Dov’erano gli hantavirus prima che li scoprisse tutto il mondo

Da un fiume coreano fino alla casa di Gene Hackman, la storia di come li abbiamo scoperti, studiati e ci abbiamo avuto a che fare è sempre rimasta ai margini del dibattito

Particelle virali di un hantavirus al microscopio elettronico (Wikimedia)
Particelle virali di un hantavirus al microscopio elettronico (Wikimedia)
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Prima del focolaio sulla nave da crociera Hondius, molte persone avevano sentito parlare di hantavirus per il caso di cronaca intorno a Gene Hackman, l’attore statunitense trovato morto nel 2025 nella propria abitazione nel New Mexico. Hackman non era morto a causa del virus, ma di stenti per via della malattia di Alzheimer e di nessuno che potesse accudirlo. La sua tutrice, la moglie Betsy Arakawa, era infatti morta una settimana prima a causa di una sindrome polmonare da hantavirus.

La coppia viveva isolata e furono necessari giorni prima che fosse scoperta la morte di entrambi. La morte di Hackman fu ampiamente ripresa dai media, soprattutto per raccontare la sua lunga carriera da attore, mentre l’infezione da hantavirus che aveva ucciso Arakawa passò velocemente in secondo piano. Non c’era un pericolo per la popolazione in generale, che aveva già dovuto affrontare anni di pandemia da coronavirus, e gli hantavirus furono rimossi dall’attenzione pubblica come del resto era avvenuto da decenni, nonostante la loro pericolosità.

Sappiamo con certezza che cosa sono gli hantavirus dalla fine degli anni Settanta, soprattutto grazie al lavoro del virologo sudcoreano Ho-Wang Lee. Durante la guerra di Corea, che consolidò la divisione tra Corea del Sud e del Nord nei primi anni Cinquanta, oltre 3mila soldati si erano ammalati di una grave forma di febbre emorragica con un tasso di letalità che arrivava al 15 per cento. I soldati passavano rapidamente da una fase di febbre a un’insufficienza renale acuta, senza che fosse chiara la causa della malattia.

Per oltre vent’anni nessuno riuscì a isolare un virus, tanto che si iniziò a sospettare che la malattia non avesse un’origine virale. Fu in quel contesto che Lee provò un approccio diverso, indirizzato non tanto allo studio dei campioni che erano stati raccolti dai pazienti dell’epoca, ma dalle condizioni in cui vivevano i soldati al fronte. Si concentrò in particolare sulla presenza di roditori selvatici nella zona del fiume Hantaan e ipotizzò che potessero essere la riserva del virus, con infezioni croniche che non comportavano sintomi per questi animali.

Con il suo gruppo di ricerca, nel 1976 Lee identificò nei polmoni del topo selvatico striato (Apodemus agrarius) un antigene specifico, cioè una sostanza riconducibile a un virus. L’antigene fu poi messo a contatto con il siero di pazienti guariti dalla febbre emorragica, che conteneva quindi gli anticorpi sviluppati contro la malattia. Lee osservò che avveniva una reazione tra antigene e anticorpi: era la conferma dell’esistenza del virus responsabile dell’infezione.

Il nuovo virus fu chiamato “virus Hantaan”, dal nome del fiume che scorre vicino alla zona in cui erano stati catturati i roditori. In seguito divenne noto come hantavirus, il nome che si usa ancora oggi per identificare i vari virus della famiglia Hantaviridae.

Negli anni seguenti Lee riuscì a isolare il virus vero e proprio e a sviluppare un metodo affidabile per rilevare le infezioni da virus Hantaan, trasmesse per lo più in seguito al contatto per via aerea con le particelle virali presenti in feci, urina e saliva dei roditori infetti. La ricerca implicava la manipolazione di roditori vivi e sia Lee sia alcune persone del suo gruppo di ricerca contrassero la malattia durante la sperimentazione.

Nel 1980 l’identificazione di un secondo virus a Seul, questa volta in ambienti domestici, fu fondamentale per la comprensione del problema. Si scoprì che esistevano più tipi di hantavirus e che non erano tutti legati agli ambienti selvatici. Il “virus Seul” era trasportato da roditori che viaggiavano su navi e aerei, cosa che spiegava gli episodi di febbre emorragica nelle grandi città portuali del mondo. Le nuove conoscenze consentirono di ricondurre malattie che si registravano non solo in Asia, ma anche in Europa, agli hantavirus e di studiare i passaggi di specie in particolare da roditori a umani.

Fino ai primi anni Novanta sembrava quindi che il problema riguardasse soprattutto l’Europa e l’Asia, ma questa percezione cambiò drasticamente nella primavera del 1993, quando iniziò a diffondersi una misteriosa epidemia nel sud-ovest degli Stati Uniti. Persone giovani e senza problemi di salute sviluppavano sintomi simili all’influenza, che in poco tempo evolvevano in un’infiammazione polmonare con l’accumulo di liquido (edema), tale da uccidere la maggior parte dei malati entro un paio di giorni dal ricovero in ospedale.

Si scoprì che la causa era un hantavirus non ancora osservato e presente da tempo negli Stati Uniti. Fino ad allora era stato poco diffuso, ma un inverno e una primavera insolitamente piovosi avevano portato a una produzione eccezionale di pinoli e altri semi, che aveva favorito la moltiplicazione del topo cervino (Peromyscus maniculatus), che faceva da serbatoio naturale del virus. Più topi del solito invasero le abitazioni e resero più frequenti le infezioni attraverso la polvere contaminata da urina e feci. Si scoprì quindi che alcuni tipi di hantavirus potevano causare gravi sindromi polmonari, oltre a quelli meno letali ai reni osservate in Europa e in Asia in precedenza con qualche migliaio di casi all’anno.

Con i virus funziona spesso così: una volta scoperte alcune specie è probabile che se ne identifichino altre, spesso in luoghi diversi e lontani. Valse anche per gli hantavirus con la scoperta a metà degli anni Novanta del virus Andes, quello che ha causato il focolaio sulla Hondius tra aprile e maggio di quest’anno. All’epoca la sua presenza fu rilevata in Argentina e in Cile e in seguito si iniziò a sospettare che potesse essere trasmesso da persona a persona, e non solo da roditori a umani.

L’analisi genetica di un focolaio a El Bolsón, nel sud dell’Argentina, segnalò che persone che non avevano avuto alcun contatto con roditori, ma erano state in stretto contatto con persone malate, erano state contagiate dal medesimo ceppo virale. Un paio di anni dopo un focolaio in un’altra zona del paese portò a un fenomeno simile, con il sospetto coinvolgimento di alcune persone che contagiarono a loro insaputa molte persone partecipando a degli eventi sociali affollati. Un intero paese fu messo in quarantena e il focolaio fu messo sotto controllo prima che si sviluppasse una vera e propria epidemia.

A oggi non c’è comunque ancora un pieno consenso scientifico sulla capacità del virus Andes di diffondersi da persona a persona, anche se gli indizi sono aumentati in seguito al caso della Hondius. Dal momento dell’infezione a quello in cui emergono i sintomi possono trascorrere fino a 6-8 settimane, di conseguenza non è sempre semplice tenere traccia del contagio e ricondurre i singoli casi a un contagio roditori-umani o a un’eventuale trasmissione del virus tra persone.

Inoltre, nei primi giorni i sintomi come febbre e spossatezza possono essere confusi con quelli di un’influenza, con un ritardo nell’avvio di terapie più mirate, per quanto sempre di sostegno. A oggi non esiste infatti una cura specifica contro la sindrome polmonare causata dal virus Andes. Le terapie hanno lo scopo di tenere sotto controllo i sintomi, lasciando il tempo al sistema immunitario del paziente di sviluppare le difese per contrastare l’infezione. Anche per questo motivo l’esito della malattia dipende moltissimo da persona a persona.

Fino al recente caso della Hondius, gli hantavirus sono rimasti al margine del dibattito pubblico globale (compreso quello sanitario) perché venivano considerati problemi locali e sporadici, strettamente legati alla presenza o meno di roditori infetti in alcune aree geografiche. Le infezioni sono state per lungo tempo rare e hanno riguardato piccole comunità in aree rurali, dove è più frequente il contatto con gli animali infetti. Il fatto che per la maggior parte dei tipi di hantavirus fosse verificata l’impossibilità di diffondersi tra persone aveva ulteriormente ridotto l’attenzione delle politiche sanitarie, che per questioni di risorse da sempre si concentrano soprattutto sulle malattie e i problemi di salute più diffusi.

Il caso della Hondius ha raccolto grande interesse perché è stato il primo focolaio documentato in un ambiente confinato e con implicazioni internazionali, dovute alla presenza di passeggeri da diverse parti del mondo. È stato anche un segnale del fatto che gli hantavirus possono creare catene di contagio complesse e non rimanere relegati alle aree in cui la loro presenza era già nota. Come ha più volte ricordato l’Organizzazione mondiale della sanità, attualmente i rischi per la popolazione in generale sono bassi, ma è importante tenere traccia delle persone che potrebbero essere state contagiate e che potrebbero sviluppare sintomi nelle prossime settimane.