventi una valutazione più significativa del voto stesso.

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A Harvard il sistema APR sostituirà quello attualmente in uso nelle università americane, che non prevedono un voto tipo 110/110 come in Italia. Il rendimento finale per ogni laureato è dato dalla sua grade point average (GPA), cioè la media cumulativa dei voti presi durante tutto il corso di laurea su una scala da 0 a 4. Il valore medio a Harvard era aumentato al punto da diventare molto poco significativo (da 3,56 a 3,83 in 15 anni).

Una laureanda riposa sdraiata su una panchina, con il volto coperto dal tocco

Una persona sdraiata su una panchina prima della cerimonia di consegna delle lauree a Harvard, il 29 maggio 2022, a Cambridge, Massachusetts (AP Photo/Mary Schwalm)

La questione dell’inflazione di voti eccellenti tende a generare molte discussioni, soprattutto tra gli studenti. Prima dell’approvazione della nuova politica, alcuni di loro avevano detto al giornale universitario Harvard Crimson che il provvedimento avrebbe soltanto aumentato la pressione in un ambiente già di per sé molto competitivo ed esigente.

La professoressa di letteratura Amanda Claybaugh, prorettrice per la didattica dei corsi di laurea di primo livello, aveva definito l’inflazione dei voti una questione complessa, molto difficile da risolvere per una sola università. Perché se il sistema di valutazione in altri istituti rimanesse quello attuale, alla lunga, datori di lavoro e istituti di ricerca continuerebbero a dovere interpretare dati confusi e potenzialmente fuorvianti sul rendimento degli studenti.

C’è anche un altro lato della questione, spesso trascurato. Alcuni ricercatori segnalano da tempo che nella maggior parte dei casi tutta la discussione sull’inflazione dei voti parte da un presupposto implicito non necessariamente fondato: l’idea che i voti siano migliorati non per merito degli studenti, ma perché sono “gonfiati”. Ed è un’idea che non tiene conto di altri possibili fattori.

La preparazione degli studenti potrebbe effettivamente essere migliore rispetto al passato, perché favorita da pratiche didattiche e strumenti pedagogici più efficienti. Le università più esigenti potrebbero essere diventate più selettive nel tempo, e quindi gli studenti ammessi a frequentarle potrebbero essere mediamente più capaci dei loro predecessori. Senza considerare che la discussione sull’inflazione dei voti tende a essere generalizzata: non tiene conto di differenze demografiche, di reddito, di scelta dei corsi da parte degli studenti, e di altri fattori che possono influenzare la loro preparazione.

Misure come quella della «classifica percentile media» introdotta da Harvard, secondo i ricercatori, potrebbero inoltre avere effetti indiretti non voluti, come un aumento della propensione degli studenti a evitare i corsi più impegnativi.

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