Artemis II è tornata sulla Terra
Dopo un lungo viaggio e un giro intorno alla Luna, i quattro astronauti hanno fatto un turbolento rientro nell'atmosfera e un ammaraggio nell'oceano Pacifico

Alle 2:07 di sabato 11 aprile (ora italiana) i quattro astronauti della missione lunare Artemis II sono tornati sulla Terra, dopo avere percorso più di un milione di chilometri e avere fatto un giro intorno alla Luna. L’ammaraggio di Orion, la capsula che li sta trasportando, è avvenuto nell’oceano Pacifico al largo della California.
La diretta della NASA
Il rientro è stato la fase più delicata della parte conclusiva della missione, iniziata giovedì 2 aprile con il lancio da Cape Canaveral, in Florida, dello Space Launch System, il potente razzo della NASA alto quasi 100 metri che si è spinto oltre l’atmosfera terrestre sorvolando l’oceano Atlantico. Il ritorno di Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen non ha previsto l’uso di razzi ingombranti ed è avvenuto sfruttando la gravità terrestre.
All’1:34 il modulo dell’equipaggio di Orion, quello su cui hanno viaggiato in questi giorni gli astronauti, si è separato dal modulo di servizio, fornito dall’Agenzia spaziale europea (ESA) e che conteneva diverse strumentazioni e il motore che la capsula ha utilizzato per compiere alcune manovre. Durante il rientro sarebbe stato una zavorra inutile e per questo, dopo essersi separato dalla capsula vera e propria, è stato fatto distruggere impattando contro l’atmosfera.

(ESA)
Il modulo dell’equipaggio, un tronco di cono con un diametro alla base di circa 5 metri, ha orientato il proprio scudo termico verso l’atmosfera per proteggere i quattro astronauti dall’altissima temperatura durante il rientro. L’ingresso è avvenuto all’1:54 a una velocità di circa 40mila chilometri all’ora rispetto alla Terra e la capsula ha avuto pochi chilometri per rallentare la propria corsa prima di raggiungere l’oceano. Per farlo, ha sfruttato l’atmosfera stessa e i suoi strati via via più densi.
A differenza degli aeroplani che sono progettati per essere aerodinamici in modo da ridurre la resistenza (cioè la forza che li frena spingendo in direzione opposta al loro moto), le capsule spaziali fanno l’esatto contrario. Hanno una forma e caratteristiche tali da essere poco aerodinamiche, in modo da ottenere quanta più resistenza possibile e sfruttarla per decelerare mentre stanno letteralmente precipitando verso il suolo. Gli strati via via più densi dell’atmosfera diventano un freno, di quelli che si fanno sentire per chi è a bordo.
Durante il rientro gli astronauti sono stati sottoposti a circa 4g, cioè quattro volte l’accelerazione di gravità che di solito percepiamo sulla Terra. Si sono sentiti schiacciare contro i sedili, ma la sollecitazione è durata pochi minuti e non era pericolosa per l’organismo (tutti gli astronauti che tornano dalla Stazione Spaziale Internazionale sperimentano qualcosa di simile). La NASA ha deciso per una traiettoria un po’ più diretta del solito per ridurre il tempo in cui lo scudo termico viene sottoposto alle alte temperature del rientro, considerato che con Artemis I – la precedente missione senza equipaggio – era stata riscontrata un’erosione eccessiva dello scudo stesso.

(NASA)
L’ingresso nell’atmosfera comporta un’onda d’urto e temperature che raggiungono per alcuni istanti i 10mila °C intorno alla capsula. L’aria rarefatta degli strati più alti dell’atmosfera viene trasformata dal calore in plasma (un gas estremamente caldo e carico elettricamente), che rende impossibile per qualche minuto le comunicazioni tra l’equipaggio e il centro di controllo della NASA a terra.
Per circa sei minuti, Orion è stata una meteora che attraversava il cielo con quattro persone a bordo.
Gli strati via via più densi dell’atmosfera hanno fatto ridurre la velocità della capsula, che è arrivata a una quota di 8mila metri a una velocità intorno ai 500 chilometri orari. A quella quota ha iniziato la procedura di apertura dei primi paracadute, che è terminata a poco più di 2mila metri con l’apertura di quelli principali, con il compito di ridurre ulteriormente la velocità di discesa di Orion.
Poco dopo le due di notte di sabato, Orion ha infine toccato l’acqua dell’oceano Pacifico a meno di 30 chilometri orari, al largo della costa della California. È stata raggiunta da una nave della marina militare degli Stati Uniti per aiutare l’equipaggio a uscire dalla capsula, prima di issarla sulla nave. L’equipaggio sarà sottoposto ai controlli medici e trasportato sulla terraferma, dove potrà abbracciare i propri cari.



