I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza

La discussione è stata molto frettolosa nonostante diverse norme siano state contestate, anche nel centrodestra

La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli contestata dai senatori dell'opposizione durante la discussione sul decreto sicurezza (ANSA/Fabio Frustaci)
La vicepresidente del Senato Licia Ronzulli contestata dai senatori dell'opposizione durante la discussione sul decreto sicurezza (ANSA/Fabio Frustaci)
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Venerdì mattina il Senato ha approvato la conversione in legge del nuovo “decreto sicurezza”, che raccoglie una serie di norme relative all’ordine e alla sicurezza pubblica. Visto che il decreto deve essere convertito entro il 25 aprile, e siccome il governo ha faticato non poco per correggere alcune storture presenti nel testo, è stato discusso e votato dai senatori piuttosto in fretta.

Il provvedimento è rimasto a lungo in commissione Affari costituzionali, in attesa che alcune parti venissero riformulate (le commissioni parlamentari sono il posto in cui si analizzano i provvedimenti di legge, si discutono le modifiche e si trovano i compromessi tra le forze politiche). Poi, siccome si approssimava la scadenza, la maggioranza ha deciso di portare il testo in aula senza completarne l’analisi in commissione, come si farebbe di solito. E questo ha generato una certa confusione.

Durante la discussione in aula, peraltro, sono emerse varie divisioni all’interno del centrodestra, anche per via di alcune riserve espresse dalla presidenza della Repubblica e di alcune critiche arrivate dal Consiglio superiore della magistratura sul decreto. Dopo una seduta concitata (giovedì) è infine arrivata l’approvazione, in ritardo (venerdì mattina appunto). Ora il decreto dovrà essere approvato con una certa velocità anche dalla Camera.

Il decreto sicurezza è un decreto-legge, cioè una norma che il governo approva in casi di necessità e urgenza e che entra subito in vigore, ma deve essere convertita in legge dal parlamento entro 60 giorni per poter rimanere valida. Il governo di Giorgia Meloni tende a farne un largo uso anche quando non c’è davvero un’urgenza, soprattutto per approvare norme in materia di sicurezza sulla scia di eventi di cronaca che suscitano un particolare dibattito.

– Leggi anche: Il governo Meloni fa decreti-legge come nessun altro

Il Consiglio dei ministri, infatti, aveva approvato il decreto sicurezza a inizio febbraio, dopo le manifestazioni per il centro sociale Askatasuna a Torino, e dopo alcuni episodi che riguardarono l’uso di coltelli da parte di minori a La Spezia e in provincia di Frosinone. Il provvedimento aveva inoltre una chiara finalità elettorale, in vista del referendum costituzionale sulla riforma della magistratura. Le norme sono poi entrate in vigore il 25 febbraio: da qui la scadenza di 60 giorni al 25 aprile.

Gli scontri tra un gruppo di manifestanti e la polizia durante la manifestazione contro lo sgombero dell’Askatasuna (ANSA/Alessandro Di Marco)

Per quanto riguarda l’utilizzo dei coltelli, il decreto contiene il divieto di vendita ai minori di armi da punta o da taglio (con sanzioni fino a 12mila euro e revoca della licenza di vendita), ma anche il divieto di portare fuori casa particolari strumenti da taglio o da punta, pena la reclusione da sei mesi a tre anni. La formulazione iniziale era così restrittiva che è stata contestata anche da chi usa quegli strumenti per lavorare, e alla fine il governo ha dovuto modificarla definendo meglio gli illeciti e i divieti. Il decreto elenca poi una serie di reati, tra cui anche questi sulle armi da taglio e punta, che se vengono commessi da un minore comportano una sanzione da 200 a mille euro per chi ne esercita la responsabilità genitoriale.

Altre norme intervengono invece su aspetti di procedura penale. Una riguarda il cosiddetto “scudo penale” (cioè una limitazione della punibilità in certe circostanze) per le forze dell’ordine, che in realtà è stato introdotto con una forma molto depotenziata rispetto a quella che il centrodestra avrebbe voluto.

Un’altra norma introduce invece il fermo preventivo fino a 12 ore, cioè la possibilità da parte delle forze dell’ordine di trattenere le persone sospette nelle ore precedenti alle manifestazioni ritenute a rischio, così da evitare preventivamente (almeno nelle intenzioni del governo) che ci siano scontri. Con persone sospette, dice il testo, si intende chi ha precedenti penali e persone su cui ci siano sospetti concreti e contingenti legati alla manifestazione. Il fermo attualmente in vigore, invece, non si applica prima, ma durante o dopo la presunta commissione di un reato, e solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza o pericolo di fuga.

Nonostante i tempi strettissimi, sono stati proprio alcuni senatori di destra a chiedere di cambiare certi passaggi del decreto, in particolare quelli che riguardavano i divieti sui coltelli, contestati da diverse associazioni di cacciatori, pescatori, cercatori di funghi e giardinieri che si sono lamentati di non poter uscire di casa con gli strumenti necessari alle loro attività. Alla fine gli emendamenti su questi temi sono stati accolti e le norme sono state corrette introducendo alcune giustificazioni per il porto di coltelli.

La maggioranza è riuscita ad approvare anche altre modifiche che riguardano, per esempio, la possibilità di limitare la partecipazione alle manifestazioni a chi è stato condannato per danneggiamenti o resistenza a pubblico ufficiale; l’estensione del divieto di accesso alle zone rosse, cioè i luoghi della città in cui le forze dell’ordine possono impedire a persone ritenute pericolose di entrare; la cancellazione delle attenuanti per lo spaccio di strada; l’aumento delle pene per i furti nelle abitazioni e gli scippi.

Un murale contro le zone rosse, in via Bernardo Quaranta a Milano (ANSA/ANDREA FASANI)

Altri emendamenti della maggioranza, invece, sono stati cassati per velocizzare il voto, cosa che ha provocato non pochi malumori all’interno dei partiti che li avevano proposti. Per esempio è stato bocciato l’emendamento di Fratelli d’Italia che proponeva di escludere dal risarcimento dei danni chi restava ferito commettendo un reato.

Lo stesso è successo con altri due emendamenti proposti dalla Lega e sui quali la presidenza della Repubblica aveva espresso qualche perplessità: uno voleva eliminare il risarcimento che le persone condannate per eccesso di legittima difesa devono alle vittime o ai parenti; l’altro prevedeva di estendere anche alle seconde case le procedure rapide per lo sfratto, già previste per le prime case occupate abusivamente.

È passata invece senza quasi nessuna modifica la norma sul fermo preventivo per le manifestazioni, sulla quale il Consiglio superiore della magistratura (Csm), nel suo parere, aveva espresso qualche perplessità di natura tecnica. Il Csm può esprimere pareri non vincolanti, di sua iniziativa o interpellato dal ministero della Giustizia, su norme che riguardano l’amministrazione della giustizia.

Secondo il Csm alcune formulazioni nella nuova legge sul fermo preventivo lascerebbero «margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia» e rischierebbero di fondare la prevenzione del crimine «su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto». Nonostante il Csm abbia consigliato al parlamento di correggere la legge, l’unico cambiamento che la maggioranza ha introdotto in Senato riguarda la necessità di avvisare il genitore della persona portata in questura, se minorenne. Vista la fretta con cui serve approvare il decreto, è assai improbabile a questo punto che il testo sia modificato alla Camera.

Nella prima fase di stesura delle norme, anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva espresso diversi dubbi sulla legittimità, sul piano del diritto costituzionale e delle libertà personali, del fermo preventivo e di altre misure, che poi però erano comunque entrate nel decreto, sia pur attenuate.