I giornalisti messi peggio sono quelli che non possono scioperare
I freelance non sono coinvolti nella trattativa sul contratto al centro degli scioperi, eppure la loro precarietà dipende spesso proprio da quel contratto

In Italia ci sono sempre meno giornalisti, ma tra questi sono sempre di più quelli che lavorano senza un contratto da dipendente, e quindi con minori tutele e peggio retribuiti. Sono i giornalisti cosiddetti autonomi, o freelance, che solitamente vengono pagati al pezzo o hanno contratti di collaborazione continuativa con i giornali per cui scrivono: solo una piccola parte di loro lavora in questo modo per scelta, e riesce a mantenersi bene; tutti gli altri sono in qualche modo costretti a farlo, e di solito aspirano a ottenere un contratto giornalistico da dipendenti a tempo indeterminato.
Il contratto giornalistico è anche la questione al centro degli scioperi di categoria che sono stati organizzati di recente: il primo il 28 novembre, il secondo il 27 marzo e il terzo oggi, 16 aprile (la redazione del Post aveva aderito alla prima giornata di sciopero ma non a quelle successive: qui è spiegato perché). In breve, i giornalisti scioperano perché il contratto è scaduto da 10 anni, e gli editori e il sindacato dei giornalisti non riescono a mettersi d’accordo per rinnovarlo. Ma i giornalisti che stanno peggio sono spesso quelli che il contratto non ce l’hanno, e che quindi non possono nemmeno scioperare.
Nel 2010 in Italia c’erano circa 40mila giornalisti attivi, cioè che venivano retribuiti per svolgere la professione, e 18mila di questi avevano un contratto da dipendente. Nel 2022, l’ultimo anno per cui ci sono dati affidabili da confrontare, i giornalisti con un contratto da dipendente erano scesi a circa 14mila, su un totale presumibilmente di 35mila o meno (erano 35.700 nel 2018, poi i dati non sono più stati aggiornati, ma un nuovo report dovrebbe essere pubblicato proprio in queste settimane).
C’è una certa difficoltà a mettere insieme dati completi e confrontabili, ma quello che sta succedendo nel giornalismo italiano è evidente: tra il 2021 e il 2022 i giornalisti dipendenti sono diminuiti di circa 1.400, e nel frattempo la situazione delle aziende giornalistiche non è migliorata.
Negli ultimi due decenni i giornali sono entrati in una grave crisi, sostanzialmente per la difficoltà di adattarsi ai grossi cambiamenti avvenuti nel frattempo. Prima il loro modello economico si basava sulla vendita di copie cartacee e sulla pubblicità, poi è arrivato internet e ha abbattuto entrambe le cose: perché i giornali oggi si leggono molto di più online (da cui l’enorme calo di vendite delle copie cartacee) e perché online c’è molta più concorrenza sulla pubblicità, che quindi viene pagata molto meno.

La Sala Albertini del Corriere della Sera a Milano, dove si svolgono le riunioni di redazione del giornale (Stefano Porta / LaPresse)
Il risultato è che le aziende possono permettersi sempre meno di offrire questo discusso contratto giornalistico a tempo indeterminato, che è molto oneroso e risale a un’epoca di grande prosperità per i giornali oggi non più attuale: è un contratto che prevede scatti di anzianità piuttosto generosi, un’assicurazione sanitaria costosa e varie tutele in alcuni casi vetuste e anacronistiche, come il pagamento tramite permessi retribuiti di festività abolite da decenni. La grandissima parte delle aziende giornalistiche italiane negli ultimi anni è stata costretta a limitare questo genere di contratti o a ridurli, anche favorendo i pensionamenti anticipati.
Una grossa conseguenza di tutta questa situazione è che è cambiato anche il modo in cui si diventa giornalisti. Un tempo il percorso più comune prevedeva di essere assunti come praticanti in un giornale per un periodo di 18 mesi, che poi permetteva di fare l’esame di stato e diventare giornalisti “professionisti”. Il contratto da praticante diventava poi in automatico quel contratto a tempo indeterminato che è oggetto delle attuali contrattazioni. Oggi è ormai rarissimo che un giornale prenda praticanti, perché pochi sono disposti a farsi carico di un contratto così oneroso per assumere persone giovani e con poca esperienza. È una scelta che richiede una progettualità a lungo termine che oggi pochissimi giornali possono permettersi.
Così per diventare professionisti è diventato quasi necessario passare dalle scuole di giornalismo (ci sono eccezioni, naturalmente). Le scuole sono una decina in tutta Italia, durano due anni e costano dai 4 ai 10mila euro all’anno (ma prevedono anche un po’ di borse di studio). Permettono di fare il praticantato e quindi di accedere all’esame di stato. È un sistema che riceve spesso critiche dai giornalisti stessi, perché giudicato insostenibile: il settore è in crisi, eppure continua a produrre molti più giornalisti di quelli che le aziende sono in grado di assumere.
D’altra parte l’ordine dei giornalisti, che è una sorta di organo di autogoverno della professione e gestisce anche le scuole, ha tutto l’interesse a non perdere iscritti, perché sono quelli che garantiscono la sua sopravvivenza (anche materialmente, con la quota annuale che ciascun iscritto paga per essere compreso nell’albo professionale).

La manifestazione della FNSI, Federazione Nazionale Stampa Italiana, durante lo sciopero dei giornalisti del 27 novembre 2025 (Mauro Scrobogna / LaPresse)
Tra chi ha fatto la scuola di giornalismo sono pochissimi quelli che riescono a ottenere un contratto da dipendente a tempo indeterminato. È molto più frequente che chi esce dalle scuole faccia il freelance, o comunque che lavori con formule contrattuali che lo inquadrano come giornalista autonomo. La differenza è molto rilevante: i giornalisti autonomi guadagnano in media intorno ai 17mila euro all’anno, i dipendenti intorno ai 60mila, quasi il quadruplo (è una media molto influenzata dai contratti dei giornalisti anziani delle redazioni più grandi: chi entra oggi in una redazione guadagna assai meno).
Ci sono casi in cui i giornalisti freelance vengono pagati anche meno di 10 euro al pezzo, o comunque poche decine di euro, anche in giornali nazionali e considerati prestigiosi. Si discute da tempo della possibilità di fissare un equo compenso per i giornalisti autonomi, che stabilisca anche una soglia sotto alla quale non si può essere pagati per un singolo articolo. Non se n’è mai fatto nulla, e tra le ragioni dello sciopero di oggi (16 aprile) è citata anche questa.
Al di là della retribuzione, lavorare in modo autonomo è problematico anche – e in certi casi soprattutto – perché si è molto poco tutelati a livello legale: un giornalista freelance che guadagna poche decine di euro per un articolo, per esempio, è evidentemente disincentivato a scrivere articoli che potrebbero mettergli contro persone potenti o aziende facoltose. Per una grande azienda presentare una causa per diffamazione è molto semplice e poco costoso; per un giornalista autonomo difendersi è lungo, stressante a livello psicologico e quasi sempre non sostenibile a livello economico.
In Italia non sono infrequenti i casi di querele o cause civili “temerarie”, chiamate così perché sono affrontate da chi le presenta malgrado l’incertezza del risultato finale, al solo scopo di risposta o minaccia nei confronti del giornalista accusato. È un problema non solo per i giornalisti, perché limita la libertà d’informazione e la possibilità di fare articoli su questioni rilevanti. Chi è assunto come dipendente invece di solito viene difeso da un avvocato della propria testata, che si occupa delle spese legali (se e quando può permetterselo).
– Leggi anche: Il grosso problema delle cause per diffamazione contro i giornalisti



