Servono delle app per non usare le app?

C'è un'industria crescente di prodotti che promettono di ridurre il tempo passato allo smartphone, ma come con tutte le dipendenze è più complicato di così

Una cliente con la testa distesa su un bancone mentre guarda qualcosa sullo smartphone
Una cliente in un centro commerciale a Pechino, il 21 giugno 2023 (AP Photo/Andy Wong)

Nel 2009, Apple produsse uno spot per promuovere l’App Store, diventato poi popolare per lo slogan «c’è una app per tutto». Una per ricordare dov’è parcheggiata la macchina, una per segnare le spese mensili, una per raddrizzare una mensola, diceva la voce fuori campo. Da allora sono nate anche app pensate apposta per non usare le app, come quelle dei social network o degli ecommerce, per chi ci perde troppo tempo ma non riesce a trattenersi dall’usarle.

Ne esistono diverse e tra le più apprezzate ed efficaci alcune sono a pagamento. L’industria della cosiddetta «disintossicazione digitale» vale circa 2,3 miliardi di euro e include, oltre alle app, anche prodotti, corsi, vacanze in posti dove non arriva la rete e altro: un successo commerciale che ricorda per molti aspetti quello della disassuefazione dal fumo negli anni Novanta, con libri, cerotti, gomme da masticare e altro.

Per ridurre il tempo passato sullo smartphone ci sono soluzioni drastiche, come per esempio scatole in cui riporlo che restano chiuse per un tempo prestabilito, o i cosiddetti dumb phone, telefoni cellulari con funzioni da primi anni Duemila e senza internet. Tra i metodi più tecnologici e meno spartani c’è Brick, una specie di calamita da frigo a cui bisogna avvicinare lo smartphone per poter sbloccare una o più app bloccate in precedenza, che è pensato per essere tenuto lontano (per esempio dal letto o dal divano). E poi ci sono decine di app che limitano l’uso delle app di social media (o altre) tramite blocchi provvisori, prove da superare o messaggi motivazionali: tutti metodi più o meno aggirabili.

Due persone dialogano mentre guardano i loro rispettivi smartphone

Una coppia fuori da un locale a San Francisco, in California, il 12 settembre 2018 (Robert Alexander/Getty Images)

Per quanto paradossale all’apparenza, la disintossicazione digitale è un argomento popolare anche sui social media. Ci sono influencer che danno consigli su come ridurre il tempo trascorso davanti a uno schermo. Molti promuovono uno stile di vita più «analogico», basato su pratiche come scrivere a mano, disegnare e leggere su carta e usare tecnologie retrò: sveglie, macchine fotografiche Polaroid e supporti fisici come CD e DVD.

È un tipo di comunicazione che funziona e ha un grande seguito, secondo l’Atlantic, non tanto per il fascino e il valore attribuiti da molte persone agli oggetti vintage, ma perché le persone si rendono conto di quanto sia ambivalente il loro rapporto con lo smartphone. Da un lato vorrebbero privarsene, perché si sentono incapaci di limitare l’uso che ne fanno. Dall’altro si rendono conto di quanto l’intera infrastruttura sociale sia progettata intorno agli smartphone, e quindi credono che non averne affatto uno sia una scelta impraticabile e sconveniente.

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La difficoltà nel fare a meno dello smartphone non dipende però soltanto da quanto sia comodo usarlo per qualsiasi cosa, o quasi, ma da come sono state sviluppate alcune app. È ormai da diversi anni che tutta la discussione intorno agli effetti e all’uso dei social media somiglia ai discorsi sulle sostanze che creano dipendenza. Molti critici delle aziende della Silicon Valley sostengono che i loro prodotti siano consapevolmente progettati per indurre dipendenza quanto il tabacco o il gioco d’azzardo.

A marzo, con una sentenza storica nel suo genere, un tribunale di Los Angeles ha condannato Meta e Google a pagare un risarcimento da 6 milioni di dollari a una donna che li accusava perché le loro piattaforme avevano aggravato i suoi problemi di ansia e depressione, incentivando l’uso compulsivo dei social media fin da quando era bambina. Durante il processo aveva raccontato che ogni volta che provava a smettere si sentiva intrappolata in un circolo vizioso da cui non riusciva a uscire.

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Diversi studi scientifici recenti confermano che l’uso prolungato dei social media è correlato al declino della salute mentale e delle prestazioni cognitive. E mostra che anche brevi pause nell’uso dello smartphone possono ridurre ansia, depressione e insonnia, e migliorare attenzione, memoria e concentrazione.

In uno degli studi più ampi finora realizzati, oltre 467 partecipanti con un’età media di 32 anni hanno utilizzato per 14 giorni sui loro smartphone una app che blocca l’accesso a Internet, Freedom: potevano usarli di fatto solo per fare telefonate e inviare messaggi sms. Alla fine dell’esperimento, il tempo trascorso online da ciascuno di loro era diminuito in media da 314 a 161 minuti. Molti avevano riscontrato un netto miglioramento delle prestazioni cognitive e una riduzione dei sintomi depressivi paragonabile all’effetto degli antidepressivi e della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Anche i partecipanti che avevano ceduto dopo pochi giorni e avevano riattivato Internet sullo smartphone avevano comunque tratto beneficio dalla breve astinenza.

Due clienti seduti in due tavolini distanti guardano ciascuno il loro smartphone

Due clienti in un ristorante a Mosca, in Russia, il 18 ottobre 2014 (Andrey Rudakov/Bloomberg/Getty Images)

Ma uno dei punti problematici sollevati dalle ricerche è che non tutte le persone mostrano la stessa predisposizione all’uso compulsivo dello smartphone e dei social media, e individuare i soggetti più vulnerabili non è facile. John Torous, psichiatra della Harvard Medical School e coautore di una delle ricerche più citate sulla disintossicazione digitale, ha detto al Washington Post che gli studi si stanno concentrando sulle persone più inclini al «confronto sociale», cioè a giudicarsi in relazione agli altri, per l’aspetto fisico ma non solo, e su quelle che usano Internet per compensare la mancanza di interazioni nella vita offline.

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Uno studio dell’università Carnegie Mellon, citato dal Washington Post e ancora in corso, ha chiesto a oltre 8mila partecipanti in 23 paesi di utilizzare i social media per non più di cinque minuti al giorno. Gli autori e le autrici si aspettano che possa rispondere anche a una domanda che gli esperti si fanno da tempo: se gli effetti negativi dell’uso dei social siano più gravi negli Stati Uniti e nei paesi occidentali che nei paesi con culture meno individualiste. È una tendenza emersa in alcune ricerche precedenti, ma richiede conferme perché altri dati mostrano una situazione più sfumata e difficile da interpretare.

Le app e i servizi di disintossicazione digitale sono spesso descritti come una tendenza occidentale, ma in realtà negli ultimi anni la loro diffusione è aumentata più rapidamente che altrove nell’area dell’Asia e dell’oceano Pacifico. Alcune città asiatiche hanno provato a risolvere il problema dell’eccessiva dipendenza delle persone dallo smartphone anche con scelte collettive e misure pubbliche.

La città giapponese di Toyoake, per esempio, ha diffuso delle linee guida sull’uso degli smartphone, che incoraggiano le famiglie a stabilire regole condivise, come il divieto per i bambini di usare dispositivi dopo le 21. A Vadgaon, una città di 11mila abitanti nell’India occidentale, l’amministrazione chiede alla popolazione di non usare pc, smartphone o tv per almeno un’ora e mezzo ogni sera, dopo le 19, e di riunirsi all’aperto. È una prassi cominciata con la pandemia da coronavirus nel 2020, e diventata poi un’abitudine.

«Questo ridefinisce il concetto di moderazione digitale come una pratica comunitaria, non come una prova di forza di volontà individuale», ha scritto sul sito The Conversation Quynh Hoang, ricercatrice dell’università di Leicester, in Inghilterra. Uno studio di cui è coautrice ha mostrato che le soluzioni commerciali individuali, come appunto le app per bloccare altre app, non funzionano sul medio e lungo periodo. Perché dopo e durante le brevi pause nell’uso dello smartphone, gli utenti tendono a rafforzare la loro dipendenza provando altri strumenti digitali o riprendendo le abitudini di prima.

Una visitatrice seduta a una mostra solleva il suo smartphone per scattare una foto

Una visitatrice a una mostra di Alcova, un evento a margine del Salone del Mobile di Milano, nell’ex macello di Porta Vittoria, il 17 aprile 2023 (Emanuele Cremaschi/Getty Images)

L’autocontrollo e l’autodisciplina sono qualità umane spesso descritte – e vendute – come la soluzione alle distrazioni e all’ansia generate o accresciute dall’uso dello smartphone. Ma il problema di questi approcci, secondo Hoang e altri studiosi, è che basano le loro probabilità di successo solo sulla forza di volontà dell’individuo. E l’ecosistema commerciale in cui l’individuo è immerso rende molto difficile praticare l’autodisciplina e molto più facile delegarla ad app, servizi e altri prodotti.

Questo tipo di comportamento somiglia a ciò che il filosofo sloveno Slavoj Žižek definisce «interpassività», cioè il risultato di pratiche di consumo che producono una «falsa attività».

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Nel caso dello smartphone, scrive Hoang, la falsa attività sta nel fatto che le persone pensano di risolvere un problema usando app e servizi a pagamento, ma quelle app e quei servizi non influenzano i loro schemi comportamentali di fondo. L’industria della disintossicazione digitale prospera, secondo lei, perché «le soluzioni individuali sono facili da vendere, mentre quelle sistemiche sono molto più difficili da implementare». E lo stesso vale per altri ambiti, dall’obesità al gioco d’azzardo, in cui le politiche si concentrano sui comportamenti individuali e sulla libertà di scelta, senza affrontare le forze strutturali alla base dei consumi.