In coda all’ufficio immigrazione di Roma per ore, giorni, notti
Le truffe sul decreto flussi hanno fatto aumentare le persone che restano lì senza riparo e dormono sui marciapiedi: per evitarlo basterebbe poco
di Angelo Mastrandrea

Alle 7 di mattina davanti ai cancelli ancora chiusi dell’ufficio immigrazione della questura di Roma ci sono due code formate da centinaia di persone. La prima, più numerosa, è quella delle persone arrivate da tutta la città e dalla provincia per chiedere, ritirare o rinnovare il permesso di soggiorno, per segnalare un cambio di domicilio o di residenza, oppure per sbrigare qualche altra pratica. La seconda è quella delle persone che vogliono fare domanda di protezione internazionale. I primi si sono messi in coda dalle 4 del mattino, i secondi attendono che li facciano entrare anche da tre o quattro giorni. Nell’attesa hanno dormito su dei cartoni, avvolti nelle coperte portate dalla Croce Rossa e rannicchiati perché i marciapiedi sono troppo stretti. Non hanno servizi igienici né alcun riparo.

La fila davanti all’ufficio immigrazione della questura di Roma, 28 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Cartoni sui quali hanno dormito i migranti lungo i marciapiedi vicino alla questura di Roma, 28 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
L’ufficio immigrazione della questura è un palazzo giallo con vetrate a specchio. Si trova a Tor Sapienza, all’estrema periferia orientale di Roma, in una zona di capannoni industriali molto trafficata e difficile da raggiungere con i mezzi pubblici. Per questo molte persone che provengono da quartieri molto distanti o da altri comuni della provincia arrivano con molto anticipo, a volte anche la sera prima, per rispettare gli appuntamenti o le convocazioni fissate.
Le organizzazioni che assistono i migranti a Roma denunciano da tempo le file notturne per presentare la richiesta di protezione internazionale, provocate dalla lentezza delle procedure, dall’eccesso di burocrazia che costringe i migranti ad andare più volte negli uffici, intasandoli, e dalla carenza di personale. Per un periodo si erano ridotte molto perché la questura aveva riorganizzato i servizi, facendo accedere le persone che dovevano ritirare o rinnovare il permesso di soggiorno solo su appuntamento.
Negli ultimi due mesi invece le code ai varchi d’ingresso sono cresciute di nuovo perché sono aumentati i richiedenti asilo. Il motivo sono soprattutto le persone arrivate in Italia con il decreto flussi e truffate: sono persone che hanno pagato migliaia di euro a intermediari con la promessa di un lavoro in aziende italiane che in realtà non esistevano. Ora per avere un permesso di soggiorno provano a chiedere la protezione internazionale, spesso su consiglio delle stesse persone che li hanno truffati, che chiedono loro altri soldi promettendo di aiutarli.
Moltissimi gruppi criminali approfittano del decreto flussi per truffare i lavoratori migranti. Il meccanismo coinvolge intermediari, avvocati, commercialisti e Centri di assistenza fiscale (CAF), datori di lavoro e membri della criminalità organizzata: nel giorno del click day, quando il ministero dell’Interno apre il portale per la presentazione delle richieste, i commercialisti italiani coinvolti nella truffa entrano nel sistema simultaneamente grazie a decine di presta-Spid, cioè persone che prestano la loro identità e si fingono titolari di un’azienda. Se la domanda viene accolta, la somma pagata viene trattenuta: altrimenti trattengono solo qualche centinaio di euro.
«Ogni mattina qui davanti ci sono tra le 2mila e le 2.500 persone», dice Mohamed Harmouche, un volontario dell’associazione Arci che ci va molto spesso. Un giovane proveniente dallo Sri Lanka dice che molti dei migranti in coda arrivano anche da Napoli, perché tra loro si è diffusa la voce che a Roma la procedura per il riconoscimento della protezione internazionale sia più rapida.
I migranti che dormono di notte davanti alla questura sono quasi raddoppiati: a novembre erano circa 70 al giorno, ad aprile la Croce Rossa è arrivata a contarne 138 in una sola notte. Sono quasi tutti maschi, molto giovani, e provengono soprattutto dal Bangladesh e dal Nordafrica. Sono arrivati in Italia attraverso la cosiddetta “rotta balcanica” o con il decreto flussi, appunto. C’è anche chi, come qualche sudamericano, è arrivato con un volo regolare.
Il 28 gennaio le persone in fila hanno trovato anche una persona morta, un uomo di origine romena. La questura ha sostenuto che, trattandosi di un cittadino comunitario, non poteva essere tra i migranti che dovevano presentare la domanda d’asilo. A loro parere si trattava di una persona senza casa che si era fermata a dormire lì fuori. Secondo le associazioni che hanno seguito il caso, invece, l’uomo era probabilmente andato a chiedere informazioni dopo aver ricevuto un ordine di allontanamento dal territorio nazionale.
Alle 7:30, mezz’ora prima dell’apertura degli uffici, la polizia apre i varchi. La coda principale scorre abbastanza velocemente e in meno di un’ora le persone sono in attesa del loro turno nel piazzale interno, dove ci sono dei bagni chimici e un paio di distributori automatici di bevande. Quella dei richiedenti asilo invece è più lenta. Vengono fatte passare solo poche decine di persone, dando la precedenza a chi proviene da paesi più a rischio, alle donne e agli anziani. Gli altri sono invitati a tornare l’indomani.

Il cancello d’ingresso principale dell’ufficio immigrazione della questura di Roma, 28 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)

Migranti in attesa di entrare all’ufficio immigrazione della questura di Roma, 28 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Quando i cancelli si chiudono, nessuno lascia la posizione sul marciapiede faticosamente conquistata. «Fanno entrare una trentina di persone al giorno, però poi di tanto in tanto aprono e lasciano passare tutti per evitare che il numero di persone all’esterno cresca troppo, anche per questo nessuno si muove», spiega Papia Aktar, responsabile dello sportello legale per i migranti all’Arci di Roma, che segue molti di loro.
L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) ha denunciato che in alcune questure, tra cui quella di Roma, «vengono ricevute solamente 5-15 domande al giorno». Il numero di accessi giornalieri dipende dal personale disponibile, che secondo i poliziotti che ci lavorano sarebbe insufficiente. «È una situazione che potrebbe essere risolta con grande semplicità, con un numeretto o dando la possibilità di prenotare un appuntamento, come accade in tutti gli uffici pubblici e anche alla questura di Roma per le altre pratiche», dice Aktar. «Molti migranti rimangono scioccati dopo questo primo approccio con la burocrazia italiana». Una soluzione simile era stata adottata a Torino per risolvere lo stesso problema.
Quelli che riescono a entrare dovranno fare le foto segnaletiche, dichiarare il domicilio e compilare un modello per la richiesta d’asilo, con le proprie generalità e i motivi della persecuzione nel paese d’origine. Poi dovranno attendere la convocazione da una Commissione territoriale che stabilirà se concedere o meno la protezione internazionale. Se sarà concessa, dovranno tornare all’ufficio immigrazione per chiedere il permesso di soggiorno. Per tutte queste incombenze dovranno andare più volte all’ufficio immigrazione.
«Se tutto va bene, l’intera procedura dura almeno un paio d’anni», dice Aktar. L’ASGI sostiene che spesso le domande vengano ostacolate: per esempio vengono chiesti documenti non previsti dalla legge, come il passaporto o una dichiarazione di ospitalità. L’associazione Baobab ha denunciato il caso di un ragazzo di 24 anni, sopravvissuto a violenze in Libia e arrivato in Italia attraverso un cosiddetto “corridoio umanitario”, quindi legalmente: aveva fatto la fila notturna, era stato costretto ad attendere molte ore e alla fine si era visto rinviare l’appuntamento di tre mesi.
L’associazione dice che non è un caso isolato e che «all’ufficio immigrazione di Roma i trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo sono la norma».

Una volta entrati nella questura di Roma, ci sono altre file per accedere agli uffici, 28 aprile 2026 (Angelo Mastrandrea/il Post)
Alle 8:30 il piazzale interno della questura è pieno. La maggior parte delle persone attende il proprio turno in piedi, altri seduti in alcune aree coperte. Qualcuno è all’interno degli uffici, in attesa sulle sedie davanti agli sportelli, altri si affollano attorno a una macchina per le fototessere, prendono da bere alle macchinette o sono in fila per i bagni. I migranti che devono fare la richiesta d’asilo vengono tenuti in un’area riservata e poi incolonnati davanti all’ufficio dove presentare la domanda.
Fuori, le persone che non sono riuscite a entrare sono sedute una di fianco all’altra lungo il marciapiede. Alcuni hanno aperto degli ombrelli per ripararsi dal sole. Chi ha già risolto attende l’autobus alla fermata, poco più avanti.
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In questo articolo non ci sono foto scattate all’interno della struttura perché il giornalista del Post che ci è entrato è stato fermato da due agenti di polizia in borghese, che gli hanno preso il telefono e cancellato le foto scattate dentro, prima di accompagnarlo all’uscita.



