La guerra in Medio Oriente sta bloccando i pescatori italiani

Il prezzo del gasolio li costringe a navigare più lentamente e ad altri espedienti per consumare meno, oppure a stare fermi in porto

Una pompa di benzina con il carburante diesel esaurito nel porto di Marina di Campo, all'isola d'Elba (il Post)
Una pompa di benzina con il carburante diesel esaurito nel porto di Marina di Campo, all'isola d'Elba (il Post)
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Dall’inizio di marzo, ogni volta che esce dal porto di Anzio con il suo peschereccio, Lorenzo Colantuono deve sperare in una pesca eccezionale per far quadrare i conti. Prima del blocco dello stretto di Hormuz, il gasolio per le barche costava circa 60 centesimi al litro, nelle ultime settimane ha superato l’euro e in alcuni giorni è arrivato a un euro e 30 centesimi, più del doppio. Moltiplicati per i 500 litri di gasolio bruciati ogni giorno dal motore del suo peschereccio fanno circa 250 euro al giorno in più, oltre settemila euro al mese. «Ormai lavoro per pagare il carburante e i marinai, e se va bene le spese di manutenzione: a me rimane poco, anzi praticamente niente», dice.

La pesca è tra i settori più esposti alle conseguenze della guerra in Medio Oriente, in particolare a quello che succede nello stretto di Hormuz, il passaggio tra l’Iran e l’Oman da cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale commerciati in tutto il mondo. Nelle ultime settimane, con il blocco dello stretto e di fronte alla possibilità che alle petroliere non sia consentito passare ancora per mesi, il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva dal 2022, quando iniziò la guerra in Ucraina e un’altra crisi energetica.

In Italia, come in altri paesi, il governo ha cercato di compensare questo aumento, e lo ha fatto riducendo le accise con uno stanziamento di oltre un miliardo di euro. La misura però aiuta soltanto chi appunto paga le accise: chi fa il pieno alla propria auto oggi spende più o meno come due mesi fa, in alcuni casi anche un po’ meno; pescatori e agricoltori invece il rincaro lo pagano per intero, perché già prima il loro gasolio non aveva le accise.

A pesare sui conti è soprattutto il fatto che il gasolio è una delle spese principali per i pescatori. Domenico Vitiello pesca dal 1981 nel mar Tirreno: lo scorso anno ha speso circa 65mila euro in gasolio, quest’anno prevede di spenderne almeno 120mila senza avere la certezza di poter coprire la differenza, perché non si può prevedere se la giornata finirà con le reti piene di pesci o mezze vuote.

Per provare a contenere le spese lui e molti suoi colleghi stanno facendo ricorso a qualche vecchio e scontato espediente, come navigare a velocità ridotta. Ora si impiega anche un’ora e venti minuti per seguire una rotta che normalmente si coprirebbe in un’ora (quindi un terzo del tempo in più), ma questo accorgimento allunga giornate di lavoro già lunghe e faticose. «Mi ritrovo a guidare un peschereccio come una Panda, con i consumi di una Ferrari», dice Vitiello.

Un piccolo peschereccio nel porto di Marina di Campo, all'isola d'Elb

Un piccolo peschereccio nel porto di Marina di Campo, all’isola d’Elba (il Post)

Per lo stesso motivo molti pescatori stanno montando le reti più leggere che hanno, perché meno sono pesanti e meno i motori consumano, ma c’è un limite oltre il quale non si può rallentare. Un altro modo per limitare i danni è una sorta di passaparola solidale che è stato messo in atto: quando arriva al porto un carico di carburante in una giornata di quotazioni favorevole ci si passa la voce e tutti i pescherecci si mettono in coda per fare il pieno. Bastano pochi centesimi per fare la differenza sul bilancio di una settimana.

La soluzione più drastica è tenere la barca ferma in porto, come stanno facendo molti pescatori in diverse parti d’Italia, un po’ per risparmiare e un po’ per protesta. Non accendere i motori però non azzera le spese perché c’è sempre da pagare l’equipaggio (che in alcuni casi può essere di più di dieci persone), i canoni del porto, le assicurazioni e soprattutto la manutenzione. Anzi, spesso più si tiene la barca ferma e più le spese di manutenzione aumentano.

Una prima parziale risposta alle richieste dei pescatori è arrivata il 18 marzo, quando il governo ha approvato il cosiddetto decreto carburanti: oltre alla riduzione delle accise, è stato introdotto un credito di imposta specifico per le imprese della pesca, con uno stanziamento di 10 milioni di euro. Il credito di imposta copre il 20 per cento della spesa sostenuta per comprare il gasolio nei mesi di marzo, aprile e maggio: significa che un pescatore può avere uno sconto sulle tasse pari al 20 per cento di quanto speso per il carburante.

Il 29 aprile poi la Commissione europea ha introdotto una deroga alle regole sugli aiuti di Stato. La misura è stata chiamata Metsaf, che sta per Middle East Crisis Temporary State Aid Framework: vale sia per la pesca che per altri settori come l’agricoltura e i trasporti, resterà in vigore fino al 31 dicembre 2026 e permette ai paesi dell’Unione Europea di compensare alle imprese fino al 70 per cento dei costi extra sostenuti per il carburante. Non di tutta la spesa, come previsto dal decreto italiano, ma solo degli extra costi. Ogni impresa potrà ricevere fino a 50mila euro.

Paesi come la Francia e la Spagna hanno scelto un approccio diverso rispetto all’Italia: entrambi hanno previsto una compensazione diretta di 20 centesimi al litro per limitare l’aumento dei prezzi fin da subito, senza aspettare di far pagare meno tasse ai pescatori.

In questo modo sono stati evitati altri due problemi emersi già durante la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina. Il primo è la cosiddetta capienza fiscale: alcune piccole imprese della pesca pagano in tasse meno di quanto avrebbero diritto a compensare con il credito, e quindi non riescono a sfruttare per intero lo sconto concesso dallo Stato. Il secondo è che comunque queste pratiche sono complesse e costringono a maggiori spese per il lavoro dei commercialisti. Colantuono lo riassume così: «A me i soldi servono subito perché il pieno lo faccio subito, non tra otto mesi».

Per ora non è chiaro se e quanto il rincaro arriverà sui prezzi del pesce in pescheria e nei supermercati. A risentirne per primi potrebbero essere i prodotti della piccola pesca giornaliera che arrivano dalle marinerie italiane: triglie, sogliole, naselli, gamberi rosa, calamari, polpi, le specie del pescato fresco che riempiono i banchi delle pescherie. Una parte del pesce che si trova al supermercato, soprattutto quello surgelato o di importazione, dipende invece da catene di approvvigionamento internazionali e per ora risente meno dell’aumento dei prezzi del carburante.

Le associazioni che rappresentano le imprese della pesca dicono che finora non si sono visti aumenti significativi sui prezzi finali perché i rincari vengono scaricati sui margini dei vari pezzi della filiera, più che sui consumatori. Ma è complicato prevedere cosa succederà, soprattutto se lo stretto di Hormuz continuerà a rimanere bloccato a lungo.