Per il settore del lusso la guerra in Medio Oriente è un bel problema
Negli anni scorsi i marchi di alta moda avevano fatto sempre più affidamento sui paesi del golfo Persico, dove gli affari sono crollati

Il Medio Oriente è un mercato importantissimo per i marchi di lusso, che in questi anni hanno investito parecchio per espandersi in paesi come Emirati Arabi Uniti, Bahrein o Qatar, già molto ricchi e diventati sempre più attrattivi per turisti e imprenditori internazionali. Anche le case di moda e i grossi conglomerati però stanno facendo i conti con la guerra cominciata a fine febbraio, che sta provocando perdite significative per un settore da decine di miliardi di euro, e che adesso per risollevarsi si ritrova a dover cambiare strategia.
Subito dopo che l’Iran aveva risposto agli attacchi di Stati Uniti e Israele attaccando a sua volta i paesi del golfo Persico, molti negozi di marchi di lusso nella regione erano stati chiusi. Adesso la gran parte è stata riaperta, ma i collegamenti aerei restano difficoltosi, ci sono molti meno turisti e molte persone ricche che vivevano in questi paesi sono andate via: tutti motivi per cui le vendite sono calate in maniera significativa.
LVMH, che è il più grande conglomerato del lusso al mondo e controlla brand come Christian Dior, Louis Vuitton e Bulgari, ha fatto sapere che a marzo le vendite di certi marchi nel mercato del Medio Oriente sono diminuite del 70 per cento. Nel primo trimestre ha fatto ricavi per oltre 19 miliardi di euro, con un aumento dell’1 per cento rispetto al trimestre precedente: la metà rispetto alle previsioni per il periodo. Il gruppo ha perso soprattutto nelle divisioni di moda e pelletteria, e ha attribuito questo andamento proprio alla guerra.
La settimana scorsa, dopo la presentazione dei risultati del primo trimestre, il valore delle azioni di Hermès è calato dell’8 per cento: le entrate sono cresciute del 5,6 per cento, ma a fronte di un aumento del 9,8 per cento nel trimestre precedente, il rallentamento più significativo degli ultimi anni. L’azienda, che è famosa soprattutto per le sue borse in pelle, ha detto che le vendite sono diminuite sia nei negozi multimarca nei centri commerciali che in quelli del brand negli aeroporti della regione, che sono scali molto importanti per i collegamenti tra Europa, Asia e non solo, ma a causa della guerra stanno operando a ritmi ridotti. Proprio a causa dei disagi nel trasporto aereo tra l’altro Hermès ha sospeso o ritardato certe consegne in Qatar, Bahrein e Kuwait, e sta avendo difficoltà a rifornire anche certi negozi in Asia.
Nonostante un avvio di anno positivo anche Kering ha segnalato un calo delle vendite dell’11 per cento rispetto al trimestre precedente nel mercato del Medio Oriente, che incide per circa il 5 per cento dei suoi affari. Kering, che controlla case di moda come Gucci e Saint Laurent, ha fatto sapere di aver messo in piedi un’unità di crisi per gestire gli affari nella regione.
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I paesi del golfo Persico si sono arricchiti soprattutto grazie alle proprie risorse petrolifere, e in questi anni città come Dubai o Doha hanno investito moltissimo per costruirsi un immaginario di benessere, opulenza ed esclusività con l’obiettivo di attirare imprenditori e più in generale persone molto ricche. Parallelamente marchi di moda come Prada, Louis Vuitton o Dior hanno aperto nuovi negozi, investito nell’e-commerce e organizzato eventi rivolti ai clienti danarosi del posto.
Il Medio Oriente è insomma un mercato molto promettente per compensare la domanda nei mercati europei e asiatici che invece si è fatta più traballante a fronte dell’aumento dell’inflazione, dei dazi commerciali e dell’incertezza politica globale. Ora, con la guerra, le grosse aziende sperano che chi non viaggia più verso città come Dubai o Doha oppure se n’è andato continuerà a comprare borse di lusso, gioielli e capi di alta moda in città come Parigi o Londra.
Cécile Cabanis, direttrice finanziaria di LVMH, ha detto agli investitori che al momento la domanda è molto bassa ma che l’azienda è ottimista, visto che naturalmente la ricchezza «non è evaporata». Anche Ermenegildo Zegna, presidente e amministratore delegato dell’omonimo marchio di moda, ha detto al New York Times che l’azienda punta a intercettare i clienti importanti «in qualche altra parte del mondo». Un altro problema legato alla guerra comunque è che se nei paesi del Medio Oriente ci sono pochi turisti stranieri, anche in Svizzera, Francia o Italia stanno viaggiando molte meno persone provenienti dai paesi mediorientali.
Secondo buona parte degli analisti una contrazione prolungata del traffico aereo nel Medio Oriente rischia più in generale di mettere ulteriori pressioni sulle vendite nei negozi degli aeroporti, che già si stavano riprendendo a fatica dopo la pandemia da coronavirus. Oltre che i marchi del lusso, infatti, ne stanno risentendo anche aziende di profumi e cosmetici che si trovano facilmente negli aeroporti, come Estée Lauder, L’Oreal e Puig, che gestisce marchi come Paco Rabanne, Carolina Herrera e Jean Paul Gaultier. Un mercato che per il momento sembra non aver registrato grosse perdite invece è quello del Nord America, dove nel primo trimestre del 2026 Hermès è cresciuto di più del 17 per cento, e che al momento è il più forte anche per Kering.
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