C’è una guerra civile tra scimpanzé ugandesi
Coinvolge da circa dieci anni tutta la comunità Ngogo, tra le più studiate e numerose al mondo, e in passato molto unita

In un’area isolata nel Parco nazionale di Kibale, in Uganda, vive da decenni una comunità di scimpanzé detta Ngogo, dal nome di una collina. È uno dei gruppi di animali non umani in libertà più osservati e studiati di sempre: i comportamenti dei suoi membri sono oggetto di ricerche dal 1995, e c’è anche un documentario su Netflix che ne parla, L’impero degli scimpanzé, uscito nel 2023.
Un nuovo studio, pubblicato giovedì sulla rivista Science, descrive un aspetto della struttura sociale degli scimpanzé mai documentato prima e che li rende simili agli umani più di quanto già si sapesse: nella comunità è in corso una specie di guerra civile.
Le autrici e gli autori dello studio, guidati dal primatologo americano Aaron Sandel, scrivono che lo scontro va avanti da quando una decina di anni fa la comunità si divise. Per due decenni era rimasta molto unita, diventando una delle più numerose al mondo: circa 200 individui, in un’area di 24 chilometri quadrati. Gli scimpanzé Ngogo si accoppiavano abitualmente tra loro, scacciavano altre comunità confinanti e andavano insieme in cerca di cibo, anche se c’erano tre fazioni più coese al loro interno: i gruppi occidentale, centrale e orientale.
Il 24 giugno 2015 alcuni membri del gruppo occidentale si avvicinarono ad altri di quello centrale. Anziché essere piacevole come al solito, la loro interazione sfociò in uno scontro fisico senza precedenti, proseguito con la fuga dei membri del gruppo occidentale e l’inseguimento da parte degli altri. Dopo aver assistito alla scena, Sandel e il suo collega John Mitani pensarono fosse un caso isolato. Ma negli anni successivi la frequenza e la violenza degli scontri aumentarono, portando a una divisione della comunità in due fazioni contrapposte (il gruppo orientale è “alleato” con quello centrale, ma è rimasto perlopiù fuori dagli scontri).

Due scimpanzé sdraiati nel parco nazionale di Kibale, in Uganda, il 15 febbraio 2023 (Robert Haidinger/laif/contrasto)
Le prime tensioni tra il gruppo occidentale e il gruppo centrale erano emerse nel 2014. Dopo quel primo scontro esteso e violento, nel 2015, gli scimpanzé dei due gruppi interagirono sempre meno e cominciarono ad accoppiarsi soltanto con membri del loro gruppo. Nel 2018, quando gli scontri diventarono mortali, i gruppi occupavano ormai territori diversi. Da allora sono stati uccisi nella comunità Ngogo almeno sette maschi adulti e 17 cuccioli, e altri 14 individui sono scomparsi, probabilmente uccisi anche loro.
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Sandel ha raccontato di avere assistito personalmente a un’evoluzione progressiva e radicale dei rapporti all’interno dei gruppi. Un giorno nel 2019 un maschio adulto che conosceva fin dal 2012, Basie, fu improvvisamente raggiunto, circondato e attaccato a morsi da una pattuglia in avanscoperta, formata da una decina di membri del gruppo occidentale. Lui, che faceva parte del gruppo centrale, morì pochi giorni dopo, da solo, per le ferite subite nell’attacco.
Un montaggio di filmati condivisi dal primatologo Aaron Sandel (l’aggressione di Basie è al minuto 00:20)
«In quel momento, mi sentii come un corrispondente di guerra. Volevo essere lì, volevo assistere all’evento, documentarlo e cercare di capire cosa stesse succedendo», ha detto Sandel al National Geographic.
Uno degli aspetti più sorprendenti della guerra in corso, secondo i ricercatori, è quanto sia sbilanciata. All’inizio il gruppo centrale era molto più numeroso, ma i membri di quello occidentale erano più aggressivi e lo sono diventati sempre di più: tutti gli scimpanzé morti finora appartenevano al gruppo centrale. Sandel e gli altri studiosi ipotizzano che il gruppo occidentale possa alla fine sterminare quello centrale.
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Le scissioni all’interno delle comunità di scimpanzé sono un evento estremamente raro: capitano in media una volta ogni 500 anni, secondo una stima dei primatologi basata su analisi genetiche. Non è chiaro nemmeno perché le guerre comincino: «all’improvviso, l’amico di ieri diventa il nemico di oggi», ha detto Mitani al New York Times.
Aggressioni mortali e frequenti come quelle osservate da lui e Sandel erano state documentate una sola volta in precedenza, a metà degli anni Settanta in Tanzania, dalla primatologa inglese Jane Goodall, ma non avevano portato a una scissione prolungata della comunità. In seguito nessuno aveva più osservato quei comportamenti all’interno di una stessa comunità, e quindi una parte degli studiosi era finita per considerarli un’anomalia, forse dovuta a condizionamenti ambientali introdotti inconsapevolmente dal gruppo di ricerca di Goodall nel parco nazionale di Gombe.
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Tra gli scimpanzé possono emergere comportamenti violenti di tanto in tanto, di solito per questioni legate alle gerarchie di gruppo: intorno a un albero carico di frutti, per esempio, o quando i maschi competono per prendere il posto del vecchio maschio alfa. Ma è un’aggressività occasionale, controbilanciata da amicizie durature e legami profondi, in parte favoriti da individui particolarmente socievoli che fanno da ponte passando da un gruppo a un altro.

Uno scimpanzé adulto e un cucciolo su un albero di Ficus sur nel parco nazionale di Kibale, in Uganda, il 13 aprile 2024 (Rosa Breton/VWPics/Redux)
Una delle ipotesi degli studiosi è che gli scontri siano aumentati man mano che la comunità degli scimpanzé Ngogo diventava sempre più numerosa e la competizione per il cibo o per i partner aumentava. Ma un’altra ipotesi è che le tensioni siano emerse nel 2014 dopo la morte, forse per malattie, di cinque individui influenti per i rapporti tra i gruppi. Questo potrebbe aver sconvolto l’ordine sociale, portando alla successiva frammentazione della comunità.
Stando alla seconda ipotesi le ostilità potrebbero essere cominciate non per una competizione improvvisa, ma per effetto di una semplice tendenza a evitare le frequentazioni reciproche e le pratiche quotidiane che servivano a tenere insieme la comunità. «Quando si smette di stare insieme, è possibile che si smetta di considerarsi parte dello stesso gruppo, e questo può portare a conseguenze violente in un lasso di tempo incredibilmente breve», ha detto al National Geographic il primatologo americano Jacob Negrey, coautore dello studio.
La speranza degli studiosi è che i comportamenti descritti nello studio possano fornire informazioni utili per comprendere come si sviluppa la violenza tra i primati non umani, ma anche come potrebbe essersi evoluta quella tra gli umani, considerata la discendenza comune con la famiglia delle grandi scimmie.
L’esempio degli scimpanzé Ngogo permette di ipotizzare che lotte mortali e prolungate fossero possibili tra i nostri più lontani antenati anche solo per effetto di un cambiamento negli equilibri sociali, in assenza di divisioni etniche, religiose o politiche. «Non serve un’ideologia per generare ostilità», ha commentato Richard Wrangham, primatologo dell’università di Harvard, parlando con Science.
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