E la terapia di gruppo?
In Italia la conoscono e scelgono ancora in pochi, ma non è meno valida di quella individuale e ha alcuni vantaggi

A chi non l’ha mai provata il termine “terapia di gruppo” evoca probabilmente scene di film e serie tv americane come BoJack Horseman o Fight Club. Nella rappresentazione più classica questi gruppi sono aperti a tutti, gratuiti e autogestiti: chi vuole parla di sé e gli altri ascoltano. È un’immagine però più vicina ai gruppi di autoaiuto molto diffusi negli Stati Uniti, come gli Alcolisti Anonimi, che alla psicoterapia di gruppo che viene fatta per esempio in Italia.
Come la terapia individuale, quella di gruppo viene gestita da un professionista, che richiede un impegno sia in termini di presenza che economico. A differenza della psicoterapia individuale, che da anni è sempre più nota e sdoganata, però questo tipo di servizio è molto meno raccontato e diffuso: secondo i dati del rapporto Eurispes 2024, tra il 2022 e il 2023 il 29,7 per cento degli italiani aveva cercato supporto psicologico, ma solo il 6,7 per cento aveva seguito sedute di terapia di gruppo.
Nella letteratura scientifica internazionale la terapia di gruppo è descritta come una forma di intervento utile a gestire una lunga serie di disturbi o situazioni dolorose, tra cui la depressione, i disturbi d’ansia e di personalità, le dipendenze, i traumi relazionali, il lutto e i problemi legati all’immagine corporea. Spesso costa meno di una sessione di terapia individuale, e ha dei vantaggi specifici che vengono proprio dalla presenza di altre persone.
Una scena di un gruppo di autoaiuto in Fight Club
Un primo malinteso è che la terapia di gruppo debba essere per forza tematica, e quindi dedicata solo a chi ha problemi di dipendenze, o di disturbi alimentari, o a chi ha subito un lutto. I gruppi di questo tipo esistono, e funzionano, ma non sono gli unici. Spesso, anzi, il gruppo è eterogeneo per diagnosi e per storia personale, e questa eterogeneità è una delle sue forze principali. Filippo, che ha chiesto al Post di mantenere l’anonimato per parlare liberamente del proprio percorso terapeutico, dice di aver incontrato una psicologa individualmente per anni prima che lei gli proponesse di passare al gruppo.
«La terapeuta è stata molto chiara sul fatto che secondo lei era la cosa migliore in quel momento per me», dice. «Io all’inizio ero molto scettico, principalmente perché, come tutti, sono convinto di essere un unico e speciale fiocco di neve e niente di quello che mi riguarda potrebbe mai riguardare anche altri. Ovviamente non era così, e ci ho messo un po’ a capire come prenderlo, ma alla fine si è rivelato molto prezioso».
«Il terapeuta mette insieme il gruppo affinché abbia una certa coerenza», spiega. «Non per forza tutti con gli stessi traumi e problemi, ma che abbiano delle cose in comune e nessuno sovrasti gli altri». A differenza di quanto si potrebbe pensare, i gruppi sono raramente omogenei per diagnosi o per tipo di problema: anzi, spesso funzionano meglio quando i partecipanti hanno storie e difficoltà diverse, perché questo moltiplica le prospettive da cui guardare un problema.
Il riferimento teorico più importante per capire perché il gruppo funziona è lo psichiatra e psicoterapeuta statunitense Irvin Yalom, che dal 1970 ha dedicato decenni a studiare sistematicamente cosa succede quando le persone fanno terapia insieme. Yalom sostiene che nel gruppo emergano cose che nella terapia individuale non trovano spazio. Una delle più importanti è quella che chiama “universalità”: scoprire che altre persone condividono le stesse sofferenze e gli stessi pensieri ha un effetto positivo sull’isolamento e sul senso di colpa, cosa che i colloqui privati raramente possono produrre con la stessa intensità. C’è poi l’altruismo: sentire di star aiutando un altro membro del gruppo rafforza l’autostima e il senso di utilità dei partecipanti in un modo che nessuna terapia individuale può replicare.
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La psicoterapeuta Alice Garavaglia, specializzata in terapia di gruppo, spiega che nella sua esperienza, in Italia, un gruppo terapeutico nel privato è composto di solito da sei o sette persone. Ci si trova ogni settimana per sessioni di circa due ore e a guidarlo c’è una o uno psicoterapeuta. Il gruppo è fisso: non si entra e si esce a piacere, e Garavaglia dice che lei richiede un impegno minimo di sei mesi, sia per dare tempo alla persona di capire se il gruppo fa per lei, sia per tutelare gli altri membri, che investono energie ogni volta che arriva un nuovo partecipante.
Di norma, il costo di ogni seduta è significativamente inferiore a quello della terapia individuale: Garavaglia stima che sia attorno ai 30/40 euro, quasi la metà del costo medio di una seduta individuale, ma dipende molto dalla struttura o dal professionista che la tiene e che la organizza. Va considerato anche che le sessioni di gruppo durano più a lungo.
Il tema economico è rilevante perché la domanda di sostegno psicologico in Italia supera di gran lunga la capacità che il sistema sanitario pubblico ha di soddisfarla e i prezzi della psicoterapia privata possono essere onerosi per molte persone o famiglie. Secondo una ricerca recente pubblicata dall’Istituto Piepoli in collaborazione con il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi, circa cinque milioni di persone in Italia vorrebbero accedere a cure psicologiche ma non possono farlo per motivi economici.
In questo contesto, la terapia di gruppo potrebbe essere considerata una valida soluzione per le persone che non possono permettersi quella individuale. Garavaglia, però, sottolinea che non è esattamente così, perché la terapia di gruppo non è un’alternativa a quella individuale. Almeno secondo il suo approccio, normalmente si arriva al gruppo dopo aver già fatto un pezzo di lavoro individuale.
«La metafora che faccio spesso è quella di un bambino che cresce per i primi anni a casa con la mamma e poi arriva il momento di andare a scuola», spiega. «È importante aver avuto prima uno spazio di ascolto e protezione solo per te. Solo dopo si è pronti per entrare in un gruppo». I due percorsi, nel suo approccio, non si svolgono in alternativa ma in sequenza.
Ci sono anche situazioni in cui la terapia di gruppo non è indicata, o non lo è in quel momento specifico. Persone in fase di disagio acuto, con agitazione intensa o con difficoltà relazionali molto marcate potrebbero trovare la dinamica di gruppo destabilizzante anziché terapeutica. In quei casi la terapia individuale resta il punto di partenza, e il gruppo può diventare un obiettivo successivo.
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Nel sistema pubblico le cose funzionano diversamente. Nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), la terapia di gruppo è gratuita, ma viene offerta in modo discontinuo e quasi sempre solo a chi ha diagnosi di una certa gravità. I gruppi nel pubblico tendono a essere omogenei per diagnosi – gruppi per persone con dipendenze, per chi ha disturbi psicotici, per chi segue programmi di DBT per il disturbo borderline di personalità, eccetera – e la loro disponibilità dipende spesso dall’iniziativa di singoli professionisti motivati piuttosto che da un’offerta strutturata e stabile.
«Se cerchi una terapia di gruppo come te la sto descrivendo io nel pubblico», dice Garavaglia, «credo sia quasi impossibile trovarla. Le risorse della sanità sono quelle che sappiamo, e le situazioni meno gravi non vengono più accolte, o raramente».
Le ragioni di questa lacuna sono organizzative e culturali. Avviare e mantenere un gruppo terapeutico richiede uno spazio fisico adeguato, orari compatibili con le esigenze degli utenti, uno o due terapeuti disponibili per ogni sessione, e una popolazione di pazienti sufficientemente stabile da garantire la continuità. In contesti già sovraccarichi, con liste d’attesa lunghe e organici ridotti, queste condizioni sono difficili da garantire.
A questo si aggiunge una preferenza culturale diffusa per il rapporto individuale con il terapeuta, che è percepito come più intenso e più adatto alla complessità della sofferenza psichica. Le ricerche sul tema non sostengono questa percezione, ma è un pregiudizio che continua a orientare sia le scelte dei pazienti che la formazione dei professionisti.
Garavaglia dice che questi dubbi fanno parte del lavoro terapeutico stesso. «La confidenzialità è una cosa su cui insistiamo moltissimo», spiega. «Come terapeuta sono deontologicamente obbligata al segreto professionale, e nel momento in cui la terapia diventa di gruppo, quel segreto si estende a tutti i partecipanti. Lo spazio deve essere percepito come sicuro». Quanto alle antipatie e alle tensioni che si possono creare tra i membri del gruppo, Garavaglia le considera tra i momenti più preziosi di tutto il percorso. «È tutto materiale di lavoro. Quasi mai la tensione tra partecipanti riguarda solo questioni personali: quasi sempre c’entra con delle dinamiche che ognuno si porta dietro, e vederle emergere in uno spazio protetto è un’occasione di riparazione», spiega.
Negli ultimi anni, comunque, nel mondo delle associazioni italiane stanno nascendo forme di terapia di gruppo più sperimentali, costruite attorno a esperienze identitarie piuttosto che a diagnosi. È il caso di Asterisco, un’associazione milanese che si occupa di neurodivergenze e identità queer, che quest’anno ha organizzato quello che è probabilmente il primo gruppo di terapia in Italia rivolto a persone che sono al contempo neurodivergenti e queer.
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