Lo sfruttamento sistematico dei medici specializzandi negli ospedali

L'ultimo caso denunciato a Verona è simile a molti altri, con turni oltre i limiti di legge e mansioni non previste

Medici specializzandi durante una protesta nel 2020
Medici specializzandi durante una protesta nel 2020 (Claudio Furlan - LaPresse)
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L’università di Verona ha avviato un’indagine interna sulle condizioni di lavoro dei medici specializzandi nell’ospedale universitario della città: nell’esposto da cui è iniziata l’indagine, ricevuto anche dalla procura veronese, sono segnalati turni di 14 giorni di fila senza riposi, compiti che dovrebbero spettare ai medici strutturati svolti dagli specializzandi senza alcun tipo di assistenza, e prestazioni sanitarie fatte con credenziali informatiche di altri dipendenti. Le chat, i prospetti dei turni, le prenotazioni e gli accessi informatici allegati all’esposto descrivono una prassi organizzata, non una somma di episodi isolati.

Potrebbe sembrare un caso eccezionale, invece è molto simile a molti altri già denunciati negli ultimi anni in altre scuole di specializzazione, che mostrano uno sfruttamento sistematico dei medici specializzandi alla prima esperienza lavorativa negli ospedali.

Gli specializzandi sono medici già laureati e abilitati che frequentano per quattro o cinque anni una scuola di specializzazione, con turni in ospedale, per imparare un mestiere specifico: chirurgia, ginecologia, cardiologia, anestesia e così via. In Italia sono circa 48mila. Per legge non possono lavorare più di 48 ore alla settimana e devono avere riposo settimanale e giornaliero garantito. Vengono pagati da 1.600 a 1.700 euro al mese, a cui vanno tolti poco meno di 200 euro al mese di tasse universitarie.

Il caso di Verona riguarda in particolare la scuola di specializzazione di ginecologia e ostetricia. L’esposto è stato firmato dall’Associazione liberi specializzandi (ALS) sulla base di alcune segnalazioni ricevute negli ultimi mesi.

Il policlinico Giambattista Rossi, l’ospedale universitario di Verona (foto di pubblico dominio)

Oltre ai turni molto più lunghi rispetto ai limiti di legge e carichi di lavoro troppo pesanti, la presunta violazione più grave riguarda l’organizzazione del lavoro e delle cure. L’associazione sostiene infatti che i medici specializzandi siano costretti a usare le credenziali informatiche dei medici strutturati – cioè a entrare nei sistemi sanitari con il nome e la password di qualcun altro – per compilare e aggiornare le cartelle cliniche, le schede di dimissione e le prescrizioni di visite o farmaci.

Secondo le prove allegate all’esposto, le password vengono condivise tra più persone e seguono schemi standardizzati riconducibili al medico titolare. Se saranno confermate dalle indagini, queste pratiche fanno saltare tutta la tracciabilità delle cure: non si capisce più chi ha visitato il paziente, chi ha firmato la diagnosi e le prescrizioni, chi è responsabile in caso di errore. Uno dei limiti dell’organizzazione delle scuole di specializzazione di Verona è che, a differenza delle altre università, i loro studenti non hanno badge personali, quindi i loro turni e le loro mansioni non vengono registrate.

Nell’esposto, l’associazione chiede all’università di fare controlli approfonditi e ipotizza alcuni possibili reati come l’accesso abusivo a sistemi informatici, la sostituzione di persona, il falso in atto pubblico.

Del reato di falso in atto pubblico si legge esplicitamente in una chat tra specializzandi, che si mettevano in guardia tra loro: «Raga avete cambiato le credenziali per firmare le cartelle da chiudere?», chiedeva un medico. «Falso in atto pubblico, occhio a scrivere su questo gruppo», rispondeva un collega. Tra le altre cose, proprio nelle chat viene citato un soprannome dato ai medici specializzandi dai superiori: «I vestali pomeriggio devono venire la mattina, consideratevi entrambi tutto il giorno». Nella Roma antica, le vestali erano le sacerdotesse addette al culto della dea Vesta, scelte tra ragazze vergini appartenenti a famiglie patrizie.

L’università ha detto di aver avviato «un confronto diretto con i direttori delle scuole di specialità per monitorare e risolvere note situazioni di criticità. Questa ulteriore segnalazione viene presa in carico con celerità per tutelare la comunità delle specializzande e degli specializzandi».

«Questo sistema non è nuovo: gli ospedali utilizzano gli specializzandi per sostituire il personale strutturato come medici, ma anche infermieri e perfino personale amministrativo perché sono considerati manodopera gratuita, in quanto sono pagati dallo Stato», dice Massimo Minerva, medico e presidente dell’ALS. Minerva ha fondato l’Associazione liberi specializzandi nel 2017 come gruppo Facebook in cui i medici in formazione si scambiavano informazioni sui concorsi e sulle condizioni di lavoro, poi diventato nel tempo un’associazione riconosciuta. Il nome ALS richiama volutamente l’acronimo inglese di Advanced Life Support, la rianimazione cardiopolmonare avanzata.

Secondo Minerva, lo sfruttamento degli specializzandi assicura molti vantaggi alle aziende ospedaliere universitarie, che risparmiano sui medici assunti, incassano le tasse universitarie pagate da chi frequenta le scuole e soprattutto possono farsi rimborsare dalle regioni i costi di molti esami e visite fatte dagli specializzandi, invece che dai medici in organico: «Tutto questo è possibile anche perché gli specializzandi vivono in una condizione di ricatto. Temono che denunciare gli abusi o gli orari massacranti possa compromettere la loro carriera».

Negli ultimi anni l’ALS ha denunciato molti altri casi di limiti orari non rispettati e mansioni non previste: tra gli altri alla Vanvitelli di Napoli, alla Sapienza di Roma, a Perugia, Udine, Padova, Firenze e Milano. Gli esposti più recenti riguardano le scuole di specializzazione di Modena e Reggio Emilia e quella di Brescia. Tra gennaio e febbraio di quest’anno l’associazione ha mandato due segnalazioni all’università di Modena e Reggio Emilia per la gestione dei turni nella scuola di specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare. Anche qui, secondo Minerva, i turni superavano le 13 ore al giorno e le 70 ore settimanali, ben oltre il limite legale, con oltre 250 ore mensili documentate dalle timbrature.

Personale sanitario in un ospedale di Milano, gennaio 2026 (Marco Ottico/LaPresse)

A Brescia una mail interna del personale amministrativo – citata da ALS in una segnalazione del 2025 – riconosceva che la quasi totalità degli specializzandi aveva lavorato per più di 200 ore mensili, alcuni oltre 250, con giornate fino a 12 ore. La mail aggiungeva: «Non le recupererete mai». L’università di Brescia ha replicato di avere «ben presenti le necessità di vigilanza» e di aver sempre raccolto opinioni positive sul percorso formativo.

A proposito delle opinioni degli specializzandi, i problemi descritti da ALS non emergono solo dalle segnalazioni dell’associazione, ma sono evidenti anche dai questionari che il ministero dell’Università fa compilare ogni anno proprio a loro. Sono dati pubblici, che ogni ateneo è tenuto a pubblicare online.

Nella rilevazione del 2024, l’ultima disponibile, gli specializzandi di Verona che hanno dichiarato di riuscire a rispettare l’orario contrattuale sono solo il 33,5 per cento del totale. Il 50,8 per cento ha detto di lavorare oltre l’orario su richiesta della scuola. La percentuale è oltre il 90 per cento a Geriatria, Neurochirurgia ed Ematologia, supera il 60 per cento a Ortopedia, Cardiochirurgia, Chirurgia generale, Anestesia. Percentuali simili si trovano anche nei questionari pubblicati da altre scuole.

In teoria esiste un organismo che dovrebbe vigilare su questi problemi. Si chiama Osservatorio nazionale per la formazione sanitaria specialistica, è stato istituito nel 1999 ed è composto da rappresentanti dei ministeri di Università e Salute, dei rettori, delle regioni e degli stessi specializzandi. Ogni anno l’osservatorio decide se accreditare o no una scuola di specializzazione verificando il rispetto di criteri precisi: negli ultimi anni però è intervenuto poco, nonostante le tante segnalazioni dell’ALS e degli specializzandi.

Una conseguenza concreta delle condizioni a cui sono sottoposti i medici specializzandi riguarda gli abbandoni delle scuole di specializzazione: molti giovani medici scelgono di andare all’estero oppure di cambiare scuola per scegliere specializzazioni con più possibilità di carriera nel privato, che garantisce più flessibilità e stipendi più alti.

Ogni anno l’ALS incrocia i dati relativi ai posti banditi nelle scuole, ai posti coperti e ai posti rimasti vacanti per calcolare il tasso di abbandono di ogni singola scuola: dal 2020 al 2025 oltre 7.500 medici specializzandi hanno rinunciato al proprio contratto, circa il 10% del totale. Massimo Minerva stima che solo nel 2021 lo Stato abbia perso circa 37 milioni di euro in compensi pagati agli specializzandi che hanno lavorato per un periodo e che poi hanno abbandonato la specializzazione.