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  • Sabato 16 maggio 2026

L’altro Grande Torino

Quello che cinquant'anni fa vinse il suo ultimo Scudetto, con una grande rimonta sui rivali cittadini della Juventus

L'attaccante del Torino Paolo Pulici festeggia un gol nel 1976, con dietro il centrocampista Renato Zaccarelli (Image Photo Agency/Getty Images)
L'attaccante del Torino Paolo Pulici festeggia un gol nel 1976, con dietro il centrocampista Renato Zaccarelli (Image Photo Agency/Getty Images)
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Il 17 maggio del 1976 il quotidiano sportivo torinese Tuttosport scrisse in prima pagina “TORO, lassù qualcuno ti ama”. Il Toro era il Torino che il giorno prima – esattamente cinquant’anni fa – aveva vinto la Serie A. E quel qualcuno “lassù” era il cosiddetto Grande Torino, che aveva dominato il calcio italiano fino all’incidente di Superga del 4 maggio 1949, in cui morirono quasi tutti i suoi giocatori. Per 27 anni il Torino non era più stato in grado di vincere lo Scudetto. E da quel 1976 di nuovo non ci è più riuscito.

Fu uno Scudetto memorabile per tanti altri motivi. Arrivò inaspettatamente, in rimonta, alle ultime giornate, con un gioco davvero moderno per l’epoca e contro i rivali della Juventus. In mezzo ci furono un gol di mano, un leone e delle testate portafortuna (testate non nel senso di Tuttosport, ma proprio di colpi alla testa).

E dire che quella stagione non era iniziata con grandi speranze. L’anno prima il Torino era finito sesto, non riuscendo nemmeno a qualificarsi per le coppe europee. Era andato male, per i suoi standard di allora: grazie all’ottima gestione del presidente Orfeo Pianelli, nel decennio precedente il Torino era infatti tornato forte e competitivo e le aspettative, di conseguenza, erano tornate alte.

In vista del nuovo campionato il Torino aveva scelto un allenatore promettente ma con poca esperienza ad alti livelli, Luigi Radice, e aveva mandato via alcuni dei giocatori più simbolici degli anni precedenti. Gli acquisti rilevanti, invece, erano stati soltanto due: Vittorio Caporale ed Eraldo Pecci, entrambi dal Bologna.

Il Torino di Radice non partì benissimo nell’autunno del 1975. Nelle prime cinque giornate perse contro il Bologna, pareggiò con l’Ascoli e con la Sampdoria, e vinse contro Inter e Perugia. Ma, come avrebbe detto negli anni successivi, Radice si accorse già dalle sue prime settimane di allenare una squadra con un grandissimo potenziale, formata da un gruppo di persone molto unite.

Oltre a essere molto uniti, erano calciatori di altissimo livello, capaci di interpretare un gioco estremamente moderno per l’epoca. Ispirandosi al “calcio totale” olandese e al basket, Radice propose un gioco più dinamico, aggressivo, dove tutti o quasi partecipavano sia alla difesa che all’attacco. Era la cosiddetta “zona mista”, un sistema in cui ogni calciatore poteva marcare a uomo, cioè seguire uno specifico avversario, oppure coprire una certa zona del campo, a seconda delle situazioni di gioco.

Il Torino si schierava in modo piuttosto variabile. Dietro c’erano un portiere molto forte, Luciano Castellini, e il libero (cioè il difensore più arretrato) Caporale, ottimo per tecnica e tempismo. In mezzo c’erano tre centrocampisti – Pecci, Renato Zaccarelli e Patrizio Sala – tutti capaci di giocare bene il pallone, come si vedeva raramente ai tempi. Poco davanti c’era Claudio Sala, eccellente nel dribbling e così creativo nei suoi passaggi da essere chiamato “il poeta”. In attacco c’erano infine i “gemelli del gol”, gli attaccanti Francesco “Ciccio” Graziani e Paolo Pulici, ricordati come una delle coppie d’attacco più forti nella storia della Serie A. Quella stagione avrebbero fatto, insieme, 36 gol.

Graziani e Pulici nel 1978 (Image Photo Agency/Getty Images)

Il Torino iniziò a far vedere davvero le sue qualità dalla sesta giornata, quando batté 3-1 il Napoli, favorito. E lo batté meritatamente, con un gioco arrembante ma anche con un gol di mano di Pulici, che nel nuovo documentario di Sky l’ha raccontato così:

C’era una giornata di vento. [Il terzino sinistro Roberto Salvadori] mette questa palla difficile da mettere. Il pallone dalla mia testa si sarà spostato di mezzo metro. Palla persa per palla persa, le ho tirato un cazzotto. La palla ha fatto gol, l’arbitro me l’ha dato. «Ma sei stato zitto?». «E che vuoi che vado a dire all’arbitro che ho fatto gol di pugno? Sono matto, i tifosi m’ammazzano».

Più la squadra otteneva risultati e cresceva l’entusiasmo, più i giocatori iniziarono a prendere sul serio i loro rituali. Il giorno della partita, lungo il tragitto verso lo stadio, tutti aspettavano sempre il passaggio davanti allo zoo di Torino per vederne il leone, e poi il saluto di una tifosa che da un palazzo di via Giordano Bruno si affacciava per incoraggiare la squadra. Prima di entrare in campo, invece, Radice e Pulici si scambiavano spesso delle testate, ha raccontato Claudio Sala.

Per gran parte del campionato, però, queste abitudini non sembrarono comunque portare troppa fortuna. A marzo il Torino aveva ancora cinque punti di svantaggio dalla Juventus prima in classifica: non erano tanti, ma nemmeno pochissimi in un’epoca in cui una vittoria valeva ancora 2 punti, anziché 3.

In poche settimane, però, il Torino completò una formidabile rimonta. Tra marzo e aprile la Juventus perse consecutivamente contro il Cesena, contro lo stesso Torino e infine contro l’Inter, facendosi superare per un punto dai rivali cittadini a sei giornate dalla fine.

Il Torino mantenne questo precario vantaggio fino all’ultima giornata, che avrebbe giocato in casa, allo Stadio Comunale, contro il Cesena. Pareggiò 1-1 ma bastò, perché la Juventus – inaspettatamente – perse a Perugia. Al fischio finale i tifosi del Torino, già al corrente del risultato della Juventus, iniziarono a festeggiare. Ce n’erano circa 65mila allo stadio, più altri 15mila fuori dai cancelli.

Fu una vittoria dal grande valore simbolico, viste le differenze (percepite, più che reali) che c’erano tra le proprietà e le tifoserie delle due squadre cittadine. In mano alla ricca famiglia Agnelli proprietaria della FIAT, la Juventus era spesso vista come una squadra più borghese e ormai “nazionale”, anche perché seguita da molti operai arrivati dal Sud Italia. Il Torino di Pianelli, un ex operaio, era invece percepito come una squadra più proletaria, popolare e locale.

Un anno dopo, la Juventus si prese la sua rivincita. Nel 1977 il Torino fece 50 punti, 5 in più di quelli che le erano bastati a vincere l’anno prima, ma uno in meno della Juventus, che vinse lo Scudetto. Da quel momento la Juventus avrebbe vinto altri 18 Scudetti, il Torino nemmeno uno; l’ultimo trofeo vinto è la Coppa Italia del 1993.