Netflix dovrà rimborsare milioni di persone?

È quello che ha stabilito una sentenza del tribunale di Roma, ma la decisione potrebbe essere sospesa

(AP Photo/Jae C. Hong)
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Venerdì scorso il tribunale di Roma ha stabilito che gli aumenti dei prezzi degli abbonamenti applicati in Italia da Netflix tra il 2017 e il 2024 sono illegittimi, e in quanto tali dovranno essere risarciti. È una delle più importanti decisioni a favore dei consumatori degli ultimi anni: per la quantità di persone che potenzialmente potrebbero avere accesso al risarcimento e per il precedente che crea.

Il numero di abbonati a Netflix in Italia non è noto, ma secondo le stime di Movimento Consumatori, l’associazione che ha avviato l’azione legale che ha portato alla sentenza, tra il 2019 e l’ottobre del 2025 sono passati da 1,9 a 5,4 milioni: la quantità di risarcimenti che la piattaforma potrebbe dover erogare è quindi altissima. Netflix però ha già fatto sapere che farà ricorso e chiederà la sospensione degli effetti della sentenza.

L’eventuale sospensione viene solitamente decisa in tempi brevi, prima dell’inizio dell’udienza di merito; se il giudice dovesse accogliere la richiesta, la sentenza non avrà effetti concreti nell’immediato e Netflix non sarà tenuta a rimborsare i propri abbonati almeno per un po’, in attesa della fine del processo di secondo grado. Nel suo comunicato, Netflix ha scritto che le condizioni dei suoi abbonamenti sono «sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane».

L’avvocato Paolo Fiorio, che ha assistito Movimento Consumatori nella causa, spiega che una ricognizione avviata nel 2023 sulle condizioni delle modifiche degli abbonamenti delle piattaforme rilevò che per i suoi rialzi Netflix non aveva specificato un «giustificato motivo», cioè il requisito che il codice del consumo e le norme europee a tutela dei consumatori chiedono di integrare affinché un’azienda possa decidere unilateralmente l’aumento del prezzo del proprio abbonamento.

Senza un giustificato motivo, la clausola del contratto che prevede la possibilità di aumentare il prezzo dell’abbonamento viene inquadrata come «vessatoria»: quindi dannosa per i consumatori che la subiscono, e ingiustamente vantaggiosa per l’azienda che la impone.

Dal 2017 al 2023 Netflix non aveva inserito alcun giustificato motivo nella clausola relativa all’aumento del prezzo. La clausola stabiliva che la piattaforma poteva «di tanto in tanto» modificare le condizioni di utilizzo, e che avrebbe dato agli abbonati un preavviso di 30 giorni. In questo modo, gli utenti avevano la possibilità di disdire l’abbonamento prima che gli aumenti entrassero in vigore.

Netflix ha aggiunto il giustificato motivo solo nel 2024, dopo una segnalazione di Movimento Consumatori, aggiungendo alla clausola questa parte:

Di tanto in tanto potremmo modificare i nostri piani di abbonamento e il
prezzo del nostro servizio. Tra gli elementi di costo che incidono sul
prezzo del nostro servizio vi sono, ad esempio, i costi di produzione e di
licenza, i costi della fornitura tecnica e della distribuzione del nostro
servizio, il costo del Servizio clienti e altri costi legati alla vendita, i costi
di amministrazione generale e altri costi generali, oltre a tasse, imposte e
contributi previsti a livello statale.

«È una mia valutazione personale» dice Fiorio «ma ritengo probabile che, all’inizio, Netflix si fosse limitata semplicemente a tradurre in italiano il contratto che già utilizzava negli Stati Uniti, senza adeguarsi alle condizioni stabilite dalle norme europee». Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che Netflix ha avuto simili sentenze a sfavore anche in altri paesi, come per esempio la Germania. Nel maggio del 2025 un tribunale di Colonia ha condannato Netflix a risarcire un abbonato per 200 euro, proprio a causa delle modifiche unilaterali dell’abbonamento. E tre mesi dopo l’autorità antitrust polacca aveva avviato un’indagine contro Netflix «per aver aumentato il canone degli abbonamenti senza l’assenso esplicito dei consumatori».

Secondo i calcoli di Movimento Consumatori, un cliente che ha attivato l’abbonamento con Netflix nel 2017 e che oggi paga il servizio premium (19,99 al mese) avrebbe diritto a un risarcimento di circa 500 euro, mentre un cliente dal 2017 con abbonamento standard (13,99 al mese) a circa la metà. Tutti gli altri invece devono fare la differenza tra quanto hanno pagato e quanto avrebbero dovuto pagare senza gli aumenti (prima del 2017 l’abbonamento costava 11,99 euro), a seconda del momento della sottoscrizione del contratto.

Oltre a ritenere gli aumenti dei prezzi illegittimi, la sentenza di venerdì obbliga Netflix a contattare via email i clienti coinvolti e a pubblicare la sentenza sul proprio sito per un periodo non inferiore a sei mesi tramite l’inserimento di un banner, cosa che al momento non ha fatto. Entro il primo maggio Netflix dovrà inoltre far pubblicare la sentenza anche sul Corriere della Sera e sul Sole 24 Ore, con spese a suo carico. È possibile che l’azienda stia aspettando di sapere se, come vuole chiedere, gli effetti della sentenza verranno sospesi in attesa del processo di secondo grado.

Se Netflix non dovesse ottenere la sospensione e se non dovesse risarcire di propria volontà gli abbonati che faranno richiesta, spetterebbe loro fare causa singolarmente alla società. In questo caso (visto che le spese legali per ogni singola causa sarebbero facilmente superiori al rimborso dovuto), il Movimento Consumatori ha già detto che intende avviare una class action, cioè un’azione legale presentata da un gruppo di persone che ritengono di aver subito lo stesso tipo di danno dallo stesso soggetto.

L’associazione ha pubblicato sul suo sito un modulo che può essere compilato da chiunque sia interessato a partecipare alla class action. Fiorio dice che finora ha raccolto «più di 83mila adesioni».

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