La guerra senza regole di Trump
Da settimane minaccia di commettere crimini di guerra in Iran e in alcuni casi se ne vanta pure: era impensabile fino a pochi anni fa

Negli ultimi giorni il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato più volte di commettere in Iran quelli che sono con ogni probabilità crimini di guerra. In alcuni casi se n’è pure vantato. Secondo il diritto internazionale colpire le infrastrutture civili è un crimine di guerra, a meno che non siano utilizzate per scopi militari – e anche in questo caso ci sono grandi limiti a cosa può essere colpito, secondo un criterio di proporzionalità.
Nonostante questo, domenica Trump ha detto che intende bombardare le centrali elettriche e i ponti dell’Iran, e che vuole trasformare la vita nel paese «in un inferno». Pochi giorni prima aveva promesso che avrebbe riportato l’Iran «all’età della pietra». In precedenza aveva minacciato di distruggere le infrastrutture energetiche dell’Iran, e anche gli impianti di desalinizzazione, che servono per ottenere l’acqua potabile. L’acqua, in quanto «bene indispensabile alla sopravvivenza» della popolazione civile, ha peraltro una protezione speciale nel diritto internazionale.
Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile per un presidente americano parlare così platealmente di violazioni di quello stesso diritto internazionale che gli Stati Uniti hanno contribuito a codificare nel corso del Novecento. Ma in un momento in cui il diritto internazionale sta via via perdendo di importanza, anche la retorica sempre più fuori controllo di Trump si sta normalizzando. Questo è un problema: normalizzare i crimini di guerra significa che più paesi, in futuro, si sentiranno giustificati a commetterli.
Si potrebbe dire che queste sono minacce, e che Trump sta semplicemente giocando duro per ottenere concessioni dal regime iraniano (in particolare: la riapertura dello stretto di Hormuz). Ma Trump non si è limitato alle minacce: la settimana scorsa gli Stati Uniti hanno distrutto con un bombardamento un grande ponte fuori Teheran, un’infrastruttura eminentemente civile, e Trump se n’è compiaciuto sui social media: «Ce ne saranno molti altri!», ha scritto. Almeno 13 civili sono stati uccisi nel bombardamento del ponte, secondo le autorità iraniane.

Un uomo con uno zaino estratto dalle macerie della scuola di Minab, 28 febbraio 2026 (Mehr News Agency)
Un altro caso notevole è quello del bombardamento di una scuola nella città di Minab, il primo giorno di guerra: sono state uccise almeno 175 persone, in gran parte minori. Varie analisi indipendenti hanno mostrato che il bombardamento della scuola è stato commesso dagli Stati Uniti probabilmente a causa di una negligenza nel processo di intelligence, e che si è trattato di una violazione del diritto internazionale piuttosto evidente. Qui Trump non si è vantato dell’attacco, ma la sua amministrazione ha cercato in ogni modo di allontanarne la responsabilità.
Ancora: quando all’inizio di marzo gli Stati Uniti hanno affondato una nave da guerra iraniana al largo delle coste dello Sri Lanka, Trump ha detto che sarebbe stato possibile abbordare o sequestrare la nave, ma che è stata affondata perché «è più divertente». Probabilmente scherzava, ma questo tipo di retorica macabra è inaudita per un presidente degli Stati Uniti.
Anche l’Iran in questa guerra ha bombardato infrastrutture civili dei paesi arabi del golfo Persico, e quindi commesso potenziali crimini di guerra. Lo stesso vale per Israele, che ha colpito obiettivi civili in Libano e in Iran.
Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre cercato di attenersi a standard più alti: i presidenti americani hanno sempre mostrato rispetto almeno formale nei confronti del diritto internazionale, anche se poi l’hanno ripetutamente violato nel corso della storia americana recente. Questo rispetto formale è sparito con Trump, che invece invoca un modo di fare la guerra senza limiti, in cui non ci sono regole e in cui la sottomissione dell’avversario è l’unico obiettivo. È esattamente quello che il diritto internazionale cerca di evitare.

Peter Hegseth, 1° aprile 2026 (AP Photo/Alex Brandon, Pool)
Il segretario alla Difesa Peter Hegseth è un sostenitore di lunga data di questo modo senza regole di fare la guerra. In un libro del 2024 scrisse che i soldati americani «non dovrebbero combattere secondo le regole scritte ottant’anni fa da damerini in stanze di mogano». In queste settimane di guerra ha detto più volte che «non ci sarà quartiere, non ci sarà pietà per i nostri nemici». Questo tipo di retorica è esplicitamente vietata dagli stessi manuali del dipartimento della Difesa.
In teoria il dipartimento della Difesa avrebbe delle procedure standard e squadre di esperti legali per distinguere gli obiettivi militari (che è lecito colpire) e quelli civili (che non vanno colpiti). Ma negli ultimi mesi Hegseth ha licenziato i dirigenti dei team legali dell’esercito, della marina e dell’aviazione, e fatto grossi tagli sul resto del personale. Ha detto di averlo fatto per evitare che gli avvocati «siano di ostacolo agli ordini del comandante in capo».



