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  • Giovedì 9 aprile 2026

Il calcio italiano secondo il presidente dimissionario del calcio italiano

Gabriele Gravina aveva cose da dire e l'ha fatto pubblicando la relazione che avrebbe dovuto presentare in parlamento

Il presidente dimissionario della FIGC Gabriele Gravina, 6 settembre 2024 (Claudio Villa/Getty Images)
Il presidente dimissionario della FIGC Gabriele Gravina, 6 settembre 2024 (Claudio Villa/Getty Images)
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Il 2 aprile Gabriele Gravina si era dimesso da presidente della FIGC, la Federazione Italiana Giuoco Calcio, dopo la mancata qualificazione dell’Italia maschile ai Mondiali (la terza di fila e la seconda da quando era presidente) e il conseguente e ormai quadriennale dibattito sulla crisi del calcio italiano. Proprio su questo argomento Gravina avrebbe dovuto presentare l’8 aprile una relazione alla commissione cultura della Camera (che tra le altre cose si occupa anche di sport). Ricordando di essere ancora in carica fino alle elezioni del 22 giugno, Gravina ha fatto pubblicare sul sito della FIGC, anche nota come Federcalcio, la sua “Relazione sullo stato di salute del calcio italiano“.

Anzitutto, Gravina fa capire di non aver preso bene la cancellazione dell’audizione:

Purtroppo, [il confronto con la commissione Cultura, ndr] è stato cancellato il giorno successivo, pochi istanti dopo aver rassegnato le mie dimissioni dalla carica di presidente della FIGC, come se i problemi del movimento calcistico fossero conseguentemente risolti.

Gravina ha poi scritto di auspicarsi che la relazione «sia da stimolo per una riflessione e per un opportuno approfondimento anche per coloro che, nei giorni scorsi, hanno voluto aggiungere la propria opinione al già affollatissimo partito di chi ritiene di avere la “soluzione in tasca”». Insomma, pare non gli sia piaciuto quel che ha letto e sentito.

La relazione è divisa in tre parti. La prima elenca i problemi del calcio italiano, la seconda i limiti strutturali che finora non hanno permesso di risolverli e la terza le soluzioni che sono state proposte nel tempo.

I problemi evidenziati da Gravina sono più o meno gli stessi di cui si parla da giorni: nel calcio italiano di alto livello ci sono pochi giovani e pochi italiani, c’è sempre meno qualità tecnica, ci sono pochi stadi moderni e una «cronica incapacità di fare sistema». Questa incapacità è dovuta anche alle tante e varie componenti della FIGC, nel cui Consiglio Federale sono rappresentate Serie A, Serie B, Serie C, Lega Nazionale Dilettanti e associazioni di calciatori e allenatori, e dove i voti della Serie A pesano per il 18 per cento.

La relazione ha 26 allegati, molti dei quali entrano nel dettaglio con dati e paragoni con altri paesi. Parlando dei pochi giovani e dei pochi italiani in campo, la relazione fa notare che «alla trentunesima giornata di campionato di Serie A di questa stagione, dei 284 calciatori che hanno giocato in media almeno 30 minuti a partita, solo 89 – di cui 10 portieri – sono italiani» e che la Serie A ha molti più stranieri del campionato spagnolo e francese. Non si cita però quello inglese, che è sempre definito un modello virtuoso, e che in percentuale ha più stranieri rispetto alla Serie A.

L’analisi di Gravina riporta anche «un dato di sintesi che non lascia spazio ad interpretazioni: la Serie A italiana è il 49esimo campionato al mondo (su 50 monitorati) per percentuale di minuti giocati da calciatori Under 21 selezionabili per la Nazionale, con appena l’1,9 per cento!».

È un dato che sembra piuttosto grave, e in parte lo è davvero. Ma c’è da dire che, guardando questi cinquanta paesi, la Bundesliga – il campionato tedesco noto per la sua virtuosa gestione dei giovani – è poco sopra l’Italia con il 3,4 per cento, che corrisponde a una media di 1,9 giocatori Under 21 per squadra (l’Italia è a 1,7, ma ha due club in più).

Un dato più significativo riguarda i calciatori dell’Europeo U19 giocato nel 2023 (e vinto dall’Italia). I calciatori spagnoli di quel torneo giocano ora in prima squadra, con quasi il doppio dei minuti in campionato e sei volte più minuti nelle coppe rispetto ai calciatori italiani di quel torneo.

Sul «progressivo impoverimento della qualità tecnica» la FIGC cita dati secondo cui in Serie A lo sprint dei giocatori e la velocità media della palla sono più basse, così come i dribbling a partita. Tra i maggiori cinque campionati europei la Serie A è quello in cui si fanno fare agli avversari più passaggi, quando questi sono in possesso della palla. In questo caso sono dati piuttosto noti e citati, cose che si dicono spesso – e da tempo – quando si parla di crisi e problemi del calcio italiano.

Secondo Gravina anche l’insostenibilità economica del calcio italiano si traduce in minori investimenti sui calciatori italiani. Dato che i guadagni non bastano più a coprire i costi, «si preferisce ingaggiare calciatori dall’estero, che spesso risultano più a buon mercato e sottostanno a qualche vincolo normativo in meno per essere tesserati». La FIGC, però, ha pochi strumenti per intervenire sulle operazioni di mercato: non può, in breve, decidere cosa possono o non possono fare le varie squadre di Serie A.

Secondo Gravina – di cui ricorderete le parole, secondo lui fraintese, su professionismo e dilettantismo – in Italia ci sono troppi club professionistici. Sono in effetti 97, più che in quasi ogni altro paese al mondo.

Gravina, che in passato ha gestito con profitto una squadra di calcio, ha spesso sostenuto che questo numero debba essere ridotto, insieme alle retrocessioni e alle partite giocate, così da aumentare la competizione, migliorare la distribuzione delle risorse e diminuire il numero delle partite. Il problema, in questo caso, è che diminuire il numero di partite rischierebbe di far diminuire gli introiti ottenuti dalla vendita dei diritti televisivi, che per le squadre professionistiche italiane sono essenziali, in quanto superiori a ogni altra fonte di guadagno. Per questo gran parte delle leghe si è sempre opposta a questo tipo di riforma.

Anche nella relazione, così come aveva già fatto in passato, Gravina fa notare che la FIGC può fare poco, perché deve destreggiarsi tra leggi considerate inadeguate, regolamenti internazionali, l’autonomia delle Leghe e – secondo Gravina – il ridotto supporto economico da parte dello Stato.

Per lui sono stati problematici la Riforma dello sport (in vigore dal 1° luglio 2023) e l’emendamento Mulè del 2024. La Riforma ha abolito il vincolo sportivo dilettantistico, che tra le altre cose impediva ai tesserati più giovani di cambiare squadra senza il consenso della stessa. Pur aumentando la libertà dei giocatori, secondo la FIGC la Riforma ha progressivamente ridotto gli investimenti dei club italiani sui propri settori giovanili, dato che c’erano meno garanzie di poter trattenerne i calciatori.

Con l’emendamento Mulè (così chiamato perché proposto dal deputato di Forza Italia Giorgio Mulè), le leghe professionistiche sono diventate più autonome e potenti. Fare una riforma dei campionati, per esempio, sarebbe difficilissimo perché servirebbe il consenso delle Leghe e tre quarti dei voti del Consiglio Federale.

Il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, 25 febbraio 2026 (Marco Di Gianvito/ZUMA Press Wire)

Anche fissare un numero obbligatorio di giocatori italiani da mettere in campo sarebbe, secondo Gravina, «impossibile da attuarsi», perché contrario «al principio della libera circolazione dei lavoratori, che si applica al calcio in quanto sport professionistico». È un principio che è stato sancito più volte dalla FIFA, l’organizzazione mondiale del calcio, e dall’Unione Europea.

Secondo Gravina, «anche le norme che governano il possibile utilizzo in Nazionale di calciatori “naturalizzati” [cioè di altra nazionalità] sono più restrittive di quelle di molti altri Paesi o di molte altre Federazioni sportive internazionali».

La conclusione di Gravina è che la FIGC – di cui è stato presidente dal 2018, venendo rieletto con percentuali altissime nel 2021 e nel 2025 – non ha controllo su chi gioca, né in Nazionale né nei club, e che non può farci granché. Sempre secondo Gravina lo stesso vale per altri problemi, come gli stadi e la lenta crescita del campionato femminile.

Eppure qualcosa si può fare, secondo Gravina. Nell’ultimo dei tre punti della relazione, intitolato «Come reagire?», presenta le sue idee, molte delle quali già note ed esposte.

Gravina propone misure economiche e fiscali che possano incentivare gli investimenti e migliorare le infrastrutture, come il «diritto alla scommessa» (cioè l’idea di destinare parte dei ricavi delle scommesse sportive sul calcio ai settori giovanili e alle infrastrutture) e la rimozione del divieto di pubblicità delle scommesse nel calcio (che comunque da tempo è già in larga parte aggirato).

Come dicevamo, la ricchezza dei siti di scommesse viene già sfruttata dalle squadre italiane: lo sponsor principale dell’Inter è un sito di “infotainment” che però pubblicizza il più noto e omonimo sito di scommesse a cui è affiliato. Il divieto esiste, eppure il nome del sito è comunque ben visibile sulla maglia (Piero Cruciatti/Anadolu via Getty Images)

Per aumentare il livello della Serie A, nella relazione si propone anche di far tornare il decreto “Crescita”, che tra il 2019 e il 2023 aveva reso molto più conveniente per le squadre di calcio italiane pagare lo stipendio ai calciatori appena acquistati dall’estero (tra cui gli italiani che non avevano giocato in Serie A nei due anni precedenti).

Si parla, infine e di nuovo, di misure statali per aiutare la costruzione di stadi e altre infrastrutture, di riforma dei campionati, del sistema arbitrale e del calcio giovanile. E si cita il progetto che la FIGC ha varato poche settimane fa per centralizzare e coordinare meglio la formazione calcistica dei bambini dai 5 ai 12 anni e dare a tutte le squadre e a tutti gli allenatori delle linee guida da seguire, mettendo «l’accento sull’aspetto tecnico» anziché su quello tattico.

Gravina sa che non sarà un compito facile:

Alla luce di quanto espresso, è del tutto evidente che, per il bene del calcio italiano, l’unico modo di intervenire è farlo in maniera radicale, grazie ad un’unità d’intenti che superi i confini del conveniente e dell’opportuno. Sarebbe decisivo un passo in avanti da parte di tutte le componenti federali, con il fondamentale supporto del Governo e del Parlamento. Perché senza questa convinta e unanime volontà di anteporre il bene comune alla difesa del proprio posizionamento, con la politica che deve creare le condizioni e agevolare gli strumenti adeguati per agire, nessun singolo individuo può determinare il vero e completo rilancio del movimento calcistico italiano.

Di certo c’è solo che non sarà più compito suo.

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