Le poche vittorie e i tantissimi canestri di Oscar Schmidt
Fu un giocatore di basket fuori dal comune, apprezzato quasi ovunque nonostante il suo gioco individualista e le molte sconfitte di squadra

Il 17 aprile è morto a 68 anni Oscar Schmidt, il più forte e importante giocatore di basket brasiliano e uno dei migliori tiratori di sempre. Ebbe una carriera lunga e significativa, anche in Italia, e nonostante il suo approccio molto individualista al gioco e le sue numerose sconfitte fu un cestista amato e rispettato: per le scelte che fece, per l’atteggiamento poco arrogante con cui stava in campo e per i suoi record eccezionali, numerosi e spesso ancora imbattuti. Non vinse molte coppe o trofei, ma giocò decine di partite memorabili, con il club e con la nazionale.
Tirava e segnava con una qualità, una precisione e una continuità tali da essere chiamato “Mano Santa”. La sua tecnica, disciplina e longevità (giocò da professionista dai 16 ai 45 anni) finirono per alimentare storie talvolta assurde e affascinanti, come quella pubblicata sulla Gazzetta dello Sport nel 2002:
La leggenda racconta la natura che lo fornisce di un solo muscolo davvero eccezionale, quello dell’avambraccio che è duro come il granito, di un allenatore di origine giapponese, Laurindo Miura, che ne modella la tecnica di tiro e di papà Oswaldo, medico, che lo ha cresciuto solo a cibi e succhi naturali. E Oscar, che predilige le banane, non ha mai avuto in carriera un problema muscolare.
E pensare che nella prima grande vittoria della sua carriera non fu nemmeno il miglior marcatore in campo, come gli sarebbe accaduto solo in poche altre occasioni. Era il Mondiale del 1978 e Schmidt, appena ventenne, realizzò 18 punti nella finale per il terzo posto vinta dal Brasile contro l’Italia. Quattro in meno di Marcel De Souza, che sarebbe stato uno dei più importanti compagni di squadra della carriera di Schmidt.
Marcel ha raccontato che «all’epoca, le squadre avversarie avevano solo un giocatore che difendeva bene e Oscar veniva assegnato a lui; e riusciva comunque a segnare».
A quella vittoria ne seguì un’altra, poco dopo. Nel 1979 vinse con il Sirio – la squadra di San Paolo – anche la Coppa Intercontinentale, in un’accesissima finale contro i campioni d’Europa del Bosna Sarajevo. L’allenatore del Bosna, Bogdan Tanjević, ricordò quella partita in un’intervista a Repubblica:
All’inizio non segnò un solo canestro, per dieci minuti sembrava un giocatore assolutamente normale. Poi si scatenò. Mai vista una cosa simile in tanti anni di carriera. Segnava e piangeva, aveva le lacrime agli occhi. Chiamava i compagni a fare pressing.
Schmidt in quella partita fece 42 punti, tra cui il canestro che la portò ai supplementari.
Quarantadue punti, e non c’era ancora il tiro da 3!
Schmidt era molto affezionato al Brasile e soprattutto alla sua nazionale, al punto che nel 1984 si rifiutò di andare in NBA, il prestigioso campionato statunitense di basket. Fino al 1989, infatti, chi giocava lì era considerato un professionista e quindi non poteva partecipare ai tornei per nazionali organizzati dalla FIBA, la federazione internazionale di basket, a cui accedevano solo gli “amatori”. Disse che «preferiva giocare con gli amici», come spesso chiamava i suoi compagni di squadra.
Con il Brasile, con cui giocò per 19 anni, Schmidt raggiunse alcuni dei traguardi più importanti della sua carriera. Partecipò a quattro Mondiali (dal 1978 al 1990) e a cinque Olimpiadi (dal 1980 al 1996) e detiene ancora il primato di punti totali segnati alle Olimpiadi (1.093). Ha anche i record di punti in una singola partita ai Mondiali (52 contro l’Australia nel 1990, in Argentina) e alle Olimpiadi (55 contro la Spagna a Seul 1988).
Ancora oggi sono dati fuori norma per il basket europeo e internazionale; ma anche per la NBA, dove è più facile segnare tanti punti. Eppure nei più importanti tornei internazionali Schmidt non vinse più nessuna medaglia dopo quella di bronzo ai Mondiali del 1978, e alle Olimpiadi raggiunse al massimo il quinto posto.
Persino la sua partita più famosa, quella da 55 punti contro la Spagna, finì con una sconfitta
Il suo non fu insomma un Brasile né vincente né dominante. Ma fu anche protagonista di una delle vittorie più note e inaspettate della storia del basket internazionale, quando ai Giochi Panamericani del 1987 (che sono come le Olimpiadi, ma solo tra gli stati americani) batté in finale gli Stati Uniti – che non perdevano il torneo dal 1951 e che giocavano in casa. Segnando 46 punti a una delle nazionali più forti del mondo, Schmidt aiutò il Brasile a rimontare uno svantaggio di 20 punti.
Gli Stati Uniti – un paese che da sempre tende a definire “campioni del mondo” i propri campioni nazionali – vissero quella sconfitta come un’umiliazione, nonostante la squadra fosse ancora composta da studenti-atleti universitari amatoriali. Fu uno dei primi momenti in cui il movimento cestistico statunitense capì che forse non bastava più affidarsi solo al sistema “amatoriale”.
Dopo quella partita, il Los Angeles Times scrisse che la sconfitta non sarebbe arrivata «se la squadra degli Stati Uniti fosse scesa in campo con Magic Johnson, Larry Bird e magari anche Michael Jordan», tre dei più grandi giocatori dell’NBA dell’epoca. Cinque anni dopo, proprio quel trio avrebbe giocato nel Dream Team statunitense che dominò le Olimpiadi, vincendo la medaglia d’oro.
Fu con partite come questa che Schmidt si fece conoscere e apprezzare anche da moltissimi giocatori statunitensi, una cosa per nulla scontata per uno che non aveva mai giocato in NBA. Faceva eccezione Kobe Bryant, uno dei giocatori più forti nella storia dell’NBA: Bryant aveva conosciuto (e adorato) Schmidt in Italia, dove era cresciuto seguendo le partite del padre cestista e dove il brasiliano era uno dei giocatori più spettacolari e dominanti del campionato.
Schimidt esordì in Italia nel 1982, in Serie A2 con la Juvecaserta. Lo volle Bogdan Tanjević, l’ex allenatore del Bosna contro cui Schmidt aveva vinto la Coppa Intercontinentale del 1979:
Dissi a Sarti [il direttore sportivo della Juvecaserta, ndr]: “Giancarlo, portami Oscar”. Lui stupito mi chiese chi fosse questo Oscar. “È un camion” gli risposi.
Schmidt era in effetti un “camion”, con i suoi 2,05 metri d’altezza. Non era rapido e non eccelleva nemmeno nel palleggio o nei passaggi, ma aveva un tiro straordinario e sorprendentemente elegante e tecnico per la sua altezza. Rispetto ad altri grandi tiratori della storia del basket, spesso più bassi, sfruttava il fisico imponente per segnare sia da lontano sia da vicino e per crearsi lo spazio per tirare anche quando era pressato, pur senza essere particolarmente veloce.
Tanjević aveva fatto la scelta giusta. Con i suoi numerosissimi canestri, Schmidt portò la Juvecaserta in Serie A1 per la prima volta nella sua storia. E negli anni successivi contribuì a renderla una delle squadre più sorprendenti e belle del basket italiano.
Schmidt rimase alla Juvecaserta fino al 1990, fu spesso il miglior marcatore del campionato ma vinse – ancora una volta – poco: solo una Coppa Italia nel 1988, il suo unico trofeo europeo. Nel frattempo perse sei finali, una delle quali fu la partita più memorabile della sua carriera europea.
Nel 1989 la Juvecaserta giocò contro il Real Madrid la finale di Coppa delle Coppe, il torneo europeo riservato alle vincitrici delle coppe nazionali, arrivandoci dopo una storica vittoria in semifinale contro lo Zalgiris (una squadra lituana). In finale Schmidt segnò tantissimo, mandò persino la partita ai supplementari, ma finì per perderla. Anche perché si trovò di fronte, cosa rara per lui, un giocatore capace di fare ancora più punti di lui: Dražen Petrović, uno dei più grandi cestisti europei di tutti i tempi.
Con due giocatori così capaci di crearsi il tiro da soli (Petrović era chiamato “il Mozart dei canestri”, per capirci) in due squadre ben organizzate e allenate, la partita fu di altissimo livello. Schmidt segnò 44 punti, Petrović arrivò a 62 (record per una finale europea) e il totale delle due squadre fu di 230 punti (altro record, ma cosa vi aspettavate?).
Per intensità e qualità dei giocatori in campo, Juvecaserta-Real Madrid è ancora ricordata come una delle migliori partite europee di basket di sempre. Basta guardare le prime quattro azioni:
Quella Juvecaserta, dove giocavano alcuni dei migliori cestisti italiani degli anni Ottanta come Nando Gentile e Vincenzo Esposito, avrebbe vinto il suo primo scudetto solo nel 1991 – cioè l’anno dopo che Schmidt, ormai non più considerato un valore aggiunto, era stato mandato al Pavia, una squadra che si alternava tra la A1 e la A2.
Schmidt rimase a Pavia fino al 1993, continuando comunque a stabilire nuovi record. Nella stagione 1991-1992, a 33 anni, segnò 66 punti contro Torino, il suo massimo in Serie A1: ovviamente perse quella partita di un solo punto, 109 a 110. Giocando otto stagioni in serie A1, Schmidt fece 21 partite da oltre 50 punti, come nessun altro. E gli capitò quasi sempre di superare i 30 punti di media, una cosa che in Italia non si vede da più di 25 anni.
Nel 1993 andò a giocare in Spagna per qualche anno e poi tornò in Brasile, dove vinse un altro campionato e si ritirò, infine, a 45 anni.
Per longevità e continuità, insomma, sono pochi i giocatori paragonabili a Schmidt, che giocò in un’epoca in cui le carriere erano più brevi, si disputavano meno partite e le cure mediche erano meno avanzate. In totale segnò 49.737 punti in carriera: un record superato solo nel 2024 da LeBron James, forse l’unico giocatore in attività la cui longevità si avvicina a quella di Schmidt. Non a caso sono stati tra i pochissimi cestisti ad aver giocato insieme al proprio figlio, per esempio.
Per tutti questi meriti, nel 2013 Schmidt fu inserito nel Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, il massimo riconoscimento individuale alla carriera della pallacanestro statunitense e internazionale. Aprì il suo discorso così:
È troppo facile avere Michael Jordan o Kobe Bryant come idoli. Quelli volano in aria e fanno quello che vogliono. È troppo facile. Il mio giocatore invece non corre, non salta, e gioca meglio di tutti gli altri. È qui.
Stava parlando di Larry Bird, uno dei migliori tiratori dell’NBA degli anni Ottanta. I due giocarono l’uno contro l’altro durante le Olimpiadi del 1992. Il Brasile perse quella partita 127 a 83, ma Schmidt – a 34 anni – fu comunque il secondo miglior marcatore in campo. Segnò 24 punti, più di Michael Jordan e dello stesso Larry Bird.



