Il successo di Marsiglia col turismo, grazie al “Conte di Montecristo”
Lo racconta Francesca Crescentini, nel suo libro dedicato al celebre romanzo di Alexandre Dumas

È noto che negli anni in cui Arthur Conan Doyle pubblicava i romanzi su Sherlock Holmes c’erano lettori appassionati che andavano in Baker Street, a Londra, in cerca del 221B, sperando di avvistare il geniale investigatore: pensavano fosse un personaggio reale. Più o meno la stessa cosa avveniva anche a Marsiglia, qualche decennio prima, dopo lo straordinario successo di Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas. È una delle tante cose che spiega Francesca Crescentini, traduttrice e content creator nota come “Tegamini”, in La vendetta è un ballo in maschera. Un anno con “Il conte di Montecristo”, da poco uscito in libreria. Il libro è una guida alla lettura del romanzo di Dumas, ma non solo: Crescentini racconta anche la propria esperienza personale con il romanzo e il significato che ha avuto per lei, e la vita di Dumas.
***
Dumas visita per la prima volta Marsiglia nel 1834, ma ne scriverà solo una trentina d’anni dopo, in Viva Garibaldi. Nel mezzo, c’è ovviamente anche l’uscita del Montecristo. Dumas ci tiene a registrare l’impronta che ha lasciato sul turismo cittadino, intestandosene a pieno l’espansione. Se lui, prima che il romanzo esistesse, a Marsiglia era andato ad ammirare il campanile delle Accoules, l’abbazia di Saint-Victor, il municipio e il castello d’If – le attrazioni standard –, «ora lo straniero chiede di vedere tre cose: casa Morrel, sui viali di Meilhan; la casa di Mercédès, ai Catalani, e le celle di Dantès e dell’abate Faria». Sia lui che i custodi dell’ormai ex penitenziario sanno benissimo che quelle celle esistono solo nel libro, ma «i ciceroni compiacenti, per non deludere gli stranieri, mostrano loro tutto ciò che chiedono di vedere». E non si parla più delle detenzioni reali, documentate dalle cronache, ma ci si occupa di due carcerati immaginari, che «si sono accaparrati tutto».
Dumas torna all’If nel 1858, perché vuole vederle anche lui quelle celle anonime che sono diventate a furor di popolo – e per disonestà manifesta dei sempre odiati ciceroni – le celle dei suoi personaggi. Vuole partecipare a quella leggenda che ha liberato e che sembra aver preso vita propria.
Dopo il trasbordo in barca, all’If lo accoglie una vecchia catalana che si era conquistata il posto di custode in qualità di compatriota di Mercédès. Volete vedere le celle di Faria e Dantès, vi ci porto subito! Dumas, che non è stato riconosciuto, la ringrazia ma le chiede se prima può visitare anche quella di Mirabeau [un rivoluzionario francese, che tra il 1774 e il 1775 fu detenuto al castello d’If, la fortificazione usata come prigione che sorge su un isolotto nel golfo di Marsiglia, ndr].

La brava donna, costernata, gli risponde che non ne sa niente. «Il mio trionfo era completo, – scrive Dumas, – non soltanto avevo creato ciò che non esisteva, ma avevo annientato ciò che esisteva». Per incrementare l’effetto di aderenza all’inesistente, tra le due mitologiche celle era stato ricreato anche il tunnel scavato dai prigionieri e i visitatori, pagando una maggiorazione, avevano l’esclusiva possibilità di strisciarci dentro. Ma il passaggio fu richiuso, a un certo punto, a causa di diverse signore eccessivamente crinolinate che rimanevano incastrate nel budello, causando disagi un po’ a tutti.
Dumas, euforico, tempestò di domande la sua anziana guida, che si spinse a rivelargli d’aver conosciuto Mercédès, da giovane, anche perché erano parenti alla lontana. Era tornata anche due o tre volte lì in pellegrinaggio, vestita di nero, ancora bellissima e triste, tremendamente riservata. È ancora viva, sapete? Su Fernand no, non aveva antichi aneddoti da condividere, non era più riapparso da quando aveva lasciato la città. Il nostro autore, a quel punto, si sente in dovere di chiederle aggiornamenti sul conte di Montecristo. «C’è un’unica persona che può darle notizie certe. Il signor Alexandre Dumas, che era suo intimo amico e con il quale è sempre rimasto in rapporti epistolari».
Per festeggiare quel surreale e rivelatorio episodio, che ha superato anche le sue più rosee aspettative, Dumas torna sulla terraferma, si fa portare alla Réserve, «il ristorante di Marsiglia dove si mangia la miglior bouilleabaisse», e ne ordina una «gigantesca». Non appaiono gendarmi ad arrestarlo e nessuno, sotto al pergolato, ordisce congiure ai suoi danni. Anzi, l’intera municipalità fa di tutto per dimostrargli riconoscenza – in fin dei conti, il Pil del turismo si è impennato, grazie al Montecristo. Il sindaco Louis Lagarde lo incorona cittadino onorario e gli regala un appezzamento di terra nei pressi dell’antico villaggio dei catalani, senza lesinare sulle bottiglie di champagne.
© 2026 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino
Pubblicato in accordo con The Italian Literary Agency



