In India è stata bocciata una discussa riforma per aumentare le donne in parlamento
E non perché i partiti non fossero d'accordo: è che secondo le opposizioni il vero obiettivo del governo era tutt'altro

In India è stata bocciata una riforma costituzionale che puntava ad aumentare la rappresentanza femminile in parlamento: prevedeva di garantire una quota fissa di un terzo dei seggi parlamentari alle donne, che oggi ne occupano solo il 14 per cento. Era stata proposta dal governo del primo ministro Narendra Modi ed era fortemente contestata dalle opposizioni: non tanto perché fossero contrarie alla proposta della quota fissa per le donne in parlamento, che anzi aveva un consenso piuttosto trasversale, ma perché Modi aveva compreso nella stessa riforma una norma assai più contestata.
Parte della riforma infatti prevedeva l’aumento del numero dei parlamentari da 543 a 850, e un metodo di assegnazione dei nuovi seggi che secondo i critici avrebbe tolto rilevanza politica agli stati del Sud (che hanno gli indici economici migliori e una maggiore produttività), favorendo invece quelli del Nord (i più popolosi e poveri). I nuovi seggi sarebbero stati distribuiti secondo criteri demografici, e negli ultimi decenni la popolazione in India è cresciuta molto di più al Nord che al Sud, dove hanno avuto più successo le politiche di controllo delle nascite.
Gli oppositori della legge dicevano che l’aumento della rappresentanza femminile in parlamento era solo un espediente per far approvare l’altro pezzo della riforma, che avrebbe fatto comodo a Modi: gli stati del Nord sono quelli in cui è più forte il suo partito, il Bharatiya Janata Party (BJP), nazionalista, induista e di destra.

Il primo ministro indiano Narendra Modi a Delhi nel 2023 (AP Photo)
Dall’altra parte il governo di Modi diceva di voler risolvere insieme a quello della rappresentanza femminile anche un altro problema, quello delle differenze di rappresentatività da stato a stato.
Il sistema elettorale indiano è totalmente maggioritario, con il paese diviso in tanti collegi elettorali quanti sono i seggi in parlamento. La Costituzione indiana prevede che ogni stato abbia un numero di seggi proporzionale alla sua popolazione e che ogni collegio elettorale copra lo stesso numero di abitanti. Nel 1951, in occasione delle prime elezioni, ogni parlamentare rappresentava 700mila persone.
Con l’aumento della popolazione, oggi il numero medio di persone rappresentate è salito a 2,5 milioni, ma con grandi disparità fra uno stato e l’altro (l’aumento non è stato uniforme): in Uttar Pradesh – lo stato più popoloso, che si trova nel Nord – ogni parlamentare rappresenta più di 3 milioni di persone; in Kerala, dove i tassi di fecondità (numero di figli per donna) sono simili a quelli europei, siamo intorno a 1,75 milioni di persone.
La ripartizione doveva essere aggiornata ogni dieci anni, ma quel processo si è interrotto nel 1971, perché da allora i governi (di vario orientamento politico) hanno ritenuto che avrebbe penalizzato gli stati che si erano impegnati di più nel controllare le nascite e rendere più solida l’economia.
L’India sin dalla sua fondazione (1947) cerca di limitare l’aumento eccessivo della popolazione, che obbliga a una maggiore ripartizione di risorse insufficienti, ritardando l’uscita dalla povertà di moltissime persone. Negli anni le politiche di controllo delle nascite sono state varie: le più brutali avvennero negli anni Settanta, con oltre 8 milioni di sterilizzazioni maschili, perlopiù forzate, spesso condotte in condizioni igieniche non adeguate e che portarono a infezioni e morti. Nei decenni successivi i programmi si sono concentrati su sterilizzazioni femminili, incentivate con pagamenti economici.
Ma le politiche che hanno funzionato maggiormente sono quelle che hanno puntato sull’istruzione, sul coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, sul superamento di alcuni tabù legati alle tecniche di contraccezione. Le hanno portate avanti soprattutto gli stati del Sud, quelli più ricchi e sviluppati. Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Karnataka (lo stato di Bangalore o Bengaluru, principale centro tecnologico e dell’innovazione dell’India), Kerala (dove governa spesso il partito Comunista) e Telangana (altro hub tecnologico e farmaceutico) valgono circa il 30 per cento del PIL nazionale, e il 20 per cento della popolazione totale.

Gli stati dell’India (Maximilian Dörrbecker, Chumwa, via Wikimedia Commons)
Sono questi gli stati che si opponevano con maggiore forza alla riforma, che in ogni caso avrebbe avuto bisogno di una maggioranza molto ampia per essere approvata: servivano 360 voti e la coalizione che sostiene Modi ne ha 293 (Modi sperava di convincere a sostenerla alcuni partiti minori e gruppi di opposizione).
La riforma era molto criticata anche perché il BJP ha cercato di approvarla prima di importanti scadenze elettorali statali, e perché riservava alla maggioranza la definizione dei nuovi collegi elettorali e della ripartizione degli stessi ai vari stati. La ripartizione inoltre si sarebbe basata sui dati del censimento del 2011, vecchio ormai di quindici anni.
In India è previsto un censimento ogni dieci anni, ma quello del 2021 era stato rinviato per la pandemia ed è iniziato da poche settimane. È un’opera gigantesca, che durerà più di un anno. Il governo diceva che la riforma era necessaria in tempi stretti perché i dati del nuovo censimento non sarebbero stati pronti entro le elezioni legislative indiane del 2029, e quindi la maggiore rappresentanza delle donne in parlamento sarebbe stata rinviata alle elezioni successive, quelle del 2034.

Una conferenza stampa del partito Comunista indiano a Delhi contro la “Delimitation”, il 16 aprile 2026 (AP Photo/Manish Swarup)
Nella campagna contraria alla riforma c’è stato un gesto particolarmente eclatante di MK Stalin, il primo ministro del Tamil Nadu, stato che ospita alcune delle maggiori aziende del paese. Ha bruciato un testo della riforma ed esposto una simbolica bandiera nera all’esterno della sua residenza: «Questo processo diluirà in modo sistematico il peso degli stati del Sud, creando uno sbilanciamento politico permanente».
Tra gli oppositori c’era anche il timore che la riforma avrebbe aggravato la progressiva erosione delle garanzie democratiche avvenuta in India durante gli oltre dieci anni di governo di Modi: alcuni ritenevano che questa riforma costituzionale avrebbe potuto essere usata dal partito di maggioranza per consolidare il proprio consenso elettorale, con la creazione di collegi elettorali che lo favorissero. Rahul Gandhi, leader dell’opposizione, aveva parlato di «gerrymandering», il processo diventato noto negli Stati Uniti per cui i collegi vengono disegnati in modo da garantire la vittoria di una parte politica.

Donne in coda per votare vicino ad Ajmer per le elezioni del 2023 (AP Photo/ Deepak Sharma)
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