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  • Lunedì 4 maggio 2026

L’economia mondiale è più resistente del previsto, per ora

Gli effetti della crisi energetica sono ancora abbastanza limitati: ci sono alcune ragioni, che potrebbero durare poco

Lo stretto di Hormuz, 18 aprile 2026 (AP Photo/Asghar Besharati)
Lo stretto di Hormuz, 18 aprile 2026 (AP Photo/Asghar Besharati)
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Almeno per il momento l’economia mondiale si sta dimostrando più resistente del previsto a quella che è stata definita la peggior crisi di sempre del mercato petrolifero globale, provocata dalla guerra in Medio Oriente. Questo non vale in maniera uniforme in tutto il mondo: ci sono alcuni paesi, soprattutto quelli più poveri dell’Asia meridionale e del sud-est asiatico, che hanno dovuto imporre restrizioni rigide. Ci sono settori particolarmente colpiti, come quello del carburante per aerei. Ma in generale la maggior parte delle persone non è ancora stata colpita in maniera dura dalla crisi, come molti analisti temevano.

L’inflazione è aumentata, ma non di molto, e i prezzi dell’energia sono ancora lontani dai livelli dell’ultima crisi energetica, quella provocata nel 2022 dall’invasione russa dell’Ucraina. I mercati internazionali sono ai massimi. Le previsioni di crescita economica sono state abbassate, ma non al punto da prevedere una recessione.

È anche vero che le cose potrebbero cambiare rapidamente: l’economia mondiale si è dimostrata finora più flessibile del previsto, ma se la crisi energetica dovesse proseguire a lungo potrebbe non reggere. Tutti gli analisti danno per scontato che i problemi aumenteranno e si accumuleranno. Il punto però è che al momento le previsioni peggiori non si sono ancora realizzate. Prendiamo ad esempio la crisi energetica più nota del Novecento, quella del 1973: cominciò a ottobre di quell’anno e meno di due mesi dopo, all’inizio di dicembre, il governo italiano già si trovava costretto a imporre misure molto pesanti di austerity. Oggi i due mesi di crisi sono passati, ma queste misure non sono ancora necessarie perché l’economia è più flessibile.

Anzitutto le riserve di carburante hanno attutito il colpo. A gennaio, prima dell’inizio della guerra, Corea del Sud e Giappone avevano riserve di carburante per tenere attiva l’economia per 200 giorni; l’Unione Europea per 130 giorni circa; la Cina per 100 giorni. Questi numeri non devono essere presi in senso assoluto. Anche se ci avviciniamo ai 70 giorni di guerra non significa che per esempio alla Cina rimangano soltanto 30 giorni di autonomia: in questi mesi di guerra la Cina ha continuato a importare petrolio, sebbene in misura minore a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.

Come ha spiegato il Wall Street Journal, inoltre, è stata sottovalutata l’efficienza energetica dell’economia mondiale. L’energia necessaria per produrre un punto di PIL (quindi, semplificando: l’energia necessaria per far crescere l’economia) è diminuita di circa il 30 per cento negli Stati Uniti e in Europa e del 40 per cento in Cina dal 2000 a oggi. Significa che per generare la stessa quantità di crescita e ricchezza oggi serve meno energia.

Anche l’inflazione non è ancora aumentata enormemente come era successo nel 2022, quando aveva sfiorato il 10 per cento in Occidente. Attualmente nella zona euro l’inflazione è al 3 per cento: un dato elevato ma lontano dai massimi di qualche anno fa. Questo dipende in parte dalle misure di alcuni governi, che come quello italiano stanno cercando di calmierare il prezzo dell’energia, in maniera anche controversa.

Inoltre l’inflazione del 2022-2023 fu il risultato di due crisi combinate: la crisi degli approvvigionamenti provocata dalla pandemia da coronavirus e la crisi energetica provocata dall’invasione dell’Ucraina. Questo significò che quando cominciarono ad aumentare i prezzi dell’energia, i prezzi generali stavano già aumentando da oltre un anno, e le due crisi si sommarono. Oggi la situazione di partenza è molto migliore, e gli effetti sono almeno per il momento più attenuati.

Alcune economie mondiali stanno inoltre mantenendo un buon livello di crescita grazie al settore dell’intelligenza artificiale.

In certi paesi asiatici come Taiwan, Giappone e Corea del Sud l’economia è sospinta dalle fortissime esportazioni di componenti per l’AI: a marzo, nel pieno della guerra, le esportazioni del Giappone sono aumentate del 12 per cento su base annuale, quelle della Corea del 50 per cento e quelle di Taiwan del 68 per cento. Anche l’economia statunitense continua a essere sospinta dalla crescita degli investimenti nell’intelligenza artificiale, che pure molti definiscono una bolla speculativa pronta a scoppiare.

Le borse, dopo essere crollate all’inizio della guerra, hanno recuperato tutte le perdite e raggiunto negli ultimi giorni nuovi picchi. Questo non deve essere preso come un indicatore obiettivo dello stato dell’economia, ma come un segnale del fatto che circola ancora un certo ottimismo tra gli investitori, anche se non è chiaro quanto sia ben riposto.

Un cartellone a Teheran mostra la bocca di Donald Trump cucita da un panno che ha la stessa forma dello stretto di Hormuz, 2 maggio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Un cartellone a Teheran mostra la bocca di Donald Trump a cui è stato cucito un panno che ha la forma dello stretto di Hormuz, 2 maggio 2026 (AP Photo/Vahid Salemi)

Questo quadro abbastanza positivo potrebbe però essere completamente stravolto da un elemento importante: la durata della crisi.

Tutti i fattori che hanno consentito all’economia mondiale di mostrare una certa resistenza, come le riserve e un punto di partenza migliore nell’inflazione, potrebbero collassare nei prossimi mesi, se non addirittura nelle prossime settimane. Il Financial Times ha consultato alcuni analisti secondo cui per esempio il punto di rottura della crisi petrolifera, quando le riserve cominceranno davvero a scarseggiare e i mercati a collassare, potrebbe arrivare a fine giugno. Se questi calcoli sono corretti, ci sono poco meno di due mesi di tempo per riaprire lo stretto di Hormuz e far ripartire il flusso di idrocarburi dal golfo Persico.

Al momento però né gli Stati Uniti né l’Iran sembrano pronti a trovare un accordo a breve.

Questa situazione si riflette anche nelle previsioni per l’economia mondiale. Secondo il Fondo monetario internazionale se la crisi dovesse risolversi circa a metà dell’anno (quindi a fine giugno, appunto) ci si aspetta soltanto un lieve rallentamento della crescita globale, al 3,1 per cento contro il 3,4 del 2025.

Ma se la crisi dovesse proseguire per tutto il 2026 allora le previsioni di crescita crollerebbero al 2 per cento. Significa che molte economie entrerebbero in recessione (perché il 2 per cento è una media: alcune economie andrebbero meglio, altre peggio) e che sarebbero necessarie misure molto più invasive di quelle attuali per fare fronte alla mancanza di energia.