Come fanno pace le persone

Ci sono i riti e i simboli, ma soprattutto succede con interazioni, ascolto e contatto, anche e soprattutto quando si parla di grandi guerre

Il vice primo ministro neozelandese David Seymour si scambia il saluto tradizionale maori con una donna della comunità di Waitangi
Il vice primo ministro neozelandese David Seymour si scambia il saluto tradizionale maori, l’hongi, con una donna della comunità di Waitangi, in Nuova Zelanda, il 5 febbraio 2025 (Fiona Goodall/Getty Images)
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Alcuni adulti ricordano che un modo per fare la pace da bambini era tenersi per il mignolo di una mano e recitare una filastrocca. I cattolici praticanti si stringono la mano anche da adulti, a ogni messa, al momento di «scambiarsi un segno di pace». E per dare e ricevere il benvenuto, i Maori in Polinesia si avvicinano con la testa così tanto da toccarsi naso e fronte.

Ci sono molti modi di fare o rinnovare la pace, e indipendentemente dall’età e dalla cultura di provenienza è molto comune tra gli esseri umani sancirla attraverso gesti rituali e simbolici. In gran parte sono gesti comuni utilizzati anche per salutare, come appunto la stretta di mano o l’hongi dei Maori: perché mantenere la pace e mantenere i contatti sono attività affini e funzionali l’una all’altra. Una teoria sull’origine antichissima della stretta di mano, diffusa in molte culture, è che derivi per l’appunto da un’intenzione reciproca di dimostrare di non nascondere armi.

Il contatto è una pratica molto studiata in antropologia e in psicologia sociale, due scienze fondamentali per gli studi sulla pace. È un ambito di ricerca interdisciplinare emerso in Europa e negli Stati Uniti nella seconda metà del Novecento, ma che da anni riceve nuove e crescenti attenzioni in funzione dell’aumento delle guerre tra paesi, delle violenze politiche, degli estremismi e dei crimini d’odio in tutto il mondo.

Nei recenti negoziati tra Iran e Stati Uniti, un primo tentativo mediato dal Pakistan a Islamabad l’11 e il 12 aprile, benché fallito, era stato giudicato comunque significativo già per il solo fatto che le due delegazioni si fossero incontrate fisicamente nella stessa sala. Dopo un primo giro di colloqui indiretti, si erano sedute allo stesso tavolo nel secondo e nel terzo, e il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il vicepresidente statunitense JD Vance si erano persino stretti la mano. Un contatto diretto di così alto livello tra le due parti non avveniva dal 1979.

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Uno dei più importanti psicologi sociali del Novecento, lo statunitense Gordon Allport, sostenne negli anni Cinquanta che il contatto costante e ben gestito tra gruppi rivali potesse ridurre le discriminazioni e quindi il rischio delle guerre: un’idea poi diventata nota come l’“ipotesi del contatto”, contestata da diversi studiosi prima di lui convinti del contrario (cioè che il contatto aumentasse i pregiudizi).

Allport presentò quell’idea nel suo libro del 1954 The nature of prejudice, in cui definiva cinque gradi di pregiudizio possibile tra gruppi: dal più basso, la tendenza a descrivere negativamente il gruppo di minoranza esterno al proprio, al più alto, lo sterminio del gruppo stesso. È un modello noto come “scala Allport”, usato ancora oggi per valutare i pregiudizi e le discriminazioni nelle società. Il secondo grado è l’evitamento (avoidance), che si verifica appunto quando un gruppo riduce il più possibile ogni contatto, persino visivo, con l’altro gruppo.

Il re babilonese Marduk-zakir-shumi I, a sinistra, stringe la mano al re assiro Salmanassar III, in un bassorilievo sul lato di un piedistallo

Il re babilonese Marduk-zakir-shumi I, a sinistra, stringe la mano al re assiro Salmanassar III, in un bassorilievo sul lato di un piedistallo del IX secolo a.C., esposto al Museo nazionale iracheno, in Iraq (Wikimedia)

La conseguenza dell’evitamento è che, anche senza un’intenzione esplicita da parte di chi lo mette in atto, porta all’isolamento e all’esclusione sociale del gruppo discriminato. E questo ha conseguenze psicologiche che aumentano il rischio di conflitti, perché quando le persone percepiscono atteggiamenti ostili o minacce nei loro confronti tendono a ridurre l’empatia e a restringere la cerchia delle persone che considerano parte del loro gruppo. Per questo motivo il contatto e l’inclusione sono considerate pratiche indispensabili in qualsiasi sforzo di costruzione della pace, istituzionale e non.

Alcuni dei più citati e studiati riguardano l’Irlanda del Nord, dove gli scontri tra unionisti protestanti e repubblicani cattolici causarono la morte di migliaia di persone tra gli anni Sessanta e Novanta. A dare un primo e fondamentale contributo per la pace fu la comunità di Corrymeela, fondata nel 1965 da un sacerdote di Belfast che era stato prigioniero di guerra in Germania durante la Seconda guerra mondiale.

Gran parte del lavoro di pace all’interno della comunità, come raccontato dal giornalista Tobias Jones in un articolo sulla rivista Aeon, non era dettagliatamente programmato. Era più simile a un’applicazione pratica dell’ipotesi del contatto di Allport: consisteva nel dare un’opportunità di frequentarsi e ascoltarsi a vicenda a persone di entrambi i gruppi che avevano sofferto a causa della guerra in Irlanda del Nord. Era possibile farlo perché gli incontri e le iniziative erano organizzati e coordinati da singole persone che negli anni avevano fatto amicizia con membri di entrambe le parti, anche nei gruppi paramilitari.

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Il resto lo faceva l’esperienza pregressa comune tra i gruppi, condivisa apertamente nella comunità. In un passaggio del libro del 1981 True justice, citato da Jones, lo psicologo sociale Adam Curle scrisse che «chi opera per la pace dovrebbe imparare ad ascoltare con la massima attenzione e costanza possibile». E dovrebbe farlo perché solo in questo modo scopre cose fondamentali da sapere e, soprattutto, «raggiunge quella parte dell’altro che è realmente capace di fare la pace».

Nella comunità di Corrymeela e in altre organizzazioni i membri di gruppi rivali scoprivano che il loro dolore era comune. E gli organizzatori scoprivano che il più profondo riguardava proprio i combattenti: non si lamentavano più di cosa gli altri avevano fatto a loro, ma di cosa loro avevano fatto agli altri. E condividevano i problemi di alcolismo e di salute mentale a cui li aveva portati il rimorso per la loro complicità nella violenza della guerra. «Una parte dimenticata del ruolo di chi costruisce la pace è aiutare i militanti a fare pace non solo tra di loro, ma anche con sé stessi», scrive Jones.

Una donna e un cane passano davanti a un murale

Una donna e un cane passano davanti al murale del “Bloody Sunday”, a Derry, in Irlanda del Nord, il 13 marzo 2019. Il murale ritrae uno dei momenti più noti e ricordati delle violenze tra indipendentisti e unionisti nordirlandesi: il massacro del 30 gennaio 1972 a Derry, in cui i militari britannici uccisero 14 persone, tra cui Jackie Duddy, un giovane manifestante. Tra le persone che lo soccorsero c’era il sacerdote cattolico Edward Daly, che fece strada al gruppo lungo Rossville Street sventolando un fazzoletto bianco intriso di sangue davanti ai militari (Charles McQuillan/Getty Images)

L’emarginazione e l’isolamento ostacolano invece comportamenti umani di aiuto, solidarietà e vicinanza fisica talmente universali che, secondo lo psichiatra e antropologo statunitense Brandon Kohrt, è impossibile comprenderli se non da una prospettiva evolutiva. Dai primi anni Duemila Kohrt collabora con l’Organizzazione Mondiale della Sanità e con diverse organizzazioni umanitarie, lavorando in paesi colpiti da guerre, violenze e disastri, soprattutto nel miglioramento dei servizi di salute mentale.

L’ascolto è l’elemento comune a tutte le forme di interazione curativa da lui osservate in diverse culture e parti del mondo, tutte fondamentali per tenere insieme le comunità, e praticate non solo da professionisti. I sacerdoti di un tempio nel Nepal sudorientale trascorrevano ogni giorno ore ad ascoltare i familiari delle persone non autosufficienti accompagnate nel tempio. Un operatore sanitario in un villaggio nel nord dell’Uganda ascoltava una donna emarginata dai vicini perché il figlio era affetto da una rara malattia neurologica. Un insegnante ad Haiti ascoltava da un sacerdote oungan il racconto di quando era riemerso dalle macerie di un edificio crollato nel terremoto del 2010.

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In situazioni di guerra l’ascolto può portare a risultati anche molto pratici, utili per arrivare progressivamente a una pace: che è il motivo per cui il caso dell’Irlanda del Nord è molto studiato. Alcuni responsabili di organizzazioni quacchere, per esempio, avevano vecchi amici sia nell’Irish Republican Army (IRA), il gruppo paramilitare indipendentista, sia nell’esercito britannico e in altri gruppi paramilitari unionisti. Questo semplificò la circolazione dei messaggi da una parte all’altra, e man mano che le richieste reciproche venivano scoperte, comprese e soddisfatte la fiducia tra le parti aumentava, anche se non si parlavano direttamente.

Fu anche quello un esempio di applicazione di un approccio psicologico noto: la cosiddetta “reciprocità graduale nella riduzione della tensione” (GRIT). Lo aveva teorizzato lo psicologo sociale statunitense Charles Osgood negli anni Sessanta, in piena Guerra Fredda, come una strategia per riavviare negoziati in stallo tra paesi rivali e arrivare al disarmo reciproco. Prevedeva che una delle parti riducesse in parte gli armamenti, in modo verificabile dall’altra, e che l’altra ricambiasse il gesto in egual misura avviando un processo di concessioni reciproche.

Il cosmonauta Alexei Leonov, a sinistra, stringe la mano all’astronauta Thomas Stafford

Il cosmonauta Alexei Leonov, a sinistra, stringe la mano all’astronauta Thomas Stafford durante un’esercitazione per la missione Apollo-Soyuz a Houston, Texas, il 1° luglio 1975, nella prima collaborazione spaziale tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica (Bettmann/Getty Images)

Un aspetto fondamentale, ovvio ma trascurato, dell’ascolto reciproco è che permette alle parti in conflitto di riconoscerlo e di conoscerne le ragioni, senza ignorare o sminuire quelle altrui. «Si costruisce una pace difettosa se si pensa che il conflitto sia negativo», disse ad Aeon l’operatore di pace Paul Hutchinson, ex direttore della comunità di Corrymeela. Secondo lui il classico approccio da cortile e dall’alto – «chiedi scusa, stringetevi la mano» – è controproducente, ma molto popolare in Occidente, che culturalmente preferisce mettere il conflitto «nel cestino o sotto il tappeto» anziché considerarlo «un elemento rivelatore della relazione» tra le parti e un’opportunità di creare un nuovo equilibrio, più giusto per tutti.

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Ascoltare le ragioni dell’altra parte serve molto, scrive Jones, perché spesso nella narrazione dei negoziati più istituzionali e dall’alto – comunque necessari – la realtà complessa e sfaccettata all’origine del conflitto tende a sparire del tutto. E anche i mediatori, man mano che trascorrono del tempo tra i gruppi rivali e assumono una prospettiva più locale, scoprono che la guerra o la pace dipendono spesso da questioni molto più piccole e gestibili: l’accesso all’acqua corrente e all’istruzione, per esempio, o la possibilità di visitare dei parenti.

Menachem Begin e Anwar Sadat si stringono la mano

Il presidente egiziano Muhammad Anwar al Sadat, in piedi, stringe la mano al primo ministro israeliano Menachem Begin alla Knesset, il parlamento israeliano, durante una storica visita di Sadat a Gerusalemme, il 20 novembre 1977. L’anno dopo vinsero entrambi il Nobel per la Pace, e nel 1979 l’Egitto divenne il primo paese arabo a riconoscere Israele, firmando un trattato di pace a Washington, D.C. (William Karel/Sygma/Getty Images)

Stare insieme e ascoltarsi, soprattutto, riduce il rischio di rappresentazioni negative dell’altro, la prima forma di pregiudizio nella scala di Allport. E la “decostruzione” delle rappresentazioni disumanizzate dell’altro, inteso soltanto come nemico, è al centro di un altro apprezzato e studiato modello sperimentale di convivenza e di mediazione dal basso: Rondine, una comunità in un borgo omonimo vicino ad Arezzo, fondata dallo psicologo e docente Franco Vaccari. Dagli anni Novanta riunisce e ospita in uno studentato internazionale giovani che provengono da paesi o gruppi in conflitto e partecipano liberamente al progetto.

Per quanto circoscritta e sperimentale, l’esperienza di Rondine è spesso citata come un esempio virtuoso di applicazione del modello della giustizia riparativa in un contesto non penale. È un modello radicato in diverse culture non occidentali del presente e soprattutto del passato, dai Maori ai nativi americani ai gruppi bantu dell’Africa subsahariana. E considera l’illecito non un atto da punire, come nel modello della giustizia retributiva moderna, ma una violazione dei rapporti interpersonali che richiede di ricostruire la fiducia reciproca tra le persone coinvolte.

Come scrive Giovanni Grandi, professore di filosofia morale all’università di Trieste, nelle pratiche promosse dalla comunità di Rondine e al centro del modello della giustizia riparativa l’obiettivo dell’incontro tra le parti «non è, in primo luogo, la rivendicazione della ragione o del torto, ma la reciproca esposizione al volto dell’altro, la ricreazione di uno spazio – protetto – in cui dire del male accaduto, in cui darsi reciproco accesso al sofferto, ai valori feriti, ai riconoscimenti mancati».

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