• Mondo
  • Lunedì 13 aprile 2026

Chi è Péter Magyar

Fino a pochi anni fa il leader di opposizione che ha stravinto in Ungheria era un esponente di Fidesz, lo stesso partito di Viktor Orbán

Péter Magyar festeggia la vittoria elettorale a Budapest, 12 aprile 2026 (Janos Kummer/Getty Images)
Péter Magyar festeggia la vittoria elettorale a Budapest, 12 aprile 2026 (Janos Kummer/Getty Images)

Per la prima volta dal 2010 Fidesz, il partito di estrema destra di Viktor Orbán, ha perso le elezioni in Ungheria. Ha stravinto Tisza, il principale partito di opposizione guidato da Péter Magyar. Fino a pochi anni Magyar fa era un politico piuttosto sconosciuto e un esponente di Fidesz: per più di vent’anni, quindi, è stato una figura interna alla struttura politica e amministrativa che poi ha scelto di contestare. Su molte questioni non ha idee molto diverse da Orbán, a tal punto che alcune persone che gli sono vicine, come riportato da vari giornali, sostengono di vedere in lui solo una versione più giovane di Orbán stesso.

Péter Magyar ha 45 anni, è un avvocato e proviene da un’influente famiglia ungherese che ha sempre avuto un legame esteso con la politica. Il padre era a sua volta un avvocato, la madre un’alta funzionaria della Corte Suprema, il suo prozio, Ferenc Mádl, è stato presidente del paese dal 2000 al 2005, e suo nonno, Pál Erőss, era un popolarissimo commentatore televisivo durante il comunismo.

Magyar cominciò ad avvicinarsi a Fidesz a metà degli anni 2000 stringendo legami con esponenti di primo piano come Gergely Gulyás, che conobbe durante gli anni dell’università e che poi diventò capo di gabinetto di Orbán. Secondo alcuni resoconti, fu proprio Gulyás a presentare a Magyar la sua futura moglie, Judit Varga: una figura importante nella politica ungherese degli ultimi anni, e fondamentale anche per la carriera politica del marito, volente o nolente. I due si sposarono nel 2006 e hanno tre figli.

A partire dal 2011, e per quasi un decennio, Magyar e sua moglie Varga si trasferirono a Bruxelles, in Belgio, dove assunsero vari incarichi all’interno della delegazione ungherese all’Unione Europea. Tornarono poi in Ungheria, dove Magyar entrò nel consiglio di amministrazione di alcune aziende di stato, mentre Varga intraprese una promettente carriera politica che la portò a essere nominata ministra della Giustizia nel 2019, in uno dei governi guidati da Orbán.

Nel frattempo Magyar rimase ai margini, ricoprendo ruoli di medio livello per l’Ungheria a Bruxelles e poi in altre istituzioni statali, ma non riuscendo mai a ottenere incarichi di maggiore responsabilità: «Gli dicevano sempre di no, perché era troppo ambizioso e autonomo», ha detto a Politico Miklós Sükösd, politologo e ricercatore dell’Università di Copenaghen che ha seguito l’ascesa di Magyar. «Così la sua ambizione venne repressa», contribuendo a nutrire il suo risentimento.

Nel 2024, durante un’intervista, un giornalista gli disse: «Lei era sposato con la signora Varga, ed è questo che ha dato il via a tutto il processo». Magyar lo interruppe e precisò: «Lei era sposata con me».

Judit Varga, Bruxelles, 23 maggio 2022 (AP Photo/Olivier Matthys)

I due hanno divorziato nel marzo del 2023. Varga lo ha accusato di abusi, Magyar ha sempre negato e un tribunale non si è ancora pronunciato sulla questione.

Per Magyar le cose cominciarono a cambiare nel febbraio del 2024 quando un grosso scandalo politico coinvolse l’ex moglie e l’allora presidente della Repubblica ungherese Katalin Novàk. Iniziò quando si scoprì che Novàk aveva concesso la grazia, firmata da Varga, a un uomo che era stato condannato come complice in un caso di abusi sessuali sui minori, un fatto particolarmente grave per un governo ultraconservatore come quello di Orbán, che negli anni ha presentato molte delle sue iniziative politiche e sociali come un modo per difendere famiglie e bambini.

Alla fine Novàk rinunciò all’incarico e Varga, che nel frattempo aveva lasciato il ruolo da ministra per potersi candidare alle elezioni europee con Fidesz, si dimise anche dal parlamento nazionale.

Immediatamente dopo lo scandalo Magyar annunciò pubblicamente, con un post sui social media che ebbe milioni di visualizzazioni e con varie interviste a giornali indipendenti ungheresi, che si era dimesso a sua volta dai consigli di amministrazione delle aziende pubbliche di cui faceva parte. Annunciò anche la sua uscita da Fidesz. Soprattutto, cominciò a presentarsi come un whistleblower, una persona cioè che denuncia dall’interno le storture dell’organizzazione di cui fino a poco prima aveva fatto parte. «Coloro che detengono veramente il potere tentano di nascondersi dietro alla gonna delle donne», disse Magyar, con un chiaro riferimento al fatto che Novàk e Varga fossero state usate come capro espiatorio di un intero sistema di potere corrotto.

Qualche settimana dopo le dimissioni di Varga, Magyar rese pubblica una registrazione del 2023 che sarebbe stata fatta all’insaputa di Varga stessa. Nel file audio, Varga sembrava suggerire che alcuni importanti membri del governo di Orbán avessero fatto eliminare delle prove da alcuni documenti giudiziari per nascondere il loro coinvolgimento in un giro di corruzione. In particolare, si sentiva Varga dire che questi funzionari «avevano suggerito ai procuratori cosa rimuovere», e che uno dei suoi collaboratori era stato avvisato da qualcuno che era sotto indagine per corruzione. La registrazione, secondo Magyar, provava che il regime di Orbán era profondamente corrotto, e che soltanto una persona come lui, che ne aveva fatto parte e che poi ne era uscita, poteva riuscire a contrastarlo.

Il suo messaggio attirò immediatamente l’attenzione di una parte consistente dell’elettorato. Magyar iniziò dunque a organizzare grandi manifestazioni di protesta contro il governo e soprattutto a dare struttura a un movimento con la sua entrata in Tisza, una forza politica nata nel 2020 ma rimasta fino a quel momento irrilevante. Inizialmente Magyar faticò a reclutare alleati «perché erano tutti di Fidesz», ha detto a Politico Dezső Farkas, un imprenditore che fu tra i primi a essere chiamato da Magyar: «Erano tutti terrorizzati da possibili ritorsioni, alcuni di loro avevano grandi aziende» e temevano che il governo di Orbán si sarebbe accanito contro di loro.

Péter Magyar a una manifestazione, Vac, Ungheria, 18 maggio 2024 (AP Photo/Denes Erdos)

Tisza riuscì comunque a partecipare alle elezioni europee del 2024 ottenendo quasi il 30 per cento dei voti, un risultato di gran lunga superiore a tutti gli altri partiti di opposizione. A quel punto Magyar entrò di fatto in campagna elettorale sfruttando in modo molto abile i social e reclutando decine di migliaia di volontari. Per rompere poi lo stretto controllo che Fidesz esercitava su gran parte dei media del paese, iniziò a organizzare la campagna elettorale dal basso, quartiere dopo quartiere.

Nel maggio del 2025 percorse a piedi 250 chilometri da Budapest a Oradea, nel nord-ovest della Romania, per conquistare il sostegno delle minoranze residenti nei paesi limitrofi, che in maggioranza votavano per Fidesz. Cercò inoltre di intercettare l’elettorato sia progressista che conservatore tenendo insieme patriottismo e critica al sistema, nazionalismo e apertura all’Europa.

Nell’intervista del 2024 a Politico Magyar descrisse il suo partito, formato in gran parte da piccoli imprenditori, ex dirigenti del settore privato o personalità locali disilluse dalla difficile situazione economica ungherese ma con poca esperienza politica, come lo «spettacolo di un solo uomo». Lui era l’unico membro di Tisza autorizzato a fare interviste, ma rimase restio a rispondere alle domande della stampa internazionale, sostenendo, insieme al suo entourage, di volersi concentrare sui media ungheresi.

Magyar non ha idee molto diverse da Orbán: è anche lui un politico conservatore e non ha esitato a usare i simboli nazionalisti precedentemente monopolizzati da Fidesz. Si è dichiarato in linea con le politiche anti-immigrazione di Orbán, e ha promesso di fermare il discreto afflusso di lavoratori stranieri voluto dal governo ungherese a partire dal 2022 per compensare la grave carenza di manodopera e il calo demografico del paese.

Anche al Parlamento Europeo, in vari casi i rappresentanti di Tisza – che fa parte del Partito Popolare, il principale gruppo politico di centrodestra nell’Unione – hanno votato in modo identico a Fidesz, soprattutto su questioni legate alla sovranità nazionale e alla gestione dei flussi migratori. La principale differenza di Magyar rispetto a Orbán sta nella promessa di voler combattere la corruzione e di voler riavvicinare l’Ungheria all’Unione Europea per riattivare i fondi verso il paese, bloccati a causa delle politiche reazionarie in materia di diritti volute da Orbán.

Péter Magyar a Debrecen, Ungheria, 5 maggio 2024 (AP Photo/Denes Erdos)

Sull’Ucraina Magyar è sempre rimasto molto cauto. Come Viktor Orbán rifiuta che l’Ungheria possa fornire direttamente armi al paese, ma in un’intervista all’inizio di aprile ha dichiarato che al Consiglio Europeo, l’organo che raccoglie i capi di stato e di governo dell’Unione, «non porrà veti di principio» sull’invio di nuovi aiuti (è invece quello che fa Orbán), perché questo «ostacolerebbe qualsiasi processo decisionale».

Vari esperti concordano nel dire che Magyar, pur presentandosi come il principale interprete del cambiamento, non rappresenta una rottura con il sistema politico da cui proviene. A questo si aggiunge il fatto che per Tisza non sarà semplice governare e cambiare realmente le cose.

Nel 2011 per esempio il governo di Orbán aveva esteso le cosiddette “leggi cardinali” – cioè quelle che possono essere approvate solo con i voti di due terzi del parlamento – a praticamente qualsiasi settore della magistratura, al sistema elettorale, alla gestione dei media e delle finanze pubbliche, ma anche alle politiche familiari e al rapporto fra Stato e Chiesa. Ora, avendo ottenuto 138 dei 199 seggi, Magyar avrà sufficiente potere per intervenire anche in questi ambiti, anche se le sue leggi potrebbero comunque essere bloccate dai principali tribunali del paese, guidati in molti casi, ancora oggi, da alleati di Orbán.