La demolizione di Palazzo Fienga, il simbolo della camorra a Torre Annunziata

Era il "Fortapàsc" nel celebre film di Marco Risi sul giornalista Giancarlo Siani, ucciso nel 1985

Una parte di Palazzo Fienga a Torre Annunziata, Napoli, 15 gennaio 2015 (ANSA/CESARE ABBATE)
Una parte di Palazzo Fienga a Torre Annunziata, Napoli, 15 gennaio 2015 (ANSA/CESARE ABBATE)
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È previsto che oggi, lunedì 4 maggio, inizi la demolizione di Palazzo Fienga, simbolo della camorra a Torre Annunziata, vicino a Napoli, fin dagli anni Ottanta. La struttura venne confiscata e sgomberata nel 2015, e rimase inaccessibile e in stato di abbandono per diversi anni. Ora al suo posto saranno costruiti un parco pubblico e una piazza. Il palazzo era il Fortapàsc del celebre film di Marco Risi su Giancarlo Siani, giornalista e collaboratore del Mattino di Napoli che fu ucciso dalla camorra nel 1985, e che scriveva e indagava sulle famiglie che controllavano il paese.

Palazzo Fienga prende il nome da una famiglia di industriali che a fine Ottocento fece costruire questa struttura abitativa grande quanto un isolato: c’erano magazzini per accogliere le merci che arrivavano nel nuovo porto della città e locali aperti sul piano stradale. E c’era un gran numero di appartamenti da poter affittare o rivendere, oltre all’appartamento padronale riservato ai Fienga.

Parzialmente colpito dai bombardamenti degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, poi da una serie di esplosioni di vagoni ferroviari avvenute la sera del 21 gennaio del 1946 e dal terremoto del 23 novembre del 1980, il palazzo cominciò a essere abbandonato dai vecchi inquilini e passò tra diversi proprietari e locatari, arrivando alle famiglie della camorra che, come scrive il Mattino, nello stabile «hanno messo le radici facendolo diventare proprio»: nella corte i capi e gregari dei clan «hanno deciso la vita e la morte di nemici e rivali, diviso il territorio in zone d’influenza, organizzato il traffico di stupefacenti».

La storia del palazzo è legata in particolare al boss Valentino Gionta. Partito come pescivendolo, Gionta aveva costruito un giro di affari sempre più vasto con il contrabbando di sigarette e poi di droghe diventando il capo, con il clan Nuvoletta alleato dei corleonesi di Totò Riina, di uno dei gruppi di camorra più potenti della città.

Una veduta di Palazzo Fienga da Google Maps

Dal terremoto del 1980 l’intera struttura, nel frattempo soprannominata “fabbrica della morte”, era divenuta pericolante, ma le varie ordinanze dei sindaci che si erano succeduti in quattro decenni e che ne chiedevano la messa in sicurezza non furono mai attuate: «L’intero complesso», racconta sempre il Mattino, «era considerato una cosa loro, della camorra, e hanno continuato a tenerla, almeno nella parte esterna, in uno stato di quasi abbandono».

Nel 2015 il palazzo fu messo sotto sequestro grazie a due provvedimenti della procura di Torre Annunziata e della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Oltre 70 famiglie, tra affittuari e proprietari, furono sfrattate. Vennero poi murati tutti gli accessi al palazzo diventato, nel frattempo, bene confiscato alla camorra e sotto la gestione dell’Agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Da quel momento in poi ci sono state numerose discussioni sul futuro del palazzo. Durante il secondo governo di Giuseppe Conte vennero previsti 40 milioni di euro da destinare al recupero del quartiere e alla trasformazione dell’edificio in un centro per la legalità. Ma i progetti di ristrutturazione, giudicati troppo costosi, sono stati via via abbandonati ritardando ogni intervento sulla struttura.

Il palazzo sarà ora demolito. Nel 2022 il governo aveva nominato un commissario straordinario per l’intervento: l’ingegnere Paolo Delli Veneri, poi sostituito da Giuseppe Priolo. In aprile erano stati avviati i lavori preliminari all’intervento di demolizione, che inizierà oggi alla presenza dei ministri dell’Interno Matteo Piantedosi e delle Infrastrutture Matteo Salvini, del prefetto Michele di Bari e del procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo.