Sull’omicidio di Moussa Diarra ci saranno nuove indagini

La richiesta di archiviazione è stata respinta, e il poliziotto che ha sparato il 20 ottobre del 2024 davanti alla stazione di Verona ora è indagato anche per depistaggio

Polizia davanti alla stazione di Verona dopo l'omicidio di Diarra, 20 ottobre 2024 (ANSA)
Polizia davanti alla stazione di Verona dopo l'omicidio di Diarra, 20 ottobre 2024 (ANSA)
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La giudice per le indagini preliminari ha ordinato al pubblico ministero di proseguire le indagini sull’omicidio di Moussa Diarra, l’uomo maliano di 26 anni ucciso a colpi di pistola il 20 ottobre del 2024 da un’agente della polizia ferroviaria (Polfer) davanti all’ingresso della principale stazione di Verona.

In un’ordinanza di 54 pagine la giudice ha respinto l’archiviazione chiesta a novembre dalla procura di Verona e ha disposto che la procura indaghi anche sull’ipotesi di concorso in depistaggio, cioè per capire se il poliziotto ed eventualmente altre persone abbiano alterato le prove o dato false informazioni agli inquirenti per ostacolare l’indagine. In un primo momento il poliziotto era indagato solo per eccesso colposo di legittima difesa.

Per la procura il poliziotto non doveva andare a processo perché aveva agito per legittima difesa. A dicembre gli avvocati e le avvocate che rappresentano i familiari di Diarra si erano però opposti alla richiesta di archiviazione, argomentando i motivi dell’opposizione in una cinquantina di pagine in cui sostenevano innanzitutto che l’indagine condotta dalla polizia su se stessa fosse stata incompleta e parziale.

Alle 5 del 20 ottobre 2024 Moussa Diarra si trovava alla stazione dove poco prima aveva danneggiato alcune auto della polizia e l’anta di una porta della biglietteria. Trentacinque minuti dopo si trovava a meno di un chilometro dalla stazione, dove aveva aggredito un agente della polizia locale che stava facendo dei rilievi dopo un incidente. L’agente aveva estratto la pistola e si era preparato a sparare, tuttavia non lo aveva fatto preferendo scappare con un altro collega presente e garantire così, come aveva spiegato successivamente, «l’incolumità sia dell’aggressore che di eventuali persone che sarebbero potute trovarsi nelle vicinanze».

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A quel punto i due agenti della polizia locale avevano comunicato quanto accaduto alla loro centrale operativa, che aveva chiesto alla pattuglia di pronto intervento di uscire in soccorso dei colleghi. La pattuglia si era equipaggiata con caschi e scudi in caso si fosse trovata a fronteggiare una situazione di pericolo. Non era riuscita comunque a rintracciare Diarra, che nel frattempo, alle 5:47, era rientrato in stazione danneggiando il vetro di una tabaccheria.

Da qui in poi la ricostruzione di quanto accaduto passa attraverso le dichiarazioni degli agenti della Polfer che avevano preso servizio quella domenica mattina per il turno delle 7. Tra loro c’era anche il poliziotto indagato, che è quello che ha sparato tre colpi uccidendo Diarra.

Per i legali e le legali di Diarra non ci sono i requisiti necessari per il riconoscimento della legittima difesa: la reazione del poliziotto (sparare tre colpi) non era stata proporzionata al pericolo (Diarra aveva in mano un coltello da cucina con il manico in plastica); l’indagato aveva più di un’alternativa sicura per sottrarsi al pericolo e la sua testimonianza non era stata coerente con le immagini di videosorveglianza, seppur sgranate.

Inoltre lui e i suoi colleghi, al momento dell’interrogatorio, avevano già potuto vedere alcuni video circolati in una chat, video che solo successivamente erano stati acquisiti dalla procura, con il sospetto che parte dei dati registrati fosse stata alterata o eliminata. Infine gli avvocati e le avvocate della difesa avevano sottolineato come non fosse stata fatta alcuna indagine sullo stato di servizio del poliziotto indagato e nessun accertamento sul suo stato psicofisico per capire se avesse assunto alcol o sostanze, nonostante dall’analisi del suo cellulare e dall’esame dei tabulati della sua utenza telefonica fosse emerso un comportamento notturno «che potrebbe far lecitamente dubitare della sua totale lucidità».

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