Le aziende statunitensi possono chiedere il rimborso dei dazi al governo
Dopo l'annullamento da parte della Corte Suprema: valgono almeno 166 miliardi di dollari, ma la procedura online è complicata e incerta

Da lunedì 20 aprile le aziende statunitensi possono chiedere al governo il rimborso dei dazi imposti dal presidente Donald Trump un anno fa e dichiarati illegittimi a febbraio dalla Corte Suprema. Possono farlo tramite un portale apposito, chiamato “Consolidated Administration and Processing of Entries” (CAPE, più in breve).
Secondo i calcoli della dogana statunitense il governo deve restituire nel complesso 166 miliardi di dollari (circa 140 miliardi di euro), più gli interessi, a 330mila aziende per 53 milioni di spedizioni. È un lavoro mastodontico che solo in parte sarà processato dal portale, perché alla fine le richieste devono essere approvate dagli uffici doganali. Dunque il tutto peserà moltissimo sull’amministrazione pubblica, oltre che ovviamente sul bilancio federale degli Stati Uniti.
I rimborsi sono dovuti alle aziende che hanno pagato i dazi che Trump chiamava impropriamente «reciproci» e quelli specifici contro Messico, Cina e Canada. Tutti questi erano stati introdotti tramite una legge emergenziale precisa (l’International Emergency Economic Powers Act, IEEPA) e senza passare dal Congresso. Secondo la Corte Suprema, Trump non poteva usare questa legge, e non potrà più farvi ricorso. Non si potrà chiedere invece il rimborso dei dazi su acciaio, alluminio e componenti per automobili, che restano in vigore perché non sono stati introdotti con lo IEEPA.
Potranno fare richiesta solo le imprese che hanno pagato i dazi annullati e gli spedizionieri che hanno anticipato le somme per conto degli importatori. I dazi sono imposte sull’importazione di merce dall’estero, e di solito chi si occupa di pagarli nel concreto alla dogana è l’azienda che l’ha comprata o appunto l’intermediario.
Molti giornali statunitensi scrivono che la richiesta sul portale è una procedura molto complicata, come del resto è complicata la materia doganale: per questo le aziende si affidano spesso a intermediari o società di consulenza specializzate nel diritto del commercio internazionale. È possibile che saranno costrette a farlo anche per ricevere i loro soldi indietro, dovendo quindi sopportare intanto un aggravio notevole dei loro costi.
A tutto questo si aggiunge un’incertezza di base.

Un camion parcheggiato vicino a pile di container nel porto di Los Angeles, il 7 aprile 2026 (AP Photo/Jae C. Hong)
A stabilire per il governo l’obbligo di rimborsare le aziende che avevano pagato i dazi annullati dalla Corte Suprema era stata una sentenza di un tribunale federale, sentenza contro cui il governo potrebbe fare ricorso. Il problema è che il governo non ha mai detto se intende farlo, e qualora decidesse di procedere interromperebbe tutto il sistema di rimborso.
Una volta che la domanda è stata compilata bisogna attendere che la dogana elabori e approvi la richiesta. Il governo stima che, se la richiesta va a buon fine, ci vorranno tra i 60 e i 90 giorni prima che si riceva il rimborso. Gli esperti sono abbastanza scettici su queste tempistiche, anche perché poi la validazione delle richieste è a carico degli impiegati della dogana.
Insomma, nel complesso la procedura è complicata, costosa, incerta e con tempi potenzialmente lunghi. È possibile che le aziende meno strutturate decidano di non provare neanche a ottenere i loro soldi indietro. Col risultato che è solo nella teoria che il governo deve restituire 166 miliardi di dollari alle aziende, mentre nella pratica è ancora molto incerto se e quando lo farà.
Non potranno invece richiedere un rimborso i singoli consumatori, pur essendo quelli che in fin dei conti hanno pagato i prodotti rincarati a causa dei dazi. Il New York Times scrive che ci sono associazioni dei consumatori che stanno organizzando class action, come si chiama questo tipo di cause collettive, per ottenere un risarcimento.



