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  • Venerdì 22 maggio 2026

Pep and the City

In dieci stagioni da allenatore del Manchester City, Pep Guardiola ha cambiato la storia della squadra, spendendo tanto e vincendo tantissimo

(Justin Setterfield/Getty Images)
(Justin Setterfield/Getty Images)
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L’allenatore spagnolo Pep Guardiola lascerà il Manchester City dopo dieci stagioni in cui ha vinto 20 trofei e ha cambiato la storia della squadra e della Premier League (il campionato inglese), influenzandola con le sue idee tattiche, brillanti e in costante evoluzione. Se ne andrà dopo 593 partite allenate tra tutte le competizioni, 423 delle quali vinte (manca l’ultima, domenica contro l’Aston Villa), e con la più alta percentuale di vittorie in Premier League, il 70,9 per cento, meglio di Alex Ferguson, Antonio Conte e Jürgen Klopp, che lo seguono in questa classifica.

Già dall’inizio degli anni Dieci, e quindi da prima dell’arrivo di Guardiola, grazie ai ricchissimi proprietari dell’Abu Dhabi United Group, il City aveva cominciato a investire centinaia di milioni di sterline, e vincere. Con Guardiola però ha cambiato status, diventando la miglior squadra d’Inghilterra e una delle migliori al mondo, capace di rimanere sempre ai vertici pur in un contesto molto competitivo.

In queste dieci stagioni il Manchester City ha vinto 6 campionati, ha battuto il record di punti (100, nel 2017-2018), di vittorie consecutive (18), di gol segnati in un campionato (107) e di Premier League consecutive vinte (4, tra il 2021 e il 2024). Ha vinto anche la prima Champions League della sua storia, nel 2023, e diverse coppe nazionali, che hanno portato a 41 il totale dei trofei vinti da Guardiola: quelli del City si aggiungono ai 14 vinti con il Barcellona e ai 7 ottenuti con il Bayern Monaco. Nei suoi anni il City ha vinto più del doppio dei trofei rispetto a qualsiasi altra squadra inglese.

In questa grafica manca un titolo all’Arsenal, la Premier League appena vinta

Senza dubbio il City lo ha messo nelle condizioni di rendere al meglio, pagandolo tanto e comprandogli molti dei migliori calciatori sul mercato. Lui però ci ha messo parecchio del suo, migliorandoli ed esaltandone le qualità in un sistema di gioco che si è adattato prima al calcio inglese, cambiandolo, e poi a sua volta agli stessi cambiamenti del calcio. Ha iniziato a vincere con un attaccante tecnico, abile nel gioco di squadra e alto 1,70 metri come Sergio Agüero, ha continuato a farlo con uno potente, esuberante e alto 1,95 metri come Erling Haaland. Con Guardiola, il City ha sempre cercato di dominare il gioco, ma ha cambiato il modo di farlo, prima controllando di più il pallone, poi di più lo spazio.

Nello stesso periodo in cui Guardiola ha allenato il City, il Chelsea ha speso più soldi (2,73 miliardi di euro contro 2,05, secondo Transfermarkt) e ha vinto un solo campionato, mentre il Manchester United non ha speso molto meno (1,88 miliardi), ma ha portato a casa solo qualche coppa minore ed è diventata, in termini di risultati, la seconda squadra di Manchester, pur con una tradizione ben più gloriosa.

L’allenatore spagnolo ha portato la sua organizzazione maniacale e la sua inventiva in tutti gli aspetti del suo lavoro, in campo e fuori. Non è un caso se l’allenatore che ha vinto la Premier con l’Arsenal sia stato in passato il suo vice (Mikel Arteta), e se un altro suo ex collaboratore, Enzo Maresca, sia il principale candidato a sostituirlo, dopo aver allenato pure il Chelsea.

Pep Guardiola e Mikel Arteta (AP Photo/David Cliff)

Anche in una stagione non particolarmente brillante come questa, il City ha vinto la Coppa di Lega inglese e la FA Cup. Commentando la finale di quest’ultima coppa, vinta sabato scorso contro il Chelsea a Wembley (dove si giocano tutte le finali del calcio inglese), il giornalista Barney Ronay sul Guardian ha scritto:

«Ormai l’appuntamento annuale a Wembley sembra incarnare perfettamente lo status di Guardiola: da un lato un outsider, la mente strategica che non insegna i contrasti, dall’altro la figura che ha maggiormente influenzato il modo in cui il calcio viene giocato oggi in Inghilterra. Il capitano della nave pirata del City, che ha fatto causa alla lega e vuole rovinarla [in riferimento alle 115 violazioni di regolamenti finanziari di cui è accusato il club], ma anche profondamente radicato nelle tradizioni del calcio inglese».

Nelle sue prime esperienze da allenatore, al Barcellona e al Bayern Monaco, Guardiola era rimasto rispettivamente per 4 e 3 stagioni, poi se n’era andato, dopo aver vinto campionati e coppe e aver lasciato in eredità sistemi di gioco consolidati, all’avanguardia e usati come modello da varie altre squadre. Al City è rimasto invece quasi dieci anni: perché la Premier League è il campionato più ricco e prestigioso al mondo, e perché ha trovato una squadra che gli ha dato carta bianca – e molti soldi – per poter continuare a sperimentare e a vincere. Alla fine della stagione, si dice, prenderà un altro anno sabbatico, come fece dopo aver allenato il Barcellona.

Pep Guardiola ed Erling Haaland (Shaun Botterill/Getty Images)

Il sito di approfondimento sportivo Lo Slalom ha definito «buffo, ma pure molto giusto» che l’ultima finale vinta da Guardiola al City sia stata decisa da un gol di tacco, «il gesto meno programmabile», di Antoine Semenyo, un calciatore che, sempre secondo il Guardian, «Guardiola dieci anni fa non avrebbe preso». Scrive Lo Slalom:

 «Per anni Guardiola è stato raccontato come l’uomo del controllo totale, dei triangoli, delle posizioni, delle distanze. L’allenatore dell’overthinking. Pensa, pensa, pensa. Uno scienziato. Un fisico del calcio. Un fottutissimo genio. Albert Einstein. Ma il suo calcio migliore non ha mai cancellato la fantasia. Guardiola l’ha messa in condizione di apparire, altrimenti non avremmo avuto Iniesta, Messi, De Bruyne, Bernardo, Foden. Non ha eliminato il 10, e i suoi 10 non sono stati burattini dentro uno schema, ma giocatori liberi dentro un ordine forte».