L’anomalia di Forza Italia comandata dai Berlusconi
Il partito continua a dipendere direttamente da una famiglia che lo usa quasi come se fosse un ramo delle sue aziende

Il 10 aprile Antonio Tajani, segretario di Forza Italia e ministro degli Esteri, è stato convocato da Marina e Pier Silvio Berlusconi nella sede milanese di Mediaset, in via Paleocapa. Sono i due figli maggiori di Silvio Berlusconi, e si occupano in modo prevalente delle aziende del gruppo di famiglia. All’incontro erano presenti anche Gianni Letta, storico consigliere di Silvio Berlusconi, e Danilo Pellegrino, l’amministratore delegato di Fininvest, la società finanziaria che gestisce i principali affari della famiglia. Il colloquio è durato oltre tre ore ed era incentrato sulle necessità di rinnovamento di Forza Italia.
Tajani non ha gradito la cosa. Ha opposto una certa resistenza alle varie sollecitazioni, e più in generale ritiene che sia delegittimante, per lui, essere trattato così: un leader di grande esperienza, già presidente del Parlamento Europeo e attuale vicepresidente del Consiglio, convocato nella sede di un’azienda privata e costretto ad assecondare persone che non hanno alcun ruolo formale nel partito.
Questa è un po’ l’anomalia di Forza Italia. Un’anomalia così sdoganata che appare ormai quasi ordinaria. La famiglia Berlusconi finanzia in modo cospicuo il partito, e l’identità di Forza Italia stessa è inscindibilmente legata alla figura di Silvio Berlusconi: è a lui che tutti i dirigenti, da Tajani in giù, fanno continuamente riferimento per cercare consenso. Quasi tre anni dopo la morte di Berlusconi, il simbolo che Forza Italia continua a usare alle elezioni presenta la dicitura «Berlusconi presidente», col cognome di Berlusconi più grande dello stemma del partito. Un partito che si propone di eleggere a presidente un leader defunto: un unicum in tutto il mondo occidentale.
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In realtà Tajani, negli ultimi tre anni dalla morte di Berlusconi, aveva cercato di fare scelte che potessero almeno in teoria ridurre questa dipendenza dai Berlusconi. Aveva provato a ottenere grossi finanziamenti da imprenditori e donatori privati, così da ridimensionare il loro peso economico; aveva avviato dei processi di democrazia interna che si sono poi rivelati più o meno efficaci, ma che erano comunque impensabili per un partito che per trent’anni è stato totalmente devoto al culto del suo leader.

Marina Berlusconi riceve da Sergio Mattarella il titolo di Cavaliera del Lavoro, il 30 ottobre 2024 (PAOLO GIANDOTTI/ANSA)
Gli esiti di questo lavoro non sono stati sempre brillanti, ma è indubbio che a Tajani vada riconosciuto il merito di aver tenuto in vita e in salute un partito che un po’ tutti consideravano destinato a disfarsi rapidamente senza Berlusconi. Il punto è che proprio nel momento in cui Forza Italia, insieme al centrodestra, ha affrontato un passaggio politico traumatico, e cioè la sconfitta al referendum sulla giustizia, la fragilità di questo disegno di Tajani s’è rivelata in tutta la sua evidenza. La famiglia Berlusconi è tornata a esercitare in modo assertivo la propria autorità, e le ambizioni del ministro degli Esteri di accreditarsi come un leader politico autonomo si sono esaurite in fretta.
Da tempo i Berlusconi avevano segnalato il loro malcontento riguardo alla gestione di Tajani. Lamentavano una scarsa condivisione delle scelte, criticavano un’eccessiva autoreferenzialità del gruppo dirigente, quasi tutto romano o laziale e quasi completamente asservito al segretario o legato a lui per questioni familiari (l’ex capogruppo alla Camera Paolo Barelli, per esempio, è il consuocero di Tajani).
A dicembre Pier Silvio Berlusconi aveva esplicitato queste perplessità. Da qualche mese Marina Berlusconi aveva iniziato a ricevere a casa sua, in centro a Milano, esponenti della minoranza di Forza Italia, quelli più critici verso la gestione di Tajani. Il quale, per reazione, sminuiva sempre le obiezioni dei Berlusconi, e liquidava come fantasie giornalistiche le ricostruzioni che raccontavano della famiglia indisposta nei suoi confronti. La sconfitta al referendum ha invece esacerbato queste tensioni. Infatti la riforma per cui si votava, quella della magistratura, conteneva molti dei propositi di Silvio Berlusconi, e per Marina è stata una cocente delusione il fatto che non sia passata.
L’aspetto finanziario, comunque, resta quello principale. Secondo i dati del 2025, gli esponenti della famiglia Berlusconi hanno donato 700mila euro, su un totale di 3,2 milioni ricevuti da Forza Italia: più di un quinto degli introiti del partito. Ma soprattutto, i Berlusconi si sono fatti carico dei circa 90 milioni di euro di debiti che Forza Italia aveva nei confronti di banche e finanziatori vari: in passato era stato Silvio Berlusconi a garantire, e alla sua morte lo hanno fatto il fratello Paolo e i figli.
Ma non c’è solo un aspetto puramente contabile. Molti dei finanziatori di Forza Italia si espongono proprio per tenere un canale di comunicazione aperto non tanto col partito, ma con i Berlusconi: è con la loro famiglia, una delle più facoltose e influenti d’Italia, che sperano di guadagnare crediti e apprezzamento. Da questo punto di vista si può forse dire, semplificando solo in parte, che per i Berlusconi il partito sia una sorta di estensione dell’azienda: è attraverso il partito che possono condizionare la politica, ed è attraverso il partito che possono garantirsi che il governo prenda certe decisioni a favore dei propri interessi.
In questo senso, e non come un concreto progetto di impegno diretto in politica, va inteso l’interventismo della famiglia. E infatti Marina e Pier Silvio si sono fatti sentire, in questi anni, ogni qualvolta Meloni era intenzionata a prendere decisioni che avrebbero potuto compromettere gli interessi delle aziende di famiglia. È stato così sulle tasse alle banche, è stato così sulle questioni che riguardavano il canone Rai e le ricadute pubblicitarie per le reti del gruppo Mediaset; è stato così, sia pure in modo più discreto, su alcune vicende legate al cosiddetto “risiko bancario”.
Capita quindi che importanti esponenti delle istituzioni, o anche alcuni leader del centrosinistra, siano interessati a capire le intenzioni e gli umori di Marina e Pier Silvio, per comprendere quali scelte potrà fare in futuro Forza Italia. Nel settembre del 2024, per esempio, Marina Berlusconi ricevette Mario Draghi a casa sua, a Milano: fu lei a chiedere quel colloquio, per discutere i contenuti del suo rapporto sulla competitività europea da poco pubblicato. Draghi è stato presidente della BCE e capo del governo italiano tra il 2021 e il 2022, e le suggestioni che generò quell’incontro indussero pochi giorni dopo Meloni a invitare Draghi a Palazzo Chigi, per la prima volta dopo il passaggio di consegne tra loro due.
Poi c’è di mezzo anche una certa inclinazione politica. Marina Berlusconi è europeista e disprezza le politiche del presidente statunitense Donald Trump, oltre a essere ostile al sovranismo e a certe derive della retorica nazionalista; sui diritti civili si è detta vicina alla sinistra, e in più di un’occasione non ha nascosto il fastidio per l’eccessiva timidezza di Tajani nel contrastare le esagerazioni della Lega e di Fratelli d’Italia su questi argomenti.
Ma anche qui, le questioni ideali s’intrecciano a quelle degli affari. Il gruppo Mondadori, di cui Marina Berlusconi è presidente, ha da tempo manifestato l’intenzione di acquisire altre case editrici, alcune delle quali sono punti di riferimento della cultura progressista, piuttosto che di quella conservatrice, come per esempio Adelphi. Uno dei progetti a cui si è dedicata è l’apertura di una nuova casa editrice intitolata al padre – Silvio Berlusconi Editore – nel cui catalogo ci sono autori come Walter Siti, in passato assai critico nei confronti del berlusconismo, e Tony Blair, a lungo punto di riferimento della sinistra moderata nel mondo; ma anche Andrea Minuz e Claudio Cerasa, e ancora Voltaire e Jacques Ellul: tutti saggisti, politici, giornalisti e intellettuali con una visione non assimilabile a quella della destra conservatrice.
Anche per questo, dunque, i Berlusconi hanno interesse a mostrarsi come manager liberali, a non dare in alcun modo l’impressione di essere succubi di Meloni e della cultura sovranista della destra radicale: ne va della loro credibilità di imprenditori, ne va della loro possibilità di fare affari. E non vale solo per Mondadori.

Pier Silvio Berlusconi incontra a Berlino il ministro della Cultura tedesco, Wolfram Weimer, il 2 settembre 2025 (Kay Nietfeld/dpa/ANSA)
Quanto a Pier Silvio, Mediaset, di cui è amministratore delegato, ha progetti ambiziosi di espandersi in tutta Europa, concretizzati in parte con l’acquisizione della multinazionale tedesca ProSiebenSat a fine 2025. Per farlo, è necessario affrancarsi dall’idea che molti in Europa hanno della destra italiana e dell’eredità del berlusconismo. Si spiegano così anche alcune decisioni apparentemente bizzarre dentro Mediaset: l’assegnazione di un talk show serale a Bianca Berlinguer, figlia di Enrico Berlinguer, storico segretario del Partito Comunista Italiano; il nuovo programma di approfondimento politico condotto da Tommaso Labate, giornalista di orientamento progressista e piuttosto ostile al governo Meloni.



